Mani Pulite, la fine dell’impunità in Parlamento

Mani Pulite, la fine dell’impunità in Parlamento

Gli ultimi due episodi di 1992, la serie di Sky dedicata a Tangentopoli, ruotano intorno al tema dell’immunità parlamentare. Nel novembre 1993, Gaetano Nobile, il deputato democristiano vicino di casa del leghista Pietro Bosco, viene coinvolto nell’inchiesta di Mani Pulite a seguito delle rivelazioni di un compagno di partito. La Camera dovrà decidere il suo destino, approvando o respingendo la richiesta di autorizzazione a procedere emessa dalla magistratura.

Di lì a un anno, casi come quello di Nobile sarebbero diventati rari. La riforma dell’immunità parlamentare approvata nell’ottobre 1993, infatti, permise alla magistratura di indagare i parlamentari senza più richiedere l’autorizzazione del parlamento.

La riforma dell’immunità fu un’altra delle conseguenze di Mani Pulite. Prima del 1993, i parlamentari italiani godevano di un’immunità molto ampia dalle azioni giudiziari. Anche l’esecuzione di una condanna passata in giudicato, per esempio, richiedeva l’autorizzazione del parlamento. Dopo il 1993, l’autorizzazione divenne necessaria solo per gli arresti, le perquisizioni e le intercettazioni di parlamentari. Ancora una volta, fu la combinazione di inchieste giudiziarie, copertura mediatica e pressione dell’opinione pubblica a provocare il cambiamento.

L’immunità parlamentare ha una lunga storia nell’ordinamento italiano. Il principio per cui, per avviare un procedimento penale nei confronti un parlamentare, sia necessaria l’autorizzazione della sua camera di appartenenza, passò dalle costituzioni francesi di età rivoluzionaria allo Statuto Albertino, e restò in vigore sotto la monarchia sabauda. In un’epoca in cui la magistratura rappresentava le classi e le tendenze più conservatrici, la norma serviva a difendere i parlamentari da pressioni, intimidazioni e indagini motivate da scopi politici. Dopo il ventennio fascista, in cui la magistratura si era dimostrata sottomessa al potere esecutivo, l’Assemblea Costituente vide nell’immunità parlamentare il pilastro di uno stato nuovamente liberale e democratico.

In forme diverse, l’immunità parlamentare è comune a molte democrazie, dal Brasile alla Francia, dalla Turchia alla Spagna. In Italia, però, si passò dall’immunità alla quasi impunità dei parlamentari. Il grafico sottostante mostra con quale frequenza la Camera dei Deputati abbia concesso l’autorizzazione a procedere dal 1976 al 1994, escludendo i reati “minori” come diffamazione e calunnia. [1]

Negli anni Ottanta, la maggior parte delle richieste – generalmente riguardanti membri di Dc e Psi – venivano respinte. Meno del 20% delle richieste vennero approvate nella legislatura precedente a Mani Pulite. [2] In questo modo, oltre a insabbiare inchieste potenzialmente “pericolose”, i partiti di governo evitarono che il sistema di corruzione e contributi illeciti sviluppatosi nel corso degli anni (come descritto qui) venisse alla luce.

Fonte: Atti parlamentari

Anche in questo campo, gli anni di Tangentopoli rappresentarono una svolta. Nel corso dell’undicesima legislatura (1992-1994), il cui inizio coincise di fatto con l’avvio di Mani Pulite, la Camera approvò il 56% delle richieste di autorizzazione a procedere. Anche se la percentuale potrebbe ancora sembrare bassa in termini assoluti, si trattò di un aumento notevole rispetto alle legislature precedenti. Uno studio statistico del periodo 1992-1994 ha dimostrato che il tasso di approvazione non dipendeva dalla gravità del reato, e che i parlamentari più influenti avevano comunque più probabilità di “salvarsi” rispetto ai peones appena entrati in parlamento. [3]

Nel complesso, però, i partiti di governo avevano cambiato atteggiamento rispetto alle indagini della magistratura. Nell’ottobre 1993, come detto, approvarono infine la riforma dell’immunità.

Come si spiega questo cambio di tendenza? In mancanza di dati certi, si possono fare alcune supposizioni. La portata eccezionale di Mani Pulite e delle altre inchieste di quegli anni (di cui ho parlato qui) potrebbe aver fatto crollare gli equilibri e le connivenze interne ai partiti di governo. Questi ultimi, fortemente indeboliti, non riuscirono più a imporre la disciplina di partito sul voto alle autorizzazioni.

Quando divenne chiaro che il sistema sarebbe crollato, le rivalità personali e politiche all’interno del Psi e della Dc vennero a galla, provocando defezioni e “tradimenti” al momento del voto, mentre i partiti di opposizione votarono sistematicamente per la concessione delle autorizzazioni, a volte senza considerare i meriti del caso – tutte dinamiche illustrate dalla puntata di ieri sera.

L’altro fattore fondamentale fu la pressione dei media, dell’opinione pubblica, e dei partiti di opposizione. Ben prima che l’inchiesta di Mani Pulite toccasse l’apice, la stampa aveva fatto della corruzione il tema dominante del dibattito pubblico. Indipendentemente dai casi specifici, i giornali denunciavano l’immunità come il privilegio di una classe politica intoccabile e al di sopra della legge. Le proteste di semplici cittadini e partiti di opposizione si concentrarono così, oltre che sui fatti di corruzione, sulla possibilità per i parlamentari di bloccare le indagini.

Quando, il 29 aprile 1993, la Camera dei deputati negò l’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi, la stampa denunciò un nuovo scandalo, i partiti di opposizione – MSI, Lega, e PDS – organizzarono proteste, e il PDS arrivò addirittura a ritirare i propri ministri dal governo Ciampi appena insediato. A margine di queste proteste, una folla inferocita attese Craxi all’uscita dell’Hotel Raphael a Roma e gli lanciò le famose monetine.

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Pur con i suoi limiti e i suoi eccessi, Mani Pulite ebbe il merito di aprire il dibattito sull’immunità parlamentare, che aveva perso la sua funzione originaria e si era trasformata in quasi-impunità. Se anche, come spesso si sente dire, Mani Pulite non ha intaccato la propensione alla corruzione e al malaffare, ha almeno portato ad una riforma istituzionale che contempera la necessità di vigilare sull’operato della classe politica con un certo grado di autonomia del potere legislativo rispetto al giudiziario.

Le altre puntate del nostro dossier dedicato a Mani Pulite:

1 Dati sulle richieste di autorizzazione a procedere inviate alla Camera dei Deputati, escludendo reati di diffamazione, calunnia, ingiuria etc. Fonte: Atti della Camera dei Deputati, in Golden, Miriam A., Dataset on Parliamentary Malfeasance, Chamber of Deputies, Republic of Italy, Legislatures I-XI (1948-94). N.p., 2007 (http://thedata.harvard.edu/dvn/dv/golden).

2 Usando una metodologia diversa, altri studi riportano percentuali intorno al 15% negli anni Sessanta-Settanta, e del 21% fra il 1983 e 1987 (Cazzola, Franco. Della corruzione: Fisiologia e patologia di un sistema politico. Soc. Ed. Il Mulino, 1988, p. 113).

3 Ricolfi, Luca. L’ultimo Parlamento: Sulla fine della Prima Repubblica. Nuova Italia Scientifica, 1993, pp. 91-100.