L’era della diseguaglianza

L’era della diseguaglianza

«La contraddizione centrale del capitalismo rendita >crescita. La principale forza destabilizzante è legata al fatto che il tasso privato di ritorno del capitale può essere  significativamente più alto del tasso di crescita dei salari e della produzione per periodi prolungati.
La diseguaglianza r>g implica che la ricchezza accumulata nel passato cresca più rapidamente rispetto alla produzione e ai salari. Questa diseguaglianza esprime una fondamentale contraddizione logica. L’imprenditore inevitabilmente tende a diventare un rentier sempre più dominante nei confronti di coloro che non hanno nient’altro che il loro lavoro. Una volta costituito, il capitale si riproduce più velocemente di quanto si riproduca la produzione. Il passato così divora il futuro.»

(T. Piketty, Il Capitale nel XXI secolo)

Le 80 persone più ricche del pianeta possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità. Durante il periodo 2009-2014, la ricchezza di queste 80 persone è raddoppiata, ma la ricchezza del  50%  della popolazione è leggermente diminuita.
Il Credit Suisse Global Wealth Databook del 2014 presenta una piramide della ricchezza globale  che indica come lo 0,7% più ricco del mondo (35 milioni di persone) possieda 115.900 miliardi di dollari, mentre il 99,3% più povero (4.665 milioni di persone) possieda 147.300 miliardi. Mostra anche che l’8,6% più ricco possiede 224.500 miliardi, mentre il 91,4% più povero solo 38.700 miliardi. Ovvero: l’8,6% più ricco possiede una ricchezza 5,8 volte superiore al più povero 91,4%.

Tratto da I diavoli, Milano, Rizzoli, 2014, pp. 235-244

Mancano pochi minuti a mezzanotte. Il floor è deserto. Le luci accese della sala riunioni illuminano debolmente un lato dello stanzone.
Oltre i vetri divisori, due donne asiatiche sulla quarantina. Hanno i capelli neri legati e indossano le divise d’una ditta di pulizie. La prima passa un panno sul grande tavolo al centro dell’ambiente. La seconda ha la testa china ed è protesa in avanti. In sottofondo il ronzio di un aspirapolvere. Si muovono in modo meccanico, sembrano automi, persi in una vacua routine.
Lui rimane a guardarle per qualche istante, prima di attraversare il floor a passo lento diretto alla sua postazione. La moquette attutisce il rumore dei passi.
Il monitor del computer è acceso e proietta un chiarore biancastro su una figura seduta. Il viso è in ombra.
«Lo sai cosa hai fatto?» sibila una voce.
Massimo si ferma a un paio di metri dal desk, con le mani in tasca.
«L’unica cosa che era giusto fare.» Sorride. Un sorriso sfumato, nascosto dal cappuccio della felpa.
Derek tiene le gambe accavallate. Il piede sospeso in aria si muove ritmicamente. È in maniche di camicia, senza cravatta, il colletto sbottonato. La giacca è buttata accanto alla tastiera e alla sfera di vetro in cui si agita il pesce rosso di Mario.
«Stai dicendo che era giusto distruggersi la vita e mandare tutto a farsi fottere? Cos’è successo, Massimo? Eh? Prova a convincermi che c’è una cazzo di ragione per tutto questo.» La voce freme di rabbia, e quella vibrazione è la sottile linea che separa l’imperturbabile distacco di un uomo troppo potente, abituato a determinare il corso degli eventi, e la delusione che accompagna l’unica variabile che non aveva messo in conto. Che non aveva neppure pensato di considerare.
«Succede che è finita. Succede che stanotte riprendi il tuo aereo e torni a New York. E quando vedrai i tuoi figli, chiederai scusa. Dirai loro che tu e quelli come te hanno sbagliato tutto e che per colpa nostra il mondo è diventato un incubo in cui non distingueranno più tra bene e male, in cui avranno paura di camminare in mezzo alla gente.» S’interrompe. Abbassa il cappuccio senza cambiare espressione. «Avranno perfino paura di ridere.»
«Non sai quello che dici.» Derek si alza di scatto. Ha il viso arrossato, la piega dei capelli è scomposta, un ciuffo ricade sulla fronte. Una luce minacciosa negli occhi. Parla con voce nasale, accorciando le parole in una cadenza newyorkese fuori controllo. «Stai vaneggiando. Ero a Manhattan, mi hanno svegliato nel cuore della notte per dirmi che un uomo che ho assunto io, che ho cresciuto ioe che io ho nominato responsabile dell’“Europa” ha azzerato tutti i book ed è scomparso. Francesi e Danesi vogliono la tua testa. Al Board stanno pensando di rovinarti. Hai una vaga idea di quanti utili abbiamo perso? Sai quanto ci potevamo guadagnare?»

Massimo annuisce lentamente. «Conosco la cifra fino all’ultimo centesimo. È l’ultimo numero che calcolerò in vita mia.»
«Allora sai che erano soldi facili, facilissimi. Hai lavorato sei mesi alla grande, potevi chiudere anche quest’anno con un trionfo. Italia, Spagna, Irlanda in ginocchio. Bastava dare il colpo di grazia. E invece siamo stati gli unici stronzi a comprare da un giorno all’altro. Tu sei impazzito.» Si ferma per rifiatare.
Massimo non l’ha mai visto così. È stravolto.

