I primi ultimi giorni di Dave Letterman

I primi ultimi giorni di Dave Letterman

I tassisti sanno due cose: che non hanno voglia di andare dove gli chiedi di andare e che per questo devono impiegarci meno tempo possibile. Così, mentre il taxi si faceva largo a colpi di clacson e strappi irregolari attraverso il traffico delle cinque del pomeriggio, scendendo a zig zag verso est e scegliendo arbitrariamente dove svoltare per percorrere qualche centinaio di metri prima di incolonnarsi di nuovo, ammazzavo il tempo facendo quello che faccio sempre: cercare di capire a che altezza fossimo e per quanto mi sarebbe toccato ancora sopportare il supplizio. La visione dell’Ed Sullivan Theater alla mia sinistra, con la sua propaggine blu incandescente che indica senza ombra di dubbio un punto molto famoso tra Broadway e la 54, mi ha regalato in un attimo due dolorose certezze: mancava ancora un sacco di strada e tra meno di un mese non sarei stato più capace di distinguere quello da un altro teatro di New York. Il neon che indica gli ingressi al pubblico del Late Show con David Letterman verrà spento per sempre il 20 di maggio e sostituito con un altro, certamente molto meno iconico e non geograficamente rilevante. O forse, semplicemente, l’ingresso resterà tale e quale e verrà cambiato il nome sotto il logo del programma. Ma diciamocelo, un dettaglio così fa la differenza.

Quando Letterman, nell’aprile del 2014, ha annunciato il suo pensionamento, ho pensato: «C’è ancora un sacco di tempo». E adesso che i giorni scorrono contandoli in decine, la televisione sembra tutta un’altra cosa. Jimmy Kimmel e Jimmy Fallon martellano incessantemente da tutti gli angoli dei talk-show, dividendosi le coste come prima di loro hanno fatto Letterman e Jay Leno e prendono i comandi di una battaglia che sembrava chiusa con l’uscita di scena di Leno e il ritorno del Tonight Show a Est. Non è un “giro di poltrone” — come a un certo punto hanno cominciato a titolare i giornali italiani, gli stessi che celebrano il ritorno del Maurizio Costanzo Show, confondendo come sempre l’intrattenimento con la politica — ma un gioco di equilibri. La tv americana sa esattamente da che parte tira il vento, perché porta l’odore degli introiti per i network, e difficilmente si lascia illudere da un paio di pensionamenti. Così, un sovrano non può rimanere a regnare da solo e, come nelle grandi rivalità sportive, non ha senso di esistere senza un nemico giurato. Tocca ad altri spartirsi i confini del regno.

Nel camerino che Letterman ha occupato per gli ultimi ventitré anni, a sinistra dello specchio, sono impilati in quattro colonne più di quattromila bicchieri di carta — di quelli per il caffè. Ogni bicchiere rappresenta uno show portato a termine e non si contano i dieci anni alla Nbc. «Tre anni più di Johnny Carson», è quello che risponde Letterman a chi gli chiede da quanto fa questo mestiere e se non ha paura di andare in pensione. «Se ce l’ha fatta lui, posso farcela anche io. Sopravviverò alla pensione operando una transizione adulta e ragionevole, oppure tornerò alla vita criminale». Letterman è un simbolo, un’icona, il polo geografico che fino a pochi mesi fa ha permesso di orientarsi nella notte televisiva, come l’insegna dell’Ed Sullivan Theater permette di orientarsi in una sezione di Manhattan. Per un comico di New York che si faceva le ossa nei locali bui del Village, per una band indie che si è consumata il fegato tra i club di Portland, per un attore ubriaco dei primi anni di successo, essere invitati al Late Show era il sigillo sulla carriera. Il punto oltre il quale comincia la discesa nel professionismo. Lo stesso Letterman è stato uno di quei comici spiantati, prima di diventare quello che è. Bazzicava i locali di stand-up assieme a Robin Williams e Richard Pryor e tutti sapevano che era destinato a rimettere ordine nella massa informe dell’avanspettacolo. «Era un rompicoglioni», ha detto una volta Pryor. «Voleva che le cose venissero fatte a suo modo, oppure non le faceva. E noi pensavamo a bere e scopare». Era quell’elemento trascinate che porta con sé una generazione e le dà un senso. Pochi avrebbero immaginato che sarebbe diventato il punto di arrivo anche per le generazioni a venire.

Letterman è un simbolo, un’icona, il polo geografico che fino a pochi mesi fa ha permesso di orientarsi nella notte televisiva

«A un certo punto, celebrità di cui non avevo mai sentito parlare, ragazzi e ragazze nel giro da uno o due anni, hanno cominciato a venire allo show e a dire: “È un tale onore essere qui”», ha detto Letterman nel corso di un’intervista con Dave Itkoff, per il New York Times. «Io non capivo. Pensavo: “È solo un maledetto programma televisivo”. Poi ho cominciato a rendermi conto che Carson non c’era più e non c’era più nessun altro a parte me. Quando stai in televisione per un po’ di tempo diventi importante. Così me ne sono fatto una ragione e ho cominciato a rispondere: “Ah, capisco. I tuoi nonni erano fan del programma!”».

