I nomi dell’Acquedotto di Puglia, che nasceva 100 anni fa

I nomi dell’Acquedotto di Puglia, che nasceva 100 anni fa

Condannati a morte per sete e malattia: da sempre la sorte del supplizio pendeva sul capo di tutti i pugliesi. Bisognava soltanto attendere il momento fatale. La rassegnazione alla morte era finanche più certa della morte stessa.

Ma il 24 aprile 1915, cento anni fa, finiva quell’attesa e pure lo scetticismo. Saliva al trono di Puglia il Re buono, l’Acquedotto pugliese. L’incoronazione avveniva con l’acqua della prima fontana, in piazza Umberto a Bari, e con essa sgorgava pure la grande amnistia. Morte condonata in vita.

Fu forse per questo, o almeno mi piace pensare così, che quando vollero dare una casa al Re costruirono una “reggia” in via Cognetti e la fecero decorare da un maestro d’arte come Duilio Cambellotti. Come si conviene a un palazzo reale.

Ora, non è che di fronte all’Acquedotto ci riscopriamo monarchici. Ma la metafora regale dà meglio l’idea del regalo. Del dono.

In realtà quel giorno tanto atteso, quel 24 aprile, era cominciato tanti anni prima. Forse sin da quando Orazio scrisse il suo verso più famoso e assetato: “sale al cielo l’afa della Puglia sitibonda”. Oppure, molto più concretamente, dall’intuizione di Camillo Rosalba: cambiare verso all’irpino fiume Sele, traslocando la sua foce dal mar Tirreno all’Adriatico. Sia come sia, è certo. La visione ingegneristica di Rosalba fu poi il progetto definitivo.

Dapprima fu smontata la Chiesa di Santa Maria della Sanità a Caposele per dare spazio ai zampilli della sorgente omonima

Dopo una lunga e estenuante battaglia parlamentare, tramandata dallo stentoreo «vengo dalla Puglia terra assetata di acqua e giustizia» di  Matteo Renato Imbriani, i lavori per la costruzione del grande Acquedotto cominciarono all’inizio del ‘900. Dapprima fu smontata la Chiesa di Santa Maria della Sanità a Caposele per dare spazio ai zampilli della sorgente omonima, così da convogliare le sue acque in una galleria costruita con ammirevole precisione, e poi dedicata a Giuseppe Pavoncelli. Percorrerla oggi, e lo può dire chi da questa esperienza fortunata è stato baciato, mette sgomento.

La tragedia del terremoto del 1980 è rappresentata dalla storia di Leone Cuozzo

Ogni metro percorso è una lacrima che riga senza pudore le guance. Soprattutto se si pensa alle storie che l’hanno accompagnata. Come quella accaduta nei frangenti immediatamente successivi al terribile terremoto del novembre 1980. Quel pomeriggio la sorgente era “esplosa” in portata, e della galleria si era sollevato l’arco rovescio e aperti fornelli in calotta. Gli acquedottisti accorsero, allora, per riportarla in funzione. Tra loro Leone Cuozzo; prima collaborò a rimetterla in sesto e, solo dopo, andò a cercare i tre figli di cui da ore non si avevano notizie. Li trovò tra le macerie di una casa crollata, a Lioni. Erano morti. E qualche giorno dopo anche lui, sopraffatto dal dolore, li raggiunse volontariamente. A Leone Cuozzo è stato dedicato di recente il nuovo potabilizzatore di Conza della Campania.

Ma la galleria non è che il primo tratto del “Canale principale”: così si chiama la grande condotta adduttrice che trasporta l’acqua da Caposele a Monte Fellone, nei pressi di Villa Castelli. Superato l’appennino e le sue geologiche insidie, infatti, la galleria cede il compito del vettore a numerosi ponti-canali e condotte in trincea. Sino al bivio idraulico di Venosa. Qui, nel paese di Orazio, tutto torna, il Canale si biforca: un capo parte per Foggia e l’altro per Bari.

Winston Churchill aveva progettato un’azione militare in Italia, battezzata “Colossus”, per colpire l’Acquedotto pugliese

Anche questo tratto, nell’ultimo secolo, non ha lesinato storie d’amore. Basta percorrere il ponte-canale sul Tràgino per farsi tornare alla mente Fortunato Picchi. Chi era? Winston Churchill aveva progettato un’azione militare in Italia, l’operazione fu battezzata “Colossus”. Il colosso era appunto l’Acquedotto pugliese. Lo scopo era far saltare il ponte-canale Tràgino, così da ridurre alla sete la Puglia e fiaccare il morale dei pugliesi, e assieme la resistenza delle milizie italiane. Picchi, antifascista andato esule in Inghilterra, si arruolò nella truppa avio trasportata, formata per l’occasione dal Primo ministro inglese. La missione fallì e Picchi, arrestato e processato, fu fucilato come traditore a Forte Bravetta; non prima di aver scritto a sua madre che «di morire non mi importa gran cosa».

