Glaeser: «Senza Milano, l’Italia non riparte»

Glaeser: «Senza Milano, l’Italia non riparte»

Se Adam Smith ha cercato di capire le cause della ricchezza delle nazioni, Edward Glaeser analizza le cause della ricchezza delle città e l’interazione fra la ricchezza delle città e la ricchezza delle nazioni. La sua analisi ha rivoluzionato la Urban Economics ed ha offerto una nuova prospettiva sulle politiche volte a favorire lo sviluppo economico delle città e delle regioni in cui esse sono localizzate. Nel suo libro “The Triumph of the City”, pubblicato nel 2011, si trovano i risultati del suo lavoro, esposti in una prosa appassionata che lascia trasparire tutto l’amore del Prof. Glaeser per la New York della sua infanzia e per la vita urbana. È uno dei più ricercati (e pagati) conferenzieri al mondo e c’è chi dice uno dei prossimi, possibili premio Nobel. Grazie al Centro di Ricerche Economiche e Sociali Rossi-Doria dell’Universita’ Roma Tre siamo riusciti a intervistarlo

Prof. Glaeser, lei che studia le città, che ne pensa dello stato di salute di Milano? È ancora la locomotiva dell’Italia? O è la città che ha svenduto i grattacieli agli arabi e di Pirelli ai cinesi?
Non è in queste cose che vedo il segno del declino, a dire il vero. Però è curioso: la Pirelli sia proprio l’esempio di connubio tra industria e design che ho utilizzato nel mio libro The Triumph of the City  per giustificare il posizionamento di Milano tra le smart city, le città cioè che hanno mostrato una capacità fuori del comune di reinventarsi e di rinascere dalle crisi che le hanno colpite negli ultimi cento anni.

Quindi ora non lo è più? Se dovesse pubblicare una nuova edizione del suo libro, inserirebbe ancora Milano tra gli esempi di “smart city”?
Credo di sì, ma bisognerebbe approfondire il confronto con altre città. Le città che hanno successo nell’economia globale sono quelle che divengono luogo d’incontro per individui smart, permettendo loro di scambiare idee innovative, di sviluppare relazioni che ne incrementano la capacità creativa, le competenze e la produttività. Milano è ancora smart perchè è piena di persone smart. Si è reinventata parecchie volte nell’ultimo secolo, ma sta incontrando numerose difficoltà e fa sempre più fatica a tenere il passo, così come l’Italia d’altro canto. Di certo, per guardare con ottimismo al futuro di Milano è necessario poter contare su una nuova opera di radicale rinnovamento. 

Expo può essere il motore di questo rinnovamento radicale? 
No, Expo è un evento, importante quanto si vuole, ma rimane un evento. È molto più importante che le istituzioni scolastiche e universitarie di Milano siano rese forti e competitive a livello globale. Ma anche un eccellente sistema dell’istruzione non serve a molto, se non si creano le condizioni affinché per un giovane neodiplomato o neolaureato sia facile iniziare una nuova attività lavorativa e imprenditoriale.

«Milano deve diventare una città a cui il business internazionale guarda per stabilire la propria sede o un centro di ricerca»

Quindi cosa serve?
Milano, come l’Italia, ha un disperato bisogno di riformare tutta la regolamentazione che blocca lo sviluppo di nuova imprenditorialità. Milano deve diventare una città a cui il business internazionale guarda per stabilire la propria sede o un centro di ricerca. Purtroppo, Milano, come l’Italia, è rimasta ferma per decenni, mentre gli altri correvano. La sfida è difficile e il percorso lungo, ma, con un pizzico di fortuna, il vostro premier Renzi e i suoi successori dovrebbero riuscire a farcela. 