Ora lo conosce davvero. La sua collera. Il senso di rivalsa.
Ora conosce Derek Morgan.
«Sei impazzito, non c’è altra spiegazione» ripete l’americano.
«Quand’è che ci siamo visti l’ultima volta, Derek?» domanda scandendo ogni sillaba.
«Lo sai perfettamente quando ci siamo visti.»
Massimo scuote la testa. «No, non quando mangiavi bianco d’uovo, generale. Dico dell’ultima volta in cui eravamo tutti insieme: io, te, Hillary, Michela e i ragazzi.»
«Di cosa parli?»
«Non te lo ricordi. Io, sì. È stata l’estate di tre anni fa, l’ultima che hai passato nel Mediterraneo. Eravamo sulla tua barca. L’ho sempre amata, quella barca. Non te l’ho mai detto, ma lo scafo l’aveva fatto un mio amico. Era un ingegnere navale. Suo padre aveva lavorato per anni nei bacini di carenaggio. Una maestranza di qualità. Stringeva a mano ogni singola vite, lucidava i legni, li piallava, li rendeva vivi. Non c’è niente di più affidabile se vuoi andare per mare. E tu non lo sapevi nemmeno.» Lancia un’occhiata al desk. Il liquido nella boccia è inondato dalla luce opalescente del monitor. Il pesce è il testimone muto e imperturbabile di quel duello. «Aveva fatto carriera, il mio amico, perché era bravo. Era diventato ingegnere capo d’un cantiere in Liguria. Aveva aggregato il meglio della nautica italiana, cent’anni di storia. Poi succede che la proprietà passa di mano. Una, due, tre volte. I nuovi padroni cominciano a chiedere tempi di produzioni più stretti perché bisogna fare in fretta. Dicono che serve risparmiare sui materiali. E lui li accontenta. Soffre, ma li accontenta. Si sbatte, va avanti e indietro da Milano a La Spezia. Non esistono più sabati e domeniche. Un giorno smettono di pagarlo. L’ultimo padrone è fallito. E sai perché?»

«Perché facevano delle barche di merda!» urla Derek. Ha il collo gonfio, mentre sulla tempia inizia a pulsare una vena. «Si chiama libero mercato, cazzo!»
Massimo si volta. Intercetta lo sguardo delle due donne oltre il vetro. Forse si accorgono di loro solo in quel momento. Solo per quelle grida.
«Il libero mercato…» ripete Massimo continuando a guardare le donne. «Qualche mese fa non davi molta importanza al libero mercato.» Torna a fissarlo. «Ti sbagli. Quelle barche rimangono le migliori, le più sicure. Ma poi succede che i nuovi proprietari, gente che non sa la differenza tra una vela e un motore, hanno riempito la società di passivi. Sai quanti fondi di private equity hanno comprato il cantiere prima che fallisse? Ci sono passati in cinque o in sei. Proprio come una puttana, uno dietro l’altro. Alla fine, il mio amico…» Le parole si spengono in bocca, strozzate da un nodo alla gola. Respira profondamente e riprende a parlare, sforzandosi di controllare la voce: «Il mio amico c’è morto. Ecco, gli effetti del tuo stracazzo di mercato, Derek, e delle banche centrali che stampano soldi a fottere. Tutti comprano tutto sulla base di utili futuri, e intanto ci scaricano dentro tonnellate di debiti. Quell’attività era sana, ma sono bastati due anni di rallentamento. Due anni, capisci? A quel punto l’ultimo fondo ha azzerato la partecipazione, il giocattolo si è rotto e il cantiere è fallito: sigilli alle fabbriche, undicimila operai a casa.» Fa un passo in avanti. «La finanza sta sfasciando tutto, divorando l’economia reale. Come fai a non vederlo?»
Derek sgrana gli occhi e si guarda intorno come se non credesse a quello che ha appena sentito. C’è qualcosa d’ipnotico nell’espressione del viso alterato da stupore autentico. Perché quell’uomo non finge. Perché quell’uomo ha la forza inflessibile di chi crede in qualcosa oltre ogni dubbio. Non agisce per avidità o bramosia, ma solo in nome di un imperativo: Novus Ordo Seclorum, Nuovo ordine delle epoche. Un epitaffio, stampato sul biglietto da un dollaro.
Un conio, una fede.

«E cosa vorresti fare?» domanda l’Americano. «Sono danni collaterali, Massimo. Ci sono sempre stati, vanno messi in conto.» «Parli della finanza come d’una guerra. Ma non esistono danni collaterali. Esistono danni e basta, e i morti sono tutti uguali.» «È una maledetta guerra, ma con meno morti di quelle che hanno combattuto mio padre e mio nonno, caro italiano.» L’ultima parola suona come un insulto. «Il prezzo da pagare, sì. Una guerra invisibile. Una guerra per il progresso. Abbiamo fatto girare soldi, creato benessere, edificato la civiltà, colmato divari culturali in tutto il pianeta. Strade, sistemi di comunicazione, ferrovie, energia elettrica… Non ci sarebbe stato niente senza quelli come noi. Quando piazzavo la merda hightech, lo sapevo che più dell’ottanta per cento di quelle aziende sarebbero fallite. Eppure internet è ovunque. I subprime servivano per dare una casa a tutti. L’hanno avuta, e poi l’hanno persa. Danni collaterali. È con le bolle che abbiamo diffuso libertà e democrazia. E la chiamano speculazione.» Sorride mentre parla con un’euforia ingiustificabile. Non è più dialogo, ora è un credo recitato con foga. La rabbia sembra svanita nelle pieghe d’una professione di fanatismo. «Abbiamo diffuso perfino le rivoluzioni, i mezzi per violare confini e rovesciare governi. Un ordine talmente grandioso da divulgare strumenti per ogni sovversione. Fortune sono state dissipate. Alcuni si sono venduti l’anima e molti sono caduti. Ma ne è valsa la pena. Siamo gli esattori di tasse occulte che tutti hanno scelto di pagare per progredire. Siamo la luce, e non è più il tempo per i profeti di apocalissi. Apri gli occhi.»