Panettoni e call center, i lavoratori detenuti fanno risparmiare lo Stato

Panettoni e call center, i lavoratori detenuti fanno risparmiare lo Stato

Producono le biciclette per Esperia, assemblano le valigie per Roncato, rispondono al telefono per la Asl e i provider dell’energia, gestiscono una pasticceria che vende panettoni in tutta Italia. Sono i detenuti-lavoratori del carcere Due Palazzi di Padova. Loro, come altri fortunati nei penitenziari del Belpaese, vengono formati, lavorano per le aziende, intascano uno stipendio e imparano un mestiere utile per quando usciranno. I detenuti ottengono una seconda possibilità, lo Stato risparmia soldi pubblici e la percentuale di recidiva si abbassa nettamente. La rieducazione, appunto. Peccato che a fine 2014 sul totale dei 53.623 detenuti nelle prigioni italiane fossero solo 2324 quelli impiegati presso aziende e cooperative. Il 4,3% della popolazione carceraria.

Eppure le esperienze dicono che il lavoro funziona, anzi salva. A Torino il catering, a Siracusa i dolci tipici. Prodotti artigianali, servizi d’eccellenza, ma soprattutto rinascite umane. A Roma è stato presentato il rapporto “Lavoro e perdono dietro le sbarre” del Centro Studi enti ecclesiastici e no-profit dell’Università Cattolica. Il case history è quello della cooperativa sociale Giotto che al Due Palazzi di Padova conta 140 detenuti-lavoratori. Qui ha portato un laboratorio per l’assemblaggio delle valigie e un’officina per la produzione di biciclette, un ufficio di business key e digitalizzazione oltre al servizio di call center. Il fiore all’occhiello però è la pasticceria che sforna 84mila panettoni e 15mila colombe all’anno, biscotti e dolciumi che escono dal carcere per rifornire bar e ristoranti. I “dolci di Giotto” arrivano in 165 negozi in Italia, si comprano pure online. Hanno vinto i premi del Gambero Rosso e vantano clienti affezionati come Ratzinger e Bergoglio.

Una condanna a dieci anni e un lavoro al call center: «Non sono un detenuto ma un dipendente della cooperativa, chi mi ha incontrato ha visto che dietro il reato c’è una persona»

Nella filiera del Due Palazzi i procedimenti sono certosini. Dal tirocinio formativo ai corsi d’aggiornamento. Un distretto produttivo dentro la galera, con macchinari e laboratori. Ci sono psicologi, supervisori, tecnici, maestri pasticceri. Si presenta gente che non sa leggere o che non ha mai usato un pc. Condannati a 20 o 30 anni, diversi ergastolani. Ma una volta indossata la divisa non si sgarra, servono produttività e rendimento, i committenti sono grandi aziende. D’altronde, ripetono dalla Cooperativa Giotto, «siamo un’impresa sociale ma il nostro non è assistenzialismo». I prodotti «devono essere competitivi sul mercato, il lavoro svolto dietro le sbarre dev’essere di qualità pari o migliore di quello della concorrenza». La settimana lavorativa di ogni detenuto va dalle 24 alle 36 ore. I risultati si vedono, non solo dai riconoscimenti del mondo esterno. Ma anche dalle parole dei protagonisti, raccolte in forma anonima sul paper della Cattolica. Uno di loro ha 34 anni, dieci di condanna e un posto al call center. «Esco dalla cella alle 8.30 e fino alle 18.30 non sono un detenuto ma un dipendente della cooperativa, interagisco con loro come un dipendente. Quelli che mi hanno incontrato hanno visto che c’è una persona dietro il reato. Invece quando sei in carcere non sei più una persona ma un numero di identificazione e ti trattano di conseguenza, ti senti un oggetto».

Un collega giamaicano, con 12 anni di condanna e un impiego in cucina, racconta: «Prima che iniziassi a lavorare stavo rinchiuso in cella tutto il giorno e uscivo solo 4 ore. Essere in cella ti logora. Quando lavori la tua mente è libera, libera persino in carcere! Non pensi alle pareti e, se ci pensi bene, ci sono molte persone fuori che sono più in carcere di noi. Inizio a lavorare presto la mattina e finisco la sera, faccio una doccia, gioco a carte con i miei amici, ceno, leggo un libro e il giorno finisce. Non pensi al carcere, pensi alla vita che va avanti». Ma la libertà del lavoro passa anche dallo stipendio. «Ho riavuto la mia dignità anche in senso economico, avevo altre persone che mi sostenevano» racconta un altