Essere expat non è indolore, anzi

Essere expat non è indolore, anzi

“Andate all’estero, l’Italia è finita”.

Il refrain è noto da tempo. Per i giovani di talento l’Italia starebbe stretta. L’unica soluzione sarebbe andare all’estero. In Paesi come Stati Uniti, Australia o anche Gran Bretagna o Germania, tanto per restare in Europa. Ma anche in mete meno conosciute. Insomma, anche India, anche Brasile o Sudafrica. Estero, purchessia.

Ma in cosa dovrebbe essere utile un simile consiglio?

Ferma restando l’utilità di entrare in una nuova realtà, di comprenderne i meccanismi e di conseguenza aprire la propria mente a stimoli nuovi e a nuove realtà, cosa può diventare un fenomeno del genere se diventa di massa o addirittura totale?

Dopo l’instaurazione del regime nazista, moltissimi intellettuali lasciarono nel breve periodo la Germania, impoverendo radicalmente non solo l’ambiente culturale, ma anche il Paese stesso. Uno di questi emigranti, Albert Einstein, avrebbe avuto un’intuizione da cui si sarebbe sviluppata l’atomica con cui gli Alleati avrebbero chiuso vittoriosi la Seconda Guerra Mondiale.

Se vogliamo citare un esempio più recente, la stragrande maggioranza dell’elite politica greca ha studiato in Inghilterra e negli Stati Uniti, senza peraltro portare un grande giovamento, come abbiamo visto.

Tornando a noi, le difficoltà che tutti gli expat incontrano, a parte quelle di competitività sul lavoro e nello studio, sono quelle sociali. I problemi sono stati illustrati anche in un libro di Francesca Prandstraller, Vivere all’estero – Guida per una relocation di successo, in cui si esponevano, oltre alle problematiche logistiche, anche quelle di coppia. In un’intervista per Yahoo! Finanza la professoressa Prandstraller spiega come la coppia, se non ha delle basi solide, spesso non regge a un simile stress. E se non regge la coppia che è il nucleo base della società, come possono reggere partiti, associazioni, chiese? Si disgregano, rimanendo singoli individui che ogni volta devono reinventarsi una rete di relazioni, amicizie e magari nuovi amori.

Gli expat, ogni volta, devono ricominciare da capo, a volte anche cambiando radicalmente cose spicciole come le abitudini alimentari.

Con ciò non si vuole affermare che andare all’estero sia una brutta cosa e che si debba restare in Patria purchessia. No, a volte si tratta di scelte necessarie.

Ma occorre capire che non si tratta di processi indolori neanche per persone ben disposte a fare cambiamenti radicali.

E che a lungo andare questa valvola di sfogo rischia di impoverire in maniera irrimediabile l’intelligenza collettiva di un Paese.

Che quindi può divenire terreno di caccia per ciarlatani, populisti e altre tipologie di esaltatori della scarsa cultura. In quale altro Paese, del resto, si è fatta una campagna così massiccia sul “lavoro che c’è, ma nessuno lo vuole”?