Occupazione: quella di Renzi è propaganda

Occupazione: quella di Renzi è propaganda

Il 2 marzo scorso l’Istat ha pubblicato, contemporaneamente, sia le cifre sull’occupazione nel mese di Gennaio 2015, sia i risultati definitivi dell’anno 2014. I principali organi di (dis)informazione hanno rilanciato la notizia con un certo ottimismo, poiché – a detta loro – per la prima volta sia le cifre dell’occupazione sia quelle della disoccupazione sono entrambe positive:  in Gennaio, un aumento delle persone occupate è stato infatti accompagnato da un diminuzione del tasso di disoccupazione, cosa non scontata in quanto i due indicatori, in una fase di stagnazione, possono assumere dinamiche contrastanti.

L’Italia è un paese molto particolare: le statistiche sulla situazione del mercato del lavoro sono generalmente male interpretate e utilizzate in modo propagandistico, senza peraltro che si sappia, anche in modo minimo, la definizione di occupato rispetto a quella di disoccupato o inattivo. Senza voler tediare, né sembrare le solite Cassandre, vediamo perché i dati occupazionali non sono per ora positivi come si vuole far credere. Innanzitutto, un breve promemoria sulle principali definizioni – secondo lo standard ILO – degli stati possibili in cui una persona può trovarsi sul mercato del lavoro. Sebbene tediosi, i concetti sono fondamentali per interpretare i numeri.

  • Occupati: sono coloro che nella settimana di riferimento, che solitamente precede di poco quella in cui si è contattati e intervistati da Istat, hanno lavorato per almeno un’ora a titolo oneroso (in denaro o natura, fra cui anche i profitti non incassati in una eventuale impresa familiare) e hanno un attaccamento formale al posto di lavoro (contratto scritto o orale). Le persone in malattia, in le donne in maternità o coloro che ricevono un sussidio legato alle ore di lavoro, in stile CIG, sono perciò considerati come occupati, poiché formalmente, sebbene non abbiano lavorato o abbiano lavorato meno ore durante la settimana di riferimento hanno formalmente ancora un attaccamento al loro posto di lavoro.
  • Disoccupati: sono coloro che nella settimana di riferimento non hanno lavorato per almeno un’ora a titolo oneroso, o tutti coloro che, non avendo un attaccamento formale a un posto di lavoro, si trovano nella condizione di aver cercato attivamente nelle 4 settimane precedenti un nuovo posto di lavoro e sono pronti a iniziare a lavorare nelle due settimane successive, nel caso trovassero un lavoro. Con ricerca attiva, senza entrare in troppi dettagli, s’intende un insieme di azioni precise intraprese, quali iscriversi a un servizio di collocamento, inviare dei cv, fare dei colloqui e via di seguito. La somma fra occupati e disoccupati è null’altro che l’insieme delle forze lavoro, ovvero coloro che avendo intenzione di partecipare al mercato del lavoro, o hanno un’occupazione oppure la devono ancora trovare.
  • Inattivi: tutti coloro che non sono né occupati né disoccupati sono, perciò, da considerarsi inattivi, in quanto o non hanno cercato attivamente lavoro da più di 4 settimane, oppure non sono disponibili a iniziare un lavoro nelle due a venire. Pensionati, studenti che non ne vogliano sapere di lavoretti estivi, mamme a tempo pieno, sono tutti esempi di persone da considerarsi inattive.

Gli stati sul mercato del lavoro sono da considerarsi mutualmente esclusivi, non si può essere occupato e disoccupato, o inattivo e disoccupato allo stesso tempo: l’intersezione dei tre insiemi è nullo, la loro unione è la popolazione di riferimento. Il rapporto fra disoccupati e forza lavoro definisce il famoso tasso di disoccupazione. Il rapporto fra occupati e popolazione è null’altro che il tasso di occupazione, ovvero la parte di popolazione che lavora. Il rapporto fra forze lavoro e popolazione definisce, invece, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro. Come si vede nulla di drammaticamente difficile, ma informazioni imprescindibili per dare un senso ai numeri del mercato del lavoro.

Con tutto ciò a mente, veniamo dunque alle cifre. Nel mese di Gennaio 2015, l’occupazione è cresciuta di 130 mila unità rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Detto così questo dato può dire poco o nulla, se non si rapporta, per esempio, alla popolazione di riferimento. Un numero assoluto è simile al Mississippi visto dalla riva: non ci si accorge certo della sua lunghezza, senza visualizzarlo su una mappa.  Certamente nell’ultimo trimestre vi è stata un’inversione di tendenza nel segno dei cambiamenti occupazionali mensili, che sono, da un punto di vista metodologico, l’unico indicatore congiunturale da considerare. Presentare cifre rispetto a un anno prima può, infatti, creare confusione. Il segno positivo è da salutare con ottimismo, ma dopo anni di lacrime per gli italiani sul mercato del lavoro, cerchiamo di non alimentare facili speranze o di non gettare, come spesso accade, fumo negli occhi dei cittadini.

