Dalla crisi economica al terremoto, i “prepper” sono pronti a tutto

Dalla crisi economica al terremoto, i “prepper” sono pronti a tutto

Magari non avete mai sentito la parola prepper ma l’idea l’avete incontrata di sicuro. Nell’immaginario collettivo, i prepper sono quelle persone che si preparano per ogni tipo di improbabile catastrofe: dalla guerra nucleare all’epidemia di ebola. L’idea arriva dagli Stati Uniti, dove alcune persone hanno davvero bunker sotterranei pieni di provviste e armi per far fronte a un improbabile inverno atomico. Ma nella maggior parte dei casi, le cose sono un po’ diverse. I prepper sono soprattutto cittadini che riconoscono di vivere in una società sempre più complessa e che sempre meno si prende cura di loro, mettendo in gioco una grossa dose di buon senso.

Marco Crotta è il fondatore del sito prepper.it, uno dei punti di riferimento dei prepper italiani. Ci siamo fatti raccontare da lui chi sono i prepper oggi, a cosa si preparano e come ragionano.

Da dove nasce il fenomeno dei prepper?
Di solito si pensa che i primi prepper siano stati gli statunitensi durante la guerra fredda ma in realtà i primi sono stati quelli dell’Europa del Nord: svedesi e norvegesi. La causa però è la stessa. Loro, invece dell’atomica, avevano paura di essere tra le prime nazioni invase o che avrebbero subito delle ritorsioni. La cosa è iniziata lì e poi si è spostata velocemente anche negli Stati Uniti. Ed è lì che si è sviluppato, sempre in ottica di guerra nucleare. Quindi razioni, maschere antigas e bunker.

Negli ultimi dieci anni il fenomeno è fiorito in modo diverso, anche grazie al contribuito di internet. Dal prepararsi solamente al conflitto nucleare, si è iniziato a prepararsi per tante cose diverse: dai problemi economici come la perdita del lavoro alla pandemia.

Il problema economico puoi averlo tu perché perdi il lavoro, può averlo la tua regione perché chiude l’Ilva, può averlo l’Italia perché esce dall’Euro

Non è per forza per eventi estremi il prepping, quindi…
A me piace dire che il prepping è una versione moderna della sopravvivenza classica, una ricontestualizzazione dei rischi. Mentre per la sopravvivenza impari a mangiare le radici — cose che vanno bene adesso ma andavano bene anche cento anni fa —, il prepping si occupa più della nostra società di adesso. Dice: questa è la nostra società, ha delle fragilità e dei punti di debolezza e su molte scale diverse. Il problema economico puoi averlo tu perché perdi il lavoro, può averlo la tua regione perché chiude l’Ilva e tutta la zona di Taranto va in crisi, può essere l’Italia — o la Grecia — perché esce dall’Euro, può essere la crisi del 2008 dei subprime. Ci sono estensioni e zone d’impatto completamente diverse.

Sul sito, ad esempio, ho avuto molte persone della zona Modena e Reggio Emilia che si sono iscritte dopo il terremoto del 2012, successivamente sono arrivati quelli della Liguria per l’alluvione del 2014. Spesso la sveglia arriva perché ti casca una tegola in testa. Una volta che entri per quello che ti ha appena punto, ti accorgi però che ci sono altre cose intorno. L’approccio del prepper dice: ci sono un gran numero di cose che possono andare male. Dal rimanere senza benzina in autostrada al terremoto. E affronta in maniera ampia questo ventaglio di possibilità.

Questo però vuol dire essere pronti a qualsiasi cosa, sempre. È più un lavoro mentale che pratico?
Il prepping è da una parte una subcultura e dall’altra una filosofia di vita. È una subcultura perché entrano in gioco tutte quelle discipline, competenze, metodi, tattiche, che metti in pratica quando fai quelle cose. E poi è la filosofia di vita perché hai una tua inclinazione personale a guardare la realtà in un certo modo e a farti certe domande. È una scelta che per me è basata su tre pilastri.

Il primo è la consapevolezza: non mi interessa niente di cosa ha tatuato dove la tal soubrette, non mi interessa niente di chi ha segnato l’ultimo gol, a me interessa come sta andando il Paese, se avrò una pensione o non l’avrò, mi interessa sapere se impareremo a produrre energia con le rinnovabili o saremo sempre dipendenti dal fossile.