La missione fallì e Picchi, arrestato e processato, fu fucilato come traditore a Forte Bravetta

Ma torniamo a Venosa, direzione Bari. Di lì altri chilometri, dei complessivi 250 circa, misurano l’epopea. Metri e metri di canale con un unico particolare: la pendenza sempre uguale, da Caposele a Villa Castelli. E l’acqua scorre solo con l’aiuto della gravità. Fantastico. Anche per realizzare questo tratto non mancò il dolore. Era il 1910: cinque operai di Minervino Murge ed uno di Andria erano a lavoro. Una mina esplose e loro trovarono la morte. All’ingresso del nuovo serbatoio di Gioia del Colle è inciso su una targa il ricordo.

L’Acquedotto pugliese, bisogna sempre ricordarlo, non è solo storia epica di tecnici laureati o col titolo accademico, oppure di politici illuminati i cui nomi campeggiano nella toponomastica. L’Acquedotto è soprattutto migliaia di uomini sconosciuti al grande pubblico. Così questo serpentone idraulico consentì l’apertura della fontana a Bari in quel sabato d’aprile del 1915. Ma quella data è solo un simbolo.

Altri anni passarono per completare il “monumento” pugliese alla Vita. E il regime fascista ci mise del suo, detto con antifascista onestà. Ulteriori cento chilometri da Oria fino al Salento, per fare del Grande sifone leccese il prolungamento del Canale principale. Le opere terminarono nel 1939, con l’inaugurazione della Cascata monumentale di Leuca. Opera di rara bellezza, costruita per celebrare la fine della grande impresa. All’evento doveva partecipare Mussolini, ma all’ultimo momento declinò. In sua vece arrivò Bottai, ministro dell’educazione nazionale, a scoprire la targa ricordo nel XVII del regime.

Ulteriori cento chilometri da Oria fino al Salento, per fare del Grande sifone leccese il prolungamento del Canale principale. Le opere terminarono nel 1939

Quella data segna però solo la fine della prima fase. Nella seconda fase l’impegno a realizzare la fogna. Acqua e fogna: la strana coppia sale all’altare. Non c’è verso senza retro, come non c’è moneta senza le due facce. Acquedotto pugliese di oggi, infatti, non è solo l’acqua e i suoi oltre 20.000 chilometri di rete idrica. Aqp è anche i suoi oltre 10mila chilometri di fogna e i suoi quasi 200 depuratori.

La fogna e i liquami sono materie rimosse. Già solo parlarne mette ribrezzo, e quando proprio non si può fare a meno di considerarle, sembra che non riguardino la fisiologia umana, ma quella di esseri insediati ben oltre il sistema solare. La fogna, invece, parla di noi al pari dell’acqua. Parla della qualità della nostra salute e del nostro ambiente. Ancora oggi, in qualche comune della Puglia, si combattono battaglie di presunta civiltà per impedire il completamento del nostro sistema fognario e la piena funzionalità di tutti i depuratori. La garanzia sulla salubrità del suolo e del mare. Sì, esatto. Anche del nostro mare.

La fogna è certamente meno romanzabile dell’acqua. Ovviamente. Di maggiore successo e ben più facile si rivela invece impressionare su tela l’acqua e le imprese compiute per imprigionarla. Anche negli anni successivi alla conclusione del secondo conflitto mondiale. A quando, cioé, l’acqua del Sele non fu più sufficiente a colmare la sempre più crescente domanda, e perciò altri acquedotti ed altri schemi idraulici furono realizzati e connessi con l’opera storica del Canale principale. A cominciare dall’opera di adduzione dal gruppo sorgentizio del Calore, per poi passare agli schemi idraulici del Fortore, del Locone, del Sinni-Pertusillo e dell’Ofanto. Cito a memoria.

La storia recente del Canale principale è legata ad un incompiuta. Troppi sprechi e scempi si sono abbattuti, come una maledizione, su quest’opera

Decine e decine di opere, grandi e piccole, che fanno l’Acquedotto così come lo conosciamo oggi. Ma su tutte “vigila” ancora il Canale principale, la spina dorsale dell’Acquedotto, ed in particolare l’arzilla e acciaccata vecchietta della Galleria Pavoncelli. La sua storia recente è legata ad un incompiuta. Oggi sembra che tutto si stia mettendo per il meglio. Ma è bene bisbigliare questo minimo di soddisfazione. Troppi sprechi e scempi si sono abbattuti, come una maledizione, su quest’opera.

Sin dalla metà del 1980, infatti, è in corso la realizzazione della Galleria Pavoncelli bis. Un’opera idraulica di raddoppio della vecchia galleria, per consentire l’alternarsi dell’esercizio e così favorire la realizzazione delle opere di manutenzione, senza aumento della portata di acqua prelevata dalle sorgenti. Detto con tutti gli scongiuri del caso, un anno ancora o poco più, e tutto dovrebbe essere pronto.