Il grafico mostra i cambiamenti mensili in valore assoluto nell’occupazione totale negli ultimi 10 anni. Come si nota la doppia e grave recessione che ha colpito l’Italia prima nel 2008 e più tardi dalla fine del 2011 è ben visibile. Nei due periodi in questione si sono persi in media tra i 40mila e i 50mila occupati ogni mese. Nella parte finale del 2014 l’occupazione ha smesso di contrarsi, ma il ritmo di creazione è lontano da valori accettabili. Con valori vicini ai 15mila nuovi occupati al mese sperare che la disoccupazione possa essere riassorbita in un tempo non secolare è un’illusione. Si noti il periodo a cavallo fra 2005 e 2008: normalmente la nostra economia era in grado di espandersi a ritmi sufficienti a creare quasi 40mila occupati in più ogni mese. Il “momentum” come lo chiamano gli anglosassoni, non pare essere ancora dalla nostra parte.

Si ricordi, in più, che le forze lavoro, in un’economia con una popolazione che – seppur di poco – cresce, aumentano in modo meccanico, oltre che per eventuali cambiamenti nei tassi di partecipazione. Se il potenziale di crescita non permette di creare posti sufficienti ad assorbire le nuove forze lavoro, la disoccupazione aumenta. Il grafico sottostante mostra la relazione strutturale fra cambiamenti mensili nelle forze lavoro e il rispettivo aumento mensile dell’occupazione. Prendendo come riferimento l’intero campione, dal 2004, si nota come l’inclinazione della curva è inferiore ai 45 gradi (il coefficiente è 0.5), ovvero ogni mese un aumento di 100 unità nelle forze lavoro è associato a un aumento di 50 nell’occupazione. Nulla di cui stupirsi, dato che dal 2008 per 6 lunghi anni il mercato del lavoro ha arrancato: come detto la disoccupazione è, in effetti, più che duplicata.

Prendendo in considerazione solo gli anni 2013 e 2014 (in arancio e rosso nello scatterplot) si notano due fatti interessanti. Primo: nel 2013 l’inclinazione della retta di regressione è simile alla media storica, ma l’intercetta è negativa di ben 26 mila unità. Ciò significa che ogni mese in modo “fisso”, ovvero slegato dalla dinamica delle forze lavoro, nel 2013 si sono persi in media quasi 30mila posti di lavoro al mese. Il coefficiente è perciò una proxy del ciclo economico e non stupisce perciò che nel periodo considerato la disoccupazione sia salita bruscamente. Secondo fatto: nel 2014 l’intercetta è diventata lievemente positiva di 8mila: il ciclo economico non è più così sfavorevole, sebbene la crescita poderosa sia un’altra cosa. Come si nota, infatti, l’inclinazione è della retta rossa è ora più piatta: per ogni aumento delle forze lavoro la capacità di creare posti aggiuntivi si è degradata. Per un aumento di 100 mila unità nelle forze lavoro solo 20mila lavoratori aggiuntivi trovano un’occupazione: meno della metà della media storica. A cosa è dovuto? Ebbene questa misura d’efficienza del mercato del lavoro cattura il degradarsi della capacità di “combinare” lavoratori con competenze rese obsolete da un lungo periodo di disoccupazione e posti di lavoro disponibili. La lunga recessione è alle spalle, ma il conto salato sul mercato del lavoro è lontano dall’essere pagato: le cicatrici della disoccupazione e della mancanza prolungata di lavoro si faranno sentire a lungo.

Questa analisi è tra l’altro rafforzata da altri dati, questa volta in media annuale, pubblicati ieri da Istat: in tutto il 2014, solo 18 mila contratti aggiuntivi a tempo indeterminato creati. Le prospettive del mercato del lavoro, senza una crescita robusta, rimangono piuttosto negative: se ad aumentare è solo la precarietà, non si vede di cosa gioire. Aspettiamo con ansia i primi dati occupazionali a seguito delle nuove tutele del Jobs Act, che si spera curi l’atavica dualità del nostro mercato del lavoro, e cerchiamo di scollegare il ciclo della propaganda politica da quello della valutazione delle politiche economiche. Solo con più dati e più robusti si può sperare di spiumare i gufi, che ricordiamolo, hanno la vista più acuta di tordi e allocchi.

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