Come sarebbero le vere guerre stellari?

Come sarebbero le vere guerre stellari?

In Blade Runner c’è forse la più famosa frase della fantascienza. Una frase così citata, usata e riciclata che è diventata parte del linguaggio comune. Prima di morire, sotto una pioggia incurante, il replicante Roy Batty dice: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione […]». Dentro a questa frase c’è un problema. Un problema minuscolo, intendiamoci, che però dice qualcosa di interessante su come immaginiamo la fantascienza. Di quanto sia inevitabilmente figlia della nostra esperienza sulla Terra e di quello che vediamo tutti i giorni. Il problema è questo: come fanno, esattamente, le navi da combattimento a essere in fiamme al largo dei bastioni di Orione? Roy Batty non lo dice esplicitamente ma è chiaro che c’è stata una grande battaglia nello spazio e che decine di navi da combattimento sono andate distrutte. Ma in fiamme? Nello spazio — nel vuoto — il fuoco come ce lo immaginiamo noi non c’è. Ci possono essere esplosioni e istantanee fiammate che bruciano il carburante e l’ossigeno dell’astronave ma il fuoco esiste solo dove c’è atmosfera. E nello spazio, nel vuoto, l’atmosfera non c’è.

Da Guerre Stellari a Star Trek, da Battlestar Galactica a Capitan Harlock, le nostre battaglie stellari non assomigliano per niente a come sarebbero delle vere battaglie nello spazio. George Lucas, quando girò nel 1977 Guerre stellari prese come ispirazione per i combattimenti nello spazio gli inseguimenti di aerei della seconda guerra mondiale e, da lì in poi, l’immaginario delle guerre stellari è rimasto praticamente identico. Nel nostro spazio immaginato, le navicelle si comportano come sulla Terra. Nessuno chiede a questi film il realismo, sia chiaro. Sono film ed è giusto che seguano il ritmo delle storie e della cinematografia e non quello della scienza. Ma chiedersi come sarebbero, o forse saranno, le vere guerre stellari è comunque una domanda interessante. E, con l’aiuto di qualche ingegnere e di qualche appassionato di fantascienza*, si può anche provare a immaginarlo.

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Il 15 febbraio del 2315, dopo mesi di battaglie tra i ribelli del MLF (Martian Liberation Front) e le forze di sicurezza delle Nazioni Unite, un attentato suicida al palazzo governativo uccide oltre 5000 persone e, di fatto, da il via a un colpo di stato. Poche ore dopo un video messaggio degli indipendentisti annuncia di avere il controllo della colonia marziana e che «Marte è da oggi un pianeta libero».

Sulla Terra, l’attacco dei ribelli era atteso e temuto. E nonostante molti sperassero di poter contenere il MLF con le forze di sicurezza marziane, appena ricevuta la dichiarazione d’indipendenza da Marte il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dà l’ordine di riattivare, equipaggiare e armare le tre astronavi da guerra in orbita attorno alla Terra. Il 29 novembre 2315** viene inviato un messaggio verso Marte, è una dichiarazione ufficiale di guerra. Le navi terrestri sono già dirette a intercettare l’orbita di Marte. Si chiamano Ares 1, Ares 2 e Ares 3***, come il dio greco della guerra.
 

200 giorni di viaggio, 2 minuti di guerra

E ora inizia il viaggio. Un viaggio lungo e noioso. Solamente per arrivare su Marte — uno dei pianeti più vicini alla Terra — ci vogliono (con le tecnologie attuali) tra i 120 e i 300 giorni, a seconda della distanza tra le orbite e della propulsione usata. Le distanze nello spazio sono enormi, anche a fronte delle enormi velocità che possono raggiungere le astronavi. E questa è la prima grande differenza con le guerre che conosciamo: le guerre stellari saranno quasi tutte giocate a carte scoperte. Finché non inventiamo, e ci sono buoni motivi per credere che non lo inventeremo, qualcosa capace di più veloce della luce o anche solo a velocità vicine a quella della luce, muoversi nello spazio continuerà ad essere un lavoro lento ed estremamente prevedibile. C’è una sola strada che porta dalla Terra a Marte, e puntando un satellite o un sensore nella direzione giusta si può osservare qualsiasi cosa si muova su quella strada. Insomma, tutti sapranno sempre la posizione del nemico e lo vedranno arrivare, letteralmente, a centinaia di milioni di chilometri di distanza. Niente attacchi a sorpresa, dunque.

