Boicottaggio dei test Invalsi: perché valutare gli studenti è necessario

L’intervista

Le scuole, o meglio alcuni alunni e professori, sono da alcuni giorni in protesta contro la riforma della scuola presentata in Parlamento del governo Renzi. È cronaca di questi giorni il boicottaggio dei test Invalsi, spesso rivendicato alla stregua di diritto sindacale, come si può, per esempio, leggere in questo post di una professoressa sul Fatto Quotidiano

Ciò che emerge è soprattutto che il dibattito italiano soffra di una certa tendenza alla mistificazione, guarda caso, che non è supportata da dati fattuali. L’empirismo non è certo fra le grandi qualità che contraddistinguono il nostro comune sentire. Eppure le informazioni che si possono estrarre da questi dataset individuali oltrepassano di gran lunga i costi, e soprattutto dovrebbero essere intesi dalle scuole stesse come uno strumento per migliorare la qualità della loro offerta formativa. Da che mondo è mondo avere più dati, applicare il metodo scientifico, è considerato un valore aggiunto nel processo organizzativo e decisionale, non come una minaccia.

Lo spauracchio spesso sollevato nei dibattiti, secondo il quale questa “degenerazione numerica” del test porterebbe a focalizzarsi su aspetti marginali o non coglierebbe l’eterogeneità dei risultati della formazione scolastica, non tiene in minimo conto delle tecniche statistiche che al limite possono aiutare a risolvere tali problemi. È chiaro il sentimento anti-matematico spesso insito in tali critiche. È forse una reazione indiretta al risultato di un simile test sulla popolazione adulta, mostrato nel grafico, e che vede non brillare i nostri concittadini nelle competenze numeriche? 

Non si tiene, per di più, in considerazione che le misure cercano in un modo verificabile, riproducibile e standard, ovvero a quello che si conosce come almeno vicino al metodo scientifico solitamente inteso, di catturare aspetti della comprensione e dell’utilizzazione delle informazioni, per esempio tramite problemi di logica matematica. Tutti possono dare un’occhiata, e farsi un’idea giudicando dai test normalmente utilizzati per PISA.

Non si capisce dunque questa rage against the test, soprattutto in un contesto italiano dove questo strumento è lontano dall’essere capillarmente usato o “abusato” come accade negli Stati Uniti, dove la polemica contro la “mania del test” non è di certo assente dal dibattito né accademico né più prettamente politico. Se utilizzati con intelligenza e per analizzare alcuni aspetti, di certo non tutti, delle conoscenze degli studenti, hanno di certo la potenzialità di migliorare e adattare le offerte didattiche, mettendo a nudo carenze, sollevando problemi cui solo la statistica applicata ai dati può cercare di dare una risposta non “aneddotica”. Ci rendiamo conto che le più grandi innovazioni moderne sono data-driven? Non costa molto, basta vedere la capitalizzazione delle grandi compagnie dei dati americani. Vogliamo gettare un’opportunità in una sorta di moderno luddismo

Ciò che colpisce nel boicottaggio è piuttosto che i professori stessi non capiscano che quella scelta è la forma peggiore per instaurare un rapporto politico, perché di questo si tratta, con il governo, come mezzo di pressione per “negoziare” sulla riforma. È gravissimo, lede la credibilità del sistema, è al limite dell’accettabilità delle azioni sindacali. Un conto è discutere di metodi, di psicometria e altri dettagli tecnici di valutazione. Un altro fare i barricaderi mistificando spesso la realtà fattuale. 

La Buona Scuola di Renzi è, semmai, da criticare dal lato opposto: sono poche le risorse finanziarie e le misure destinate alla valutazione e al merito. Però capiamo anche che, se una parte delle scuole è completamente avulso dalla realtà al punto da non capire che lo status quo è inaccettabile, qualsiasi buona intenzione dovrà alla fin fine essere sacrificata e si dovrà procedere escludendo i boicottatori da qualsiasi ipotesi di trattativa o ascolto. Di certo, non sono la Buona Scuola. 

*Statistico-Data analyst. Lavora nella divisione di analisi del mercato e delle politiche del lavoro dell’OCSE