Il punto di Letterman è sempre stato quello di giocare con l’onestà, la propria e quella dei suoi ospiti. Se c’era qualcosa che non andava detto o un argomento su cui era meglio sorvolare, i suoi autori sapevano che l’unica cosa buona da fare era non farglielo sapere. Altrimenti avrebbe sicuramente battuto il sentiero proibito. Quando nel 2009 ha cominciato a trapelare la voce di una relazione tra il presentatore e una collaboratrice del programma, Letterman ha deciso di parlarne con i suoi telespettatori come se ne stesse parlando al suo migliore amico. «Le cose stanno così, so che non avrei dovuto ma adesso non c’è niente che si possa fare», ha detto con il candore di una confessione non richiesta. «Avrebbero potuto licenziarmi, ma allora non me ne rendevo conto. Non lo hanno fatto e gli riconosco questo debito. Oltretutto non mi veniva nemmeno una bugia credibile», commenta oggi. Nel corso della carriera ha ammesso i suoi errori e le sue debolezze: quando ha deciso di non mandare in onda un monologo di Bill Hicks, quando ha temuto non poter tornare a fare lo show per un’operazione al cuore, quando New York andava in pezzi all’indomani dell’Undici Settembre, quando ha appoggiato lo sciopero degli sceneggiatori . Ogni singola volta che ha deciso di salire sul palco, lo ha fatto portandosi dietro tutta l’onestà necessaria a sopravvivere.

Eppure, come molti sottolineano in questi giorni, in un rapporto così longevo e fedele, il pubblico sa poco e niente della sua vita privata. Se comincia a chiedere a un ospite dei figli, ci sono tra possibilità: ha finito le domande, si sta annoiando o vuole infilare un aneddoto su Harry. Harry, che adesso ha undici anni, è quel poco di quotidianità che Letterman porta in scena e lo fa con grande parsimonia. In questo senso appartiene a un’altra generazione, quella per cui lo show è lo show e la vita è la vita. Le due cose vanno a braccetto solo quando è strettamente necessario.

Gli spettatori hanno accesso all’oggetto del loro interesse solo per un’ora scarsa ogni sera, ed è già molto di più di quanto si possa dire di altri venuti prima di lui. Ora le cose sono cambiate: Kimmel e Fallon sono su tutti i social network e rilasciano contenuti in continuazione. «A un certo punto qualcuno mi ha suggerito che avrei dovuto cominciare a usare Twitter», ha detto Letterman a Rolling Stone non molto tempo fa. «Sono d’accordo, ma non so da che parte si comincia». Quando Fallon ha cominciato a trasmettere su Periscope — spartendosi l’avanguardia con Ellen DeGeneres — ha reso ovvio quello che era già evidente: la televisione aveva smesso di esistere solo attraverso il mezzo che le dà il nome e i talk show avrebbero dovuto adattarsi, penetrando in maniera capillare nelle vite dei propri spettatori. Uscendone nudi, non abbandonandoli mai. Nello stesso taxi la cui lentezza ha partorito tutto questo ragionamento, avrei potuto guardare alcuni spezzoni del Jimmy Kimmel Live e questo è il genere di doppio indizio che fa una prova. I nuovi programmi sono costruiti in modo da essere diffusi per intero o a brani e risultare divertenti in entrambi i casi. «Io non lo so fare», continua Letterman. «Venire da me è come tornare a casa dai propri nonni e trovare il telefono a rotella».

Nel 1982 David Letterman ha preso un angolo vuoto e noioso della Nbc, appena successivo allo show di Jimmy Carson, e lo ha trasformato nel centro esatto dell’intrattenimento. Nel 1993 ha trasferito l’intero baraccone alla Cbs e ha dato vita a un culto. È diventato il signore di New York, in grado di decidere per il successo o l’insuccesso di chiunque volesse affacciarsi al panorama televisivo, per lo meno nella costa Est. È passato attraverso la storia e ha contribuito a darle un senso. A sostituirlo fisicamente sarà Stephen Colbert — anche se lui avrebbe preferito una donna o un presentatore di colore —, ma tutti sanno che a prendere il suo posto è già stato Jimmy Fallon. Qualche giorno fa, mentre anche lui cominciava il conto alla rovescia, ha detto a suo figlio: «Abbiamo fatto più di seimila puntate». «È inquietante», ha risposto Harry. Sì, è inquietante, se non altro per il fatto che quelli come me non avranno più modo di riconoscere la 54ma strada.

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Sul New York Times è comparsa una breve e molto bella gallery di immagini, che ci teniamo a segnalare. 

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