Gli Usa alzano il tasso d’interesse? Speriamo di no

Gli Usa alzano il tasso d’interesse? Speriamo di no

La Federal Reserve – la banca centrale americana, per gli amici Fed – perde la “pazienza”. Il comunicato stampa, con cui ha sintetizzato, ieri sera il risultato del suo meeting periodico non contiene più l’aggettivo “patient” riferito all’attitudine nei confronti di possibili prossimi rialzi dei loro tassi. Secondo gli esegeti della Fed, è il segnale che si sta per aprire la strada ad un possibile intervento per alzare i tassi d’interesse americani entro l’estate, a distanza di otto anni dall’inizio della crisi nel lontano 2007.  Qualcuno può pensare che le parole in finanza contino poco o nulla, ma è stata la stessa Governatrice Janet Yellen, per evitare gli effetti traumatici che la rimozione di un aggettivo potrebbe causare sui mercati finanziari, a specificare nel corso della conferenza stampa che la Fed non ha ancora deciso alcunché. Anche perché, particolare non irrilevante, la ripresa economica americana sembra aver perso qualche colpo, negli ultimi mesi.  

Fig. 1- Andamento del tasso sui Fed Fund

Per comprendere la cautela della Yellen, dobbiamo allargare lo sguardo: un rialzo dei tassi segnalerebbe una ripresa economica forte e robusta, ma potrebbe anche causare una esplosione sui mercati finanziari sufficientemente potente da riportare l’economia mondiale in recessione. Le perdite sui giganteschi mercati obbligazionari che deriverebbero dalle aspettative di un ritorno dei tassi d’interesse verso livelli “normali” – se il tasso sale, il prezzo di un’obbligazione scende – potrebbero determinare instabilità nel sistema bancario e provocare effetti negativi sulla ricchezza degli obbligazionisti e dei consumatori più in generale. 

Nessuno è in grado di prevedere cosa succede quando, dopo una recessione così profonda, dal “livello zero” dei tassi d’interesse si torna a livelli “normali”

Nessuno, infatti, è in grado di prevedere cosa succede quando, dopo una recessione così profonda e in un sistema finanziario così complesso ed interconnesso come l’attuale, dal “livello zero” dei tassi d’interesse si torna a livelli “normali”. Senza dimenticare che in molte aree valutarie, tra cui quella dell’euro, si è andati addirittura sotto: i tassi negativi sono un unicum storico e non ci sono precedenti a cui fare riferimento per immaginare cosa può succedere quando la “droga” monetaria smette di circolare. Molti economisti e gestori in questi giorni hanno evocato il precedente storico del 1937, quando la banca centrale americana sovrastimò la robustezza della ripresa che seguì alla Grande Depressione e mosse al rialzo con troppo anticipo, provocando il ritorno dell’economia americana in una recessione che solo il riarmo della Seconda Guerra Mondiale interruppe.

Nonostate la ripresa, i salari negli Usa rimangono bassi e non reagiscono al rialzo di fronte ad un tasso di disoccupazione sceso al 5,5%

Ci sono anche motivazioni “reali” che giustificano l’estrema prudenza con cui la Fed si sta muovendo. Nonostante gli Stati Uniti siano in una situazione che noi europei invidieremmo, la crisi sembra aver modificato alcuni meccanismi economici fondamentali. In particolare, il rapporto tra tasso di disoccupazione e inflazione. Per motivi non ancora perfettamente compresi, i salari negli Usa rimangono bassi e non reagiscono (al rialzo) di fronte ad un tasso di disoccupazione sceso al 5,5%.  L’esempio del settore delle costruzioni è emblematico: dal 2010 al 2014 il tasso di disoccupazione è sceso dal 20,9% al 9,5%, eppure le retribuzioni sono aumentate solo dello 0,6%. 

Una parte importante della nostra uscita dalla recessione dipende dalla forza del mercato Usa

Tutto questo ha conseguenze profonde anche in Europa. Cosa dobbiamo auspicare, da questa parte dell’oceano? Senza ombra di dubbio, lo scenario migliore per noi sarebbe quello di una maggiore prudenza da parte della Fed. Niente rialzo dei tassi, quindi. In primo luogo, perché una parte importante della nostra uscita dalla recessione dipende dalla forza del mercato Usa. In secondo luogo, perché il rischio di un crollo dei mercati finanziari può rivelarsi rovinoso per paesi come l’Italia che stanno enormemente beneficiando dei tassi zero. Nonostante la barriera protettiva del Quantitative Easing, sarebbe impossibile neutralizzare i contraccolpi di una prematura inversione delle aspettative sulla direzione dei prezzi nei mercati obbligazionari mondiali. A fronte di tale rischio, l’indebolimento del dollaro che deriverebbe da una politica prudente della Fed sarebbe il male minore. 

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