Morire giovani, esistere per sempre

Morire giovani, esistere per sempre

Doug Kenney è svanito nel nulla il 27 agosto del 1980, lo hanno ritrovato in fondo a quello che chiamano il “Gran Canyon” di Kuai, Hawaii, qualche giorno dopo. «Scivolato tragicamente mentre cercava un posto da cui suicidarsi con dignità», ha commentato qualcuno che lo conosceva bene, senza risparmiarsi la stessa ironia nera che era stata il motore della comicità di Kenney, la linfa che lo aveva alimentato per i primi dieci anni di pubblicazioni della rivista che aveva fondato ad Harvard assieme a Henry Beard e Bob Hoffman.

I corridoi della redazione di National Lampoon, tra fiumi di alcol, montagne di erba e chili di cocaina, in uno spirito distruttivo e paradossalmente funzionale hanno partorito alcuni dei geni comici più produttivi e prolifici della storia dello spettacolo, hanno visto nascere la Radio Hour — di cui scrivevamo qui — dalle rovine di un litigio furioso e capolavori come Animal House e Caddyshack da un trip d’acido. Hanno riempito pagine di battute irrispettose, vignette spudorate, racconti senza ritegno e del tutto distanti dal comune senso del pudore. Sesso, nazismo, razzismo, maschilismo e moltissime donne nude accompagnate al rifiuto delle istituzioni e a una satira così fine e intelligente da risultare impossibile da arginare senza cadere nella trappola della libertà di espressione. Se esiste un’immagine univoca in grado di racchiudere la disillusione degli anni Settanta, è probabilmente nella sfilza di talenti interrotti che hanno caratterizzato la storia di National Lampoon, a partire dalla matrice: Doug Kenney, il primo a puntare il dito sulle rovine di un decennio.

Quando il 7 gennaio del 2015 alcuni estremisti islamici hanno fatto irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi, il mondo si è appropriato della parola “satira”. Nei giorni successivi tutti i cittadini rispettabili hanno aspettato con trepidazione il nuovo numero di una rivista che non sapevano cosa contenesse, né come avesse fatto a fare arrabbiare tanto una falange religiosa da indurla a un gesto di violenza estrema e incontrollata — non il primo, nemmeno l’ultimo. Hanno letto e si sono spaventati, si sono scandalizzati, ma in silenzio, fingendo che andasse tutto bene e impilando i loro numeri di Charlie in un posto dove non sarà più necessario aprirli. National Lampoon non ha mai preso di mira gli islamici — erano altri tempi, c’erano altri bersagli — ma ha generato altrettanto odio, astio e violenza. Ha scherzato sui morti illustri, sull’omosessualità, sul cristianesimo, (moltissimo) sull’ebraismo, sulla guerra in Vietnam e su quella in Corea, su tutti i presidenti che l’hanno vista pubblicata, sul medio-oriente, su Che Guevara e sulla società bigotta americana. «Quello che facevamo era bere tantissimo, fare festa, svenire, svegliarci il mattino dopo e scrivere il pezzo. Così avevamo un numero nuovo al mese», dice Henry Beard nel documentario Drunk, Stoned, Brilliant, Dead — di Douglas Tirola, presentato in questi giorni al Tribeca Film Festival. «Eravamo veramente così, non lo facevamo apposta». Quando il senatore Ted Kennedy ha abbandonato a morte certa la sua assistente, fuggendo a nuoto mentre l’auto su cui viaggiavano colava a picco nelle acque alte di un canale artificiale, procurandosi una condanna per omissione di soccorso, la redazione ha deciso di pubblicare una falsa pubblicità della VolksWagen in cui appariva un Maggiolino galleggiante e il motto: “Se Ted Kennedy avesse guidato una VW, adesso sarebbe presidente”. Una delle idee dell’alcolista cocainomane geniale Kenney, e nemmeno la peggiore.