Qualità della vita e stile italiano non possono essere un fattore attrattivo per i giovani talenti esteri?
Se pensate di contare su questo fattore, rischiate di commettere un grosso errore.  Il gap tra la qualità della vita a Milano e a Londra o New York non è più così elevato come una volta. Mio nonno è stato direttore del Centro per gli Studi Mediterranei a Roma e ha vissuto in Italia per 30 anni dal 1950 al 1980. Allora, sì che il gap esisteva. Ma adesso Londra e New York offrono, per chi ama lo stile di vita italiano, una qualità che non è più così inferiore rispetto a quella che si trova a Milano e Roma. Per non pensare alla possibilità di viaggiare a costi enormemente ridotti e godere così delle bellezze del mondo, senza dover necessariamente risiedere in un paese meraviglioso come l’Italia. 

«Senza una politica per Milano è impossibile far ripartire l’economia italiana»

Che consiglio darebbe al Sindaco di Milano?
Non me ne voglia il vostro Sindaco, ma il consiglio lo darei anche e soprattutto al Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Senza una politica per Milano è impossibile far ripartire l’economia italiana. Un modo per capire quello che voglio dire è quello di pensare alla più elementare delle strategie di sviluppo economico che consiste nell’attirare e formare professionisti, tecnici, creativi, imprenditori e poi lasciarli dare loro la possibilità di trovare la loro strada. Ebbene, l’Italia è in questo momento nella situazione esattamente opposta a quella ideale: forma talenti e li esporta. Posso farti io una domanda, ora?

Prego…
Da dove iniziereste in un paese come l’Italia per applicare questa strategia? 

Bella domanda. Io semplificherei e ridurrei la burocrazia, …
Potete provare a riformare tutta la regolamentazione e ad attrarre investitori esteri senza avere un punto di riferimento particolare. Oppure, potreste iniziare da quelle città e da quelle aree che hanno provato di avere energia economica e di essere in grado di reinventarsi. Una idea che ho proposto per Boston è quella di creare un distretto imprenditoriale che consenta a chi vuole iniziare una nuova attività di avere un’unica controparte per tutte le autorizzazioni e per il disbrigo di tutte le faccende burocratiche. Non è la deregolamentazione selvaggia e men che meno deve nascondere forme di finanziamento a fondo perduto, che sono inutili e dannose. Sarebbe invece il luogo della sperimentazione di nuove forme di interazione tra gli imprenditori e la burocrazia. In questo modo, tutto quello che funziona, può poi essere esportato al resto del sistema. Per questo non deve trattarsi di aree sperdute o di parchi tecnologici, ma di economia vera e con condizioni di partenza non dissimili da quelle in cui versa l’economia italiana, Da dove iniziare quindi se non da un posto come Milano?

«Il sistema educativo americano è stato un colossale fallimento nelle aree a maggior disagio sociale»

In questo disegno sarebbe essenziale poter contare su un sistema scolastico in grado di soddisfare sia le esigenze delle nuove elite cosmopolite sia le esigenze della popolazione residente. Il governo Renzi sta varando una profonda riforma della scuola. Possiamo guardare all’esperienza americana per trarre qualche insegnamento a proposito?
È necessario trovare un equilibrio tra un sistema decentralizzato come quello americano e quello centralizzato tipico dell’Europa continentale. Il sistema americano è stato un colossale fallimento nelle aree a maggior disagio sociale. Viceversa, il sistema italiano ha funzionato egregiamente per conseguire un ottimo livello di educazione primaria anche nelle aree più povere. La performance relativa tra i due sistemi si inverte, quando dall’educazione primaria si passa a quella secondaria e poi a quella specialistica universitaria. 

Come mai?
Il fatto è che un’amministrazione centrale è in grado di imporre standard di qualità elevati quando la materia da regolamentare è piuttosto stabile, come nel caso dell’educazione primaria. Ma non è in grado di adattarsi alla velocità dei cambiamenti che invece sono richiesti per le forme superiori dell’istruzione. Questo è vero anche quando si parla di educazione primaria e gli alunni possono provenire da tutti gli angoli del pianeta, come si vorrebbe che accadesse a Milano. Per questo, anche nell’educazione primaria, andrebbe favorita l’imprenditorialità sociale scolastica. Per fare un esempio banale, la possibilità di avere scuole primarie e secondarie dove si parla l’inglese o altre lingue straniere è cruciale per attirare le grandi multinazionali e i capitali esteri.