La velocità delle navi e la loro capacità di accelerazione potrebbe entrare in gioco — e parecchio — in uno scontro tra due astronavi avversarie. In quel caso la battaglia sarebbe probabilmente simile a un giostra medioevale: due cavalieri che galoppano a velocità folle l’uno contro l’altro tentando di colpirsi quando vicini per poi sfrecciare in direzioni opposte altrettanto velocemente ed, eventualmente, girarsi per ricominciare (e ci vorrebbero ore per farlo: nello spazio non c’è attrito e per far giare su sé stessa una nave e farla tornare indietro ci vuole la stessa energia usata per spingerla avanti).

Ma non è il nostro caso. Marte non va da nessuna parte, è sempre lì. E dopo oltre 100 giorni di viaggio anche le nostre astronavi da guerra ci stanno lentamente arrivando.
 

Ai posti di combattimento

Oltre a sapere che le navi terrestri stanno arrivando con larghissimo anticipo, Marte ha un altro vantaggio tattico in questa ipotetica guerra. A meno che non inventiamo qualcosa capace di viaggiare più velocemente della luce, infatti, un segnale radio viaggia dalla Terra a Marte in circa 25 minuti. Vuol dire che se la nostra astronave viene colpita, il centro di comando sulla Terra non può 1) fare niente per evitarlo 2) lo scoprirebbe a battaglia già terminata. Questo vuol dire che le astronavi da guerra avranno, per forza, un equipaggio umano che prenderà decisioni in totale autonomia. E fin qui, tutto torna. Anche nei film, dalla Galactica di Battlestar Galatica alla USS Enterprise di Star Trek, tutte le grandi battaglie nello spazio sono fatte tra navi da guerra con un equipaggio. Il problema, però, è nei dettagli: le battaglie tra piccoli caccia spaziali che vediamo sempre, come quelle tra X-Wing e Tie Fighter di Guerre Stellari, non avrebbero alcun senso. Perché rischiare la vita di un pilota quando il caccia può tranquillamente essere guidato a distanza in modo simile ai droni che usa ora l’esercito statunitense? Nelle vere guerre stellari, le astronavi da guerra saranno grandissime portaerei cariche di aerei (magari simili a cubetti, visto che l’aerodinamica non ha nessuna importanza nello spazio) senza pilota e carichi di missili pronti a sfrecciare nel vuoto contro i nemici.

Il discorso vale a maggior ragione per i marziani. Loro non dovrebbero nemmeno costruirla una nave da guerra. Potrebbero semplicemente lanciare missili dal pianeta e far volare le proprie astronavi comandandole a distanza verso le navi delle Nazioni Unite. Molto meno drammatico che nei film, certo, ma anche molto più sensato (e ammettetelo, ve lo siete sempre chiesti perché C1-P8 non guidasse semplicemente lui l’astronave in Guerre Stellari, visto che era chiaramente in grado di farlo).
 

Si trasforma in un razzo missile

Cosa volerebbe nel cielo di Marte durante il D-Day? Probabilmente un sacco di cose. Oltre ai droni già citati, missili e raggi laser, soprattutto. Se le nostre Ares vogliono vincere facile e spazzare via l’intera colonia marziana, le bombe atomiche sarebbero chiaramente la scelta ovvia. Le atomiche potrebbero anche essere usate senza causare danni diretti ma solamente per scatenare una tempesta elettromagnetica in grado di danneggiare o bloccare temporaneamente la strumentazione dei nemici.