«Quello che facevamo era bere tantissimo, fare festa, svenire, svegliarci il mattino dopo e scrivere il pezzo. Così avevamo un numero nuovo al mese»

«Scompariva per qualche giorno, poi entrava in ufficio con l’aria di chi non ha fatto altro che bere, sbatteva qualche foglio sul tavolo e diceva: “Ho un’idea!”. E noi generalmente morivamo di paura», racconta Peter Kleinman, uno dei primi art director della rivista. «Ed erano tutte cose estremamente oltraggiose: una pila di bambini uccisi a My Lai, un cane al forno con una mela in bocca, servito da una bellissima casalinga a un bambino sorridente (la didascalia dice: “Datemi una copertina con una bella ragazza, un cane o un bambino e io vi darò una rivista che vende”, ndr), Van Gogh con l’orecchio e una banana in mano. Terribili, ma geniali». Il punto che Kenney aveva fatto della vita, era camminare sempre a un passo dallo scalpore, spingendo sull’acceleratore finché poteva e spremendo l’ispirazione finché le idee continuavano a uscire. Così è nato il numero speciale che parodiava un annuario scolastico, pieno di assassini, pervertiti e ragazze “facili”, che una volta fatto il passo verso il cinema avrebbe dato alla luce l’idea di Animal House, inaugurando un filone tanto becero quanto grandioso e regalando al mondo un altro talento interrotto: quello di John Belushi.

Belushi aveva cominciato a frequentare National Lampoon assieme a un gruppo di attori scalmanati e incontenibili — tra cui Chevy Chase, Dan Aykroyd e Harold Ramis — che erano stati scelti per animare la Radio Hour. «Facevano tutto da soli», racconta nel documentario di Tirola Brian McConnachie, che avrebbe dovuto dirigere il cast. «Un giorno, dopo che avevo dato qualche indicazione di interpretazione, tutti si sono fermati e hanno cominciato a fissarmi in silenzio. Bill Murray, con quella sua espressione affabile, è venuto di fianco a me e ha preso a picchiettarmi sulla spalla dicendo, “Sì, Brian. Certo, Brian”, e piano piano mi ha accompagnato fuori dalla porta. Non ho più provato a dirgli niente». Belushi era il capocomico, l’equivalente per la parte recitativa di Kenney per la parte editoriale. Non si risparmiava nulla, durante la sua interpretazione di Joe Cocker nello speciale teatrale National Lampoon’s Lemmings si contorceva come un indemoniato, portava la voce a un livello tale di raucedine da lasciar credere al pubblico che non l’avrebbe mai ripresa completamente. Stramazzava a terra e ogni volta sembrava che non dovesse rialzarsi, ma poi piano piano si arrampicava lungo l’asta del microfono, sudato fradicio, e riprendeva come se niente fosse.

Kenney, a metà degli anni Settanta, era già un passo oltre il limite della sua lucidità, Belushi si affacciava per la prima volta sul lato oscuro degli eccessi. Entrambi avrebbero dato tutto nel giro di pochi anni, condividendo lo stesso spirito di ribellione disperata, dichiaratamente senza speranza, che ammantava la fine dell’epoca d’oro del rock e uno degli apici della comicità americana. I talenti interrotti sono come parabole che salgono con fatica, impiegando tutta l’energia che hanno a disposizione per arrivare al loro punto di rottura, e poi si lasciano andare nell’insensata caduta, impotenti. Quando Kenney ha deciso di aver finito le cartucce, non aveva alcuna alternativa: poco importa che per lui il momento sia arrivato a trentatré anni, così come per Belushi, mentre per un sopravvissuto come Robin Williams a sessantatré. Trent’anni non fanno la differenza quando si lascia che a decidere sia la forza di inerzia.

Dopo la morte di Kenney, National Lampoon ha continuato a esistere per circa vent’anni, ma la sensazione è che avesse perso il suo spirito guida. Chiassoso, incontenibile, spavaldo e volgare. Beard aveva già riscosso parte del compenso di acquisto pattuito con l’editore e aveva lasciato il suo ufficio di condirettore nel 1975. Molti dei vignettisti originali e dei redattori avevano continuato per altre strade e l’eredità putativa era rimasta nelle mani degli attori che avevano incarnato la seconda giovinezza della rivista: Belushi, Chevy Chase, Gilda Radner — anche lei un enorme talento interrotto, ma indipendentemente dalla sua volontà —, Murray. Ne avrebbero lasciata un po’ a New York, negli studi della NBC dove avevano inaugurato il Saturday Night Live, e un po’ a Hollywood. C’è una copertina che incarna più di tutte lo spirito dei primi tempi. Raffigura un cane che osserva preoccupato un revolver che qualcuno gli punta alla testa. La didascalia dice: “Se non comprate la rivista, uccideremo questo cane”. O tutto o niente, così come doveva essere.