Il secondo pilastro è la responsabilità: io voglio sapere se sono costretto a votare una certa persona perché c’è una lista bloccata, voglio sapere che se faccio un abbonamento con quel fornitore di energia elettrica lui mi dà energia prodotta col nucleare invece che con l’eolico.

Il terzo pilastro è quello dell’indipendenza: non voglio trovarmi a fare come pecora da gregge a fare le scelte che fanno tutti gli altri, non voglio dipendere dalle scelte e dalle decisioni altrui, non voglio dipendere dall’aiuto altrui. Voglio essere autonomo e autosufficiente ed essere io stesso il fautore dei miei problemi.

È questione di non trovarsi mai nella situazione di dire “oh, questa non me l’aspettavo”

È questione di capire dove sei e in che situazione sei. E di essere abbastanza presente a te stesso da non trovarti mai nella situazione da dire “oh, questa non me l’aspettavo”. Quando magari quella che ti è capitata è una cosa che succede quotidianamente.

Tu come sei diventato un prepper?
Io ho iniziato più o meno nel 2008. C’è stato un percorso molto lungo dietro e non avevo mai pensato che sari arrivato qui. Ho iniziato dal volontariato, lavorando in strada con i senzatetto, con i tossicodipendenti, con i malati di AIDS e anche nel settore dell’ecologia con Greenpeace. Ho anche fatto dei tentativi, forse un po’ naif, in politica. E a posteriori mi sono reso conto che ho ottenuto sempre lo stesso risultato: ci sono cose che non vanno, ci sono persone che vogliono migliorare queste situazioni e c’è anche tanta spinta nel raddrizzare queste cose. Ma quando fai le cose dal basso a un certo livello ti trovi la strada bloccata. E lì c’è stata una botta disfattista, mi sono chiesto «dove andremo a finire di questo passo?». Quando è arrivata la crisi del 2008 ho capito da che parte stavamo andando. E ho capito che c’era una tendenza ad andare verso vite sempre più precarie.

In che senso?
Nel senso che quello che i miei nonni hanno fatto per i miei genitori è molto diverso da quello che io penso di riuscire a fare per i miei figli. Dove andiamo? Verso la Grecia? Verso l’Argentina del 2001? Verso una società dove la classe media piano piano non esiste? Ci stiamo sudamericanizzando?

Dici che è il caso di arrivare preparati a un evento catastrofico o rivoluzionario?
Dipende, perché la nostra è una società complessa. Possono succedere due cose. Io vedo un lento e progressivo declino della società. Le prospettive economiche sono basse, le prospettive ecologiche sono disastrose. Cosa può succedere? Due cose, o il sistema è abbastanza resiliente da continuare a peggiorare piano piano oppure a un certo punto qualcosa salta e si scatena un effetto a catena che rischia di portarci al collasso.

Il prepping per voi è una bolla per proteggersi da un momento o è un prepararsi a cambiare radicalmente vita?
Anche qui, dipende: possono succedere tante cose, può esserci lo sciopero dei mezzi, il terremoto, la guerra, il collasso economico. Lo sciopero dei mezzi ti incasina la vita per un’ora. Il terremoto o la guerra possono incasinarti la vita per una decina d’anni. Col collasso economico le cose cambiano per tutta la vita. Il prepping ti può preparare ad entrambe le cose: ai problemi di breve durata o a quelli lunghi. Il discorso è quello della qualità della vita. Posso dire: difendo la qualità della mia vita nel periodo brutto — finché non passa la mareggiata — oppure, cominciare anche in parallelo a sapere che lo stile di vita attuale non è sostenibile, non è lungimirante e non è una promessa che posso fare ai miei figli. Mentre ci sono altri stili di vita che queste caratteristiche ce le hanno. Possono essere meno agiati di quelli che abbiamo adesso ma che in una situazione di difficoltà ti possono concedere di andare avanti.

Il prepping è avere lo zainetto sempre pronto per abbandonare casa in caso di terremoti e il mio kit in auto per qualsiasi cosa che può capitare in macchina. Ma è anche altro. Io, parallelamente, imparo altri mestieri: ho imparato a fare coltelli da me, ho imparato a usare la macchina da cucire, ho imparato a fare l’elettricista… quest’anno mi sto dedicando alla coltivazione con un piccolo orto sul balcone.

Io non credo che il prepping possa cambiare come vanno le cose nel Paese, ma mi accontento di pensare che diffondere questo modo di pensare crei persone che non rischiano pi di trovarsi “in braghe di tela” dall’oggi al domani.