«Quello che io voglio combattere è quell’eccesso di regolamentazione che impedisce alle persone e al business di vivere e di risiedere dove più desiderano»

Milano è una delle poche città italiane che può seguire la ricetta di assecondare il movimento naturale delle grandi metropoli verso l’ addensamento la verticalizzazione della struttura urbana. Ma se guardiamo anche ad altre città italiane come possiamo trovare un equilibrio tra centro storico e grattacieli? 
Attenzione, la mia ricetta non è quella di obbligare le città all’addensamento e alla verticalizzazione. Quello che io voglio combattere è quell’eccesso di regolamentazione che impedisce alle persone e al business di vivere e di risiedere dove più desiderano. Certo che il patrimonio dell’umanità custodito nelle vostre città va preservato, ma bisogna trovare un equilibrio tra la conservazione del passato e il desiderio delle persone di partecipare ai grandi movimenti economici, sociali e culturali dei nostri tempi.

Può fare qualche esempio?
Non è un compito impossibile, ci sono molti esempi in tal senso. A Parigi, il quartiere della Defense è forse un po’ noioso ma ha consentito di rispondere all’esigenza di realizzare il desiderio di centralizzazione della comunità del business senza toccare la struttura della Parigi storica. Lo stesso può dirsi di Milano e delle nuove aree di Porta Nuova dove si è riusciti a progettare un’area di grattacieli in un contesto urbano residenziale, ad alta densità. Alla fine, il fatto che dal centro storico si intravveda qualche grattacielo non è poi un grosso problema, se il centro storico stesso è nella sostanza preservato e la città rivitalizzata.

«Le città più piccole sono spesso casi di successo, soprattutto per quel che riguarda l’istruzione e il senso civico. Sono a volte più imprenditoriali e hanno una maggiore capacità di cambiare e reinventarsi»

Spesso ci si focalizza sul ruolo delle grandi metropoli nello sviluppo economico, ma quale è il ruolo delle città di media grandezza, a cui in Europa si attribuisce una grande importanza
Finchè gli individui e il business hanno la possibilità di scegliere dove risiedere, non c’è alcun problema. Le città più piccole sono spesso casi di successo, soprattutto per quel che riguarda l’istruzione e il senso civico. Sono a volte più imprenditoriali e hanno una maggiore capacità di cambiare e reinventarsi. Quindi, non è detto che il futuro sia esclusivamente delle grandi città.

La leggenda dice che il sotto-titolo del vostro paper “Urban Decline and Durable Housing” era originariamente “Perché c’è ancora gente che vive a Detroit?” e poi voi lo avete cancellato perché “politically incorrect”
Oh non è vero, non abbiamo mai scritto quel sottotitolo. Credo fosse uno scherzo.

Comunque, se per lei negli Usa la mobilità delle persone è bassa, come giudica la mobilità in Europa? È necessario operare una politica compensativa per le regioni e le città colpite dalla crisi?
Le politiche regionali compensative e i trasferimenti possono essere più giustificabili in Europa ma portano con sé il rischio di un enorme spreco di risorse. Le differenze all’interno dell’Europa sono forse maggiori culturalmente, ma sono molto inferiori per quanto riguarda il clima o le distanze. Pensi alla differenza di clima tra Detroit e Atlanta: non c’è nulla di simile in Europa. La maggior parte delle città europee è a uno o due ore di aereo di distanza l’una dall’altra e spesso all’interno dello stesso fuso orario. Quindi, anche se in Europa le politiche regionali sono forse più giustificabili che negli Usa, non bisogna trascurare il rischio di un enorme spreco, anche di capitale sociale e umano. Ricordo ancora che nel 1988 stavo lavorando a Roma ad un rapporto intitolato “Fare business nel Mezzogiorno”. Anche allora le politiche consistevano in massicci trasferimenti a favore delle regioni del sud, sotto le più varie forme e con l’obiettivo di attirare industrie nel Mezzogiorno. Eppure nonostante tutti quegli sforzi il Mezzogiorno non è migliorato, anzi. Quello che penso è che l’unico modo in cui sia giusto pensare alle politiche regionali per contrastare il declino di alcune aree sia quello di agire sull’istruzione, sulla de-regolamentazione e sulla legalità.