Il numero delle incompiute e delle occasioni mancate è di molto inferiore a quelle compiute e agli appuntamenti rispettati

Il numero delle incompiute e delle occasioni mancate è però di molto inferiore a quelle compiute e agli appuntamenti rispettati. E di questo va dato merito a tutti gli amministratori di Acquedotto, anche a quelli caduti nella dannazione dell’oblio. Certo, la cattiva notizia si imprime nella mente molto più della buona. È umano, e non c’è bisogno di gridare al complotto apocalittico.

Si pensi che sulla cattiva notizia si alimenta ancora il detto più antico, noto e farlocco che accompagna l’Acquedotto pugliese da parecchi lustri. E cioè che abbia dato più da mangiare che da bere.

Il detto più noto è che l’acquedotto abbia dato più da mangiare che da bere. La frase di Salvemini era riferita ai genovesi

In realtà non andò proprio così. In originale il detto è «l’Acquedotto sta dando più da mangiare ai genovesi che da bere ai pugliesi». Fu pronunciato nel Consiglio provinciale di Bari da Gaetano Salvemini per denunciare ritardi e ingiustizie nella realizzazione del Canale principale dell’Acquedotto. La società costruttrice era l’anonima Ercole Antico di Genova, appunto. Si era aggiudicata l’appalto con modalità che, se ripetute oggi, porterebbero direttamente a Guantanamo i responsabili dell’impresa e i politici. Con l’originale di quel detto, Salvemini denunciava l’abitudine dell’impresa a ricorrere alla manovalanza genovese per la realizzazione e l’accomodamento dei materiali necessari alla costruzione dell’opera. Da meridionalista, insomma, lamentava lo sfruttamento e l’impoverimento delle risorse meridionali per mano dei settentrionali.

Con un fare disinvolto e paradossale è accaduto dunque che quel detto, arrangiato dall’originale da Mario Missiroli, si sia trasformato da orgoglioso atto di denuncia meridionale a compiaciuta e masochistica autocritica. In occasione dell’anniversario sarebbe il caso di mettere finalmente a posto anche un po’ di storia e recuperare un minimo di fierezza. Di amor proprio. Quello stesso che servirà nei prossimi mesi per proiettare l’Acquedotto pugliese nei prossimi decenni. O almeno così si spera.

Ciò che conta, in ogni caso, è che in futuro l’Acquedotto pugliese, soggetto pubblico, continui a mantenere la gestione del servizio

In questo senso c’è la necessità di trovare un rimedio alla prossima scadenza del 31 dicembre 2018 della concessione per la gestione del servizio idrico. Pena la dissolvenza di questa esperienza pubblica senza pari al mondo, in un settore essenziale per la vita. Un intervento del Parlamento nazionale sarebbe la cosa migliore. In alternativa c’è lo spazio per assicurarsi il risultato con un po’ di creatività amministrativa. E all’occasione la cessione di Aqp dalla Regione ai comuni sarebbe una strada percorribile, così come si architettò, concludendo qualche anno fa la brillante operazione finanziaria di acquisizione da parte della Puglia delle azioni Aqp, di proprietà della Regione Basilicata.

Ciò che conta, in ogni caso, è che in futuro l’Acquedotto pugliese, soggetto pubblico, continui a mantenere la gestione del servizio. Altrimenti a nulla sarà valsa la celebrazione centenaria e soprattutto le parole che campeggiano all’ingresso delle sorgenti di Caposele: «avremmo dato tutto / per ottenere una fonte / ci bastò semplicemente chiedere / e dalla generosità di Caposele / sgorgò la nostra Pirene».

Sono incise su una lastra di marmo scoperta il 6 luglio 2012. Quel giorno la Puglia si riconciliò con Caposele. Da questa piccolissima città dell’Irpinia veniva il nostro Re buono. Quello che si affacciò per la prima volta a Bari il 24 aprile 1915.

* Consigliere regionale della Puglia e componente del Gruppo direttivo del Comitato Europeo Innovazione sull’acqua (E.I.P. on water), ex presidente dell’Autorità di bacino della Puglia 

Bibliografia essenziale per chi voglia saperne di più:

Achille Cusani, Il grande sifone del salento, Gius. Laterza & figli, 1928;

Vincenzo Caruso, Compendiario sugli acquedotti pugliesi e lucani, Liantanio, Palo del colle, 1976;

Luigi Masella, Acquedotto Pugliese, Franco Angeli, 1995;

Michele Viterbo, La Puglia e il suo Acquedotto, Laterza, 2010;

F. Amati – G. Brescia, Nel segno dell’acqua, Laterza, 2011.