Renzi rilegga La Pira, per cambiare verso all’Italia

Renzi rilegga La Pira, per cambiare verso all’Italia

«Marxista bianco».  è la definizione che Riccardo Puglisi, consigliere economico di Italia Unica, il neonato partito di Corrado Passera, ha dato di Matteo Renzi nel corso di un acceso e interessante OpenTalk de Linkiesta, che lo ha visto battagliare con Tommaso Nannicini, economista di riferimento a Palazzo Chigi. Il riferimento esplicito di tale denominazione è Giorgio La Pira, a cui lo stesso Renzi ha dedicato la propria tesi di laurea. Puglisi ha attribuito tale qualifica a Matteo Renzi per quello che a suo parere è un tratto eccessivamente interventista nelle varie crisi industriali che hanno punteggiato questo primo anno di governo. E ha ricordato la vicenda del Nuovo Pignone, quando La Pira, per l’appunto, nell’ormai lontano 1953, convinse l’amico Enrico Mattei a rilevare la società fiorentina in crisi dalla Snia Viscosa. 

Mentre La Pira riuscì a mantenerne la sede del Nuovo Pignone a Firenze, da gennaio 2014 il quartier generale di General Electrics Oil&Gas è stato spostato a Londra

Il paradosso della definizione di Puglisi è che per criticare Renzi gli ha fatto un grande complimento: la vicenda Nuovo Pignone, nata da un salvataggio pubblico, è forse una delle più belle storie di politica industriale del secondo dopoguerra e un politico che non voglia essere associato a Giorgio La Pira andrebbe cercato con il lanternino. Il problema è un altro, semmai: mentre La Pira intervenne per salvare la Nuovo Pignone e riuscì a mantenerne la sede a Firenze, da gennaio 2014 il quartier generale di General Electrics Oil&Gas, ospitato sino ad allora presso lo stabilimento della Nuovo Pignone, è stato spostato a Londra. La giustificazione data dal Presidente della società fiorentina Massimo Messeri è eloquente: «Il baricentro economico di General Electric sarà trasferito a Londra per razionalizzare la governance di una società che si è ingrandita moltissimo, che per un certo periodo di tempo, per la sua crescita, si è potuta identificare col Nuovo Pignone, ma che dopo le acquisizioni degli ultimi tre, quattro anni ha un baricentro che non ha più senso stia a Firenze». 

La giustificazione è risibile: dire che si sposta la sede a Londra — luogo in cui le tasse sulle società sono molto più basse che in Italia — per «razionalizzare la governance» è come dire che Amazon o Apple o Google abbiano scelto di trasferire la loro sede in Lussemburgo o Irlanda per via della dimensione della città o per il numero di collegamenti aerei.

Intendiamoci: quello del deflusso senza sosta di grandi società italiane che hanno spostato la sede all’estero è un problema che va avanti da vent’anni. Tuttavia, va rimarcato anche che in questo primo anno di governo Renzi — novello LaPira, secondo Puglisi — si sono verificati alcuni casi eclatanti. Ne cito tre: se n’è andata a Londra la Fiat, l’azienda italiana per eccellenza, e più recentemente la Ferrari, in Olanda, mentre la GTech, la ex-Lottomatica — che mantiene però la concessione sui giochi d’azzardo! — si è quotata il 7 aprile 2015 alla borsa americana. Forse siamo noi a essere malfidenti, ma crediamo che presto anche la proprietà e le sedi centrali delle banche popolari saranno pronte a prendere la via di qualche capitale europea, abbandonando la ricche province del Nord Italia in cui sono nate un centinaio di anni fa. Giusto il tempo di ricapitalizzare e di chiudere l’incertezza legale relativa ai potenziali ricorsi alla Corte Costituzionale.

«Dietro l’angolo non c’è l’uscita dall’Europa, ma il rischio di diventare una Disneyland al suo servizio»

Non ce ne voglia Puglisi, ma se c’è una cosa che Renzi dovrebbe fare, dovrebbe essere quella di rispolverare la tesi di laurea e rileggersi gli insegnamenti di La Pira. Come pensiamo di formare una classe dirigente all’altezza di competere sul mercato globale se perdiamo tutte le sedi delle nostre grandi aziende? Giuliano Amato, nel 1992, scrisse un bellissimo discorso d’insediamento del suo governo, in cui profeticamente disse: «Dietro l’angolo non c’è l’uscita dall’Europa, ma il rischio di diventare una Disneyland al suo servizio».  Sono passati 20 anni da quel discorso e non solo tale rischio è diventato realtà, ma sembra quasi che sia diventato una ineluttabile strategia industriale per “salvare” l’Italia. 

Cosa fare per cambiare veramente verso? Il ritorno all’agricoltura, la bellezza, il turismo lasciamoli agli slogan dell’Expo. La prima cosa è quella di ripensare la strategia nei confronti dell’Europa e spingere non per una maggiore flessibilità di bilancio, che tanto è temporanea e serve a poco o nulla, ma per una riforma strutturale a partire dal tema della tassazione dei fattori produttivi più mobili. Dei capitali, tanto per essere chiari.

Se il capitale è perfettamente mobile, è evidente che la tassazione del reddito d’impresa debba essere uniforme nei paesi europei

Cancellare le forme di competizione e distorsione fiscale è il primo passo da fare per contrastare il crollo della fiducia dei cittadini nella correttezza delle istituzioni europee. Se il capitale è perfettamente mobile, è evidente che la tassazione del reddito d’impresa debba essere uniforme nei paesi europei. La base imponibile deve essere omogenea e le aliquote base devono essere comuni, con l’obiettivo di realizzare una sorta di sistema “federale” rispetto al quale i singoli Stati possono aggiungere, ma non sottrarre. Come insegna la teoria economica, le tasse non devono distorcere le scelte economiche degli agenti. L’Europa, con i suoi paradisi fiscali, è il più grande esperimento di distorsione fiscale che l’umanità abbia mai sperimentato e i risultati — purtroppo per noi — sono sotto gli occhi di tutti.

Postilla: non ho menzionato Pirelli o Alitalia nella lista delle “perdite”, perché ritengo questi sono esempi positivi di come il capitale straniero può rafforzare una grande azienda italiana senza impoverire il nostro Paese. Il governo deve garantire ai nuovi azionisti stranieri le condizioni necessarie perché l’Italia possa rappresentare una piattaforma competitiva di accesso al grande mercato unico europeo. Se Milano diventasse per la Cina quello che Londra è stata per gli arabi e i russi, forse riusciremmo a smentire la profezia di Amato. E a cambiare, finalmente, verso.

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