«La soluzione al problema della tassazione del reddito d’impresa in Europa può essere trovata solo a livello europeo»

Però, sfortunatamente, in Europa ci sono forme scorrette di competizione fiscale che sottraggono risorse alle regioni e alle nazioni più in difficoltà. Piccoli Stati, come il Lussemburgo e l’Irlanda, possono applicare aliquote zero per attirare le multinazionali e le imprese finanziarie dagli altri paesi, mentre i paesi più grandi non possono permettersi di azzerare la tassazione sul reddito d’impresa e non possono nemmeno discriminare le piccole imprese per trattenere le multinazionali. Quale soluzione vede per mettere fine ad un free-riding che ha trasformato l’Unione Europea in una specie di paradiso fiscale per le multinazionali? 
Le tasse non devono distorcere le decisioni economiche e indurre ad una artificiale mobilità dei fattori produttivi. La soluzione al problema della tassazione del reddito d’impresa in Europa può essere trovata solo a livello europeo. Ci possono essere differenze di opinione sul livello ottimale dell’aliquota, ma è evidente che, se il “mercato unico” rende il capitale perfettamente mobile all’interno dell’Europa, allora la struttura impositiva (base imponibile e aliquote) deve essere omogenea. La competizione fiscale tra stati-nazione e città-stato deve essere quindi svolta all’interno di una struttura condivisa.  

Pensa che ci siano differenze nel contributo che l’immigrazione fornisce allo sviluppo economico e sociale negli Stati Uniti e in Europa?
Io credo fermamente nel contributo dell’immigrazione allo sviluppo economico. In America siamo un paese di immigrati. L’immigrazione può essere un problema se la motivazione è l’accesso alle politiche sociali. Ma se l’immigrazione è guidata da motivazioni economiche non può che essere positiva per il paese ospitante. Non voglio negare i problemi che possono crearsi con l’immigrazione di massa, ma ciò non toglie che l’immigrazione sia fondamentalmente un fenomeno positivo. La cosa più importante è che i figli degli immigrati siano integrati il più possibile nella società e nell’economia. Se volete studiare le città che in America hanno fatto meglio sul fronte dell’immigrazione e dell’integrazione consiglio di analizzare i casi di Dallas, Atlanta e Austin.

In Italia la situazione è drammatica, soprattutto nelle grandi città. Quale è la politica migliore per assicurare una sistemazione dignitosa ad un prezzo abbordabile anche alle fasce meno abbienti della popolazione?
Io non credo nel modello delle casi popolari o comunque di case possedute dal pubblico e affittate a prezzi fuori mercato. Gli effetti distorsivi sono enormi e i risultati pessimi. Preferisco che lo Stato offra alle persone bisognose un sostegno finanziario, anche sotto forma di voucher, e che siano loro a scegliere il luogo di residenza e la sistemazione più adatta alle loro esigenze.  

Un’ultima domanda: secondo lei com’è cambiato il ruolo degli economisti con l’avvento dei social network. Negli Stati Uniti alcuni degli economisti più quotati, tra cui lei, dialogano regolarmente con i cittadini attraverso i loro blog.  Qual’è la sua opinione sui blog economici e sul loro impatto sulla qualità della vita democratica?
Io penso che internet sia una cosa favolosa. Amplia il dibattito, coinvolge i cittadini sulle grandi decisioni di politica economica, consente di dialogare con esperti di altri campi. E’ fantastico poter parlare di economia con persone con una formazione non accademica o comunque diversa dalla propria. Si impara gli uni dagli altri. La qualità della discussione democratica ne ha beneficiato sicuramente. Che questo si sia tradotto anche in un miglioramento significativo della politica americana e delle politiche economiche: oddio, qui mi sa che è ancora affisso il cartello “work in progress”. 

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