Un’altra arma che potrebbe funzionare molto bene nello spazio sono i missili. A differenza di quelli terrestri, avrebbero una forte propulsione iniziale e poi una serie di altre propulsioni per correggere la propria traiettoria in volo, un po’ come le famose bombe intelligenti. I missili nello spazio, insomma, non sarebbero diversi da dei droni kamikaze, lanciati a bomba verso il nemico.

I laser delle nostre guerre stellari sarebbero invece molto diversi da quelli che vediamo nei film di fantascienza: niente peow peow e niente raggi rossi o azzurri. Sarebbero praticamente invisibili (qui da noi i laser diventano visibili quando quando intercettano qualcosa nell’aria, polvere o pulviscoli, ma nello spazio non c’è niente da intercettare) e probabilmente usati solo a tratti e per colpire con precisione parti delicate di navi, droni o missili nemici. Per sparare un raggio laser in grado di fare danni ci vuole un sacco di energia, una risorsa ben poco disponibile nello spazio (anche su Marte, a meno che non si scopra una straordinaria nuova fonte di energia, gran parte dell’energia arriverebbe dal sole, e in quantità molto minore rispetto alla Terra).
 

Pace in terra e nello spazio

La verità è che una guerra nello spazio non avrebbe molto senso, a meno di una evidente disparità di forze e tecnologie in campo. Nello spazio, difendere è molto più facile che attaccare. A terra ci sono una quantità quasi illimitata di risorse, fonti di energia, fabbriche, persone. Nello spazio no. Le astronavi da guerra sarebbero come sottomarini persi in un gigantesco mare, senza la possibilità di riemergere per prendere fiato e con solo minime possibilità di ritornare a casa a fare rifornimento. E mandarle ad attaccare un pianeta tecnologicamente avanzato (leggi: in grado di rispondere al fuoco) sarebbe quasi un suicidio. Il discorso non cambia molto per ipotetiche battaglie tra astronavi. Si giocherebbero tutte sulla quantità di proiettili e missili che le astronavi sarebbero in grado di sparare contemporaneamente, e le battaglie probabilmente si concluderebbero spesso con la distruzione di entrambe le navi.

Per fortuna, forse con grande lungimiranza, il 27 gennaio 1967, gli Stati Uniti, il Regno Unito e la allora Unione sovietica hanno firmato il trattato sullo spazio extra atmosferico, in cui stabiliscono il «divieto di collocare armi nucleari o ogni altro genere di armi di distruzione di massa nell’orbita terrestre, sulla Luna o su altri corpi celesti». Il trattato, entrato in vigore il 10 ottobre 1967, è stato firmato da altri 102 stati nel corso degli anni. Tra gli articoli del trattato si fa anche divieto di «imporre la sovranità nazionale sulla Luna e su altri corpi celesti», Marte compreso naturalmente.

*: Non sono uno scienziato ma solo un grande appassionato di fantascienza che voleva saperne di più e si è trovato davanti parecchi ingegneri e appassionati che hanno scritto e pensato molto forte a come sarebbero le vere guerre stellari. Ho letto con gusto, studiato, speculato e rielaborato. Qui sotto tutte le fonti che ho usato: 
Space Wars di History Channel
The Physics of Space Battles di PBS
Essay on Realistic Space Combat I Wrote di Memphet’ran sul forum Space Battles
Space Warfare: Almost Everything You Know Is (Probably) Wrong dai forum di escapistmagazine
Thoughts on space battles dal blog del l’ingegnere NASA Joseph Shoer

**: Non ho calcolato veramente quando le Ares sarebbero dovute partite. Non avrebbe alcun senso lanciarle in un giorno a caso a carico ultimato, sarebbe molto più sensato aspettare che Marte passi vicino alla Terra e sfruttare quella finestra temporale.

***: I nomi delle Ares sono una citazione di un gran bel libro di fantascienza, The Martian di Andy Weir. Lì erano missioni pacifiche di esplorazione marziana, ma il nome del dio greco della guerra era troppo perfetto per essere ignorato.