C’è un bias cognitivo che si chiama normalcy bias. Ci porta a pensare che le cose sono normali, che è normale che le cose siano normali, che le cose non normali non succedono. Ci porta a pensare: figurati se qui può venire il terremoto, figurati se può arrivare un’inondazione. Oppure: figurati se può arrivare un terremoto che poi scatena un maremoto che poi va a impattare contro una centrale nucleare. Figurati se può succedere. Però è successo.

La verità è che non sappiamo quando ricapiterà, tra cinque o tra dieci anni, ma sappiamo con certezza che ricapiterà.

È possibile se non altro…
Sì, e qui passiamo dalla psicologia alla statistica. Devi imparare a valutare il rischio. Il rischio, matematicamente, è probabilità che ti capiti qualcosa, moltiplicato per il danno che ti viene se succede. Ad esempio: potrebbe cadere l’aereo. Se succede, muori, però la probabilità è tendente allo zero e quindi va bene. Sta tutto nel valutare la probabilità. È vero che possiamo uscire dall’Euro? È vero che — tema rilevante per l’Expo — possiamo rimanere senza cibo? È vero che capiteranno di nuovo disastri ambientali come alluvioni ed esondazioni? È certo che capiteranno. Dopo l’alluvione la gente ci pensa, si arrabbia, si formano i comitati di zona ma poi, dopo un po’, finisce che non se ne parla più. Fino alla volta dopo. La verità è che non sappiamo quando ricapiterà, tra cinque o tra dieci anni, ma sappiamo con certezza che ricapiterà.

Se vivessi a Genova dovrei essere preparato all’ipotesi che capiti di nuovo, dovrei fare tutte le pressioni necessarie perché il Bisagno venga disinterrato, dovrei fare tutto. Dovrei anche prendere in considerazione l’ipotesi di lasciare Genova.

Noi prepper ci prendiamo in giro da soli dicendo che “per un prepper non è mai una questione di se ma sempre una questione di quando”. Quello che possiamo fare è state attenti ai campanelli d’allarme.

Come si fa a diventare un prepper?
Uno non sceglie di diventare prepper. C’è quella situazione, quell’evento che ti fa scattare qualcosa in testa. È come se nella testa ci fosse una porta che è rimasta sempre chiusa: quella in cui passano i pensieri che ti dicono di di prendere in considerazione che qualcosa potrebbe succedere. Finché quella porta non si apre, uno lo fa per moda o perché è divertente, perché è un’attività vicina a hobby come la caccia, la pesca, il soft air, il tiro al poligono. Pensa che ci sia un’attinenza e prova a diventare prepper. Questi sono quelli che poi abbandonano.

Il passo grosso è, declinato in vari modi, dire: il mondo sta andando a rotoli e io, purtroppo, sono su questo mondo. Cosa posso fare? Come posso garantire la qualità della mia vita in una situazione di questo genere? Lì la porticina si apre e inizi a chiederti: cosa c’è che non va? Perché questa cosa non va? Quali saranno le conseguenze? E quali di queste conseguenze capiteranno a me?

Il prepping è l’arte del piano B

Facciamo un esempio: vivo a Termini Imerese e ho una sola fonte di reddito. E se quella chiude? Dove sta il problema? Che ho una sola fonte di reddito, perché non ho un titolo di studio adeguato o per chissà qualche altro motivo. E allora cosa faccio? Studio. Trovo un’altra fonte di reddito e trovo un’alternativa se le cose vanno male. Il prepping, alla fine, è l’arte del piano B. Sapere quello che potrebbe succedere e avere un’alternativa.

Molto spesso il prepper è additato come quello che ha la sindrome di Cassandra. Cassandra era il personaggio dell’Iliade che dice ai troiani di non portare in città il cavallo di legno perché lì porterà alla rovina. Cassandra era maledetta da piccola: era in grado di prevedere il futuro ma mai nessuno le avrebbe dato retta. Da lì il nome della sindrome. Ed è vero che alcuni prepper sono così, sono persone che vivono con ansia. Ma c’è anche un altro modo di vedere le cose: per il prepper ogni sfortuna, ogni inconveniente, ogni problemino diventa un allenamento. Una sfida per prepararsi a quando — e se — succederà qualcosa di più grosso e rischioso.

E poi c’è un’altra cosa da dire: tutti quelli che chiamano i prepper Cassandra si scordano l’origine del nome. Alla fine Cassandra aveva ragione.

La foto di apertura è di Peet Sneekes, pubblicata su Flickr sotto licenza Creative Commons by 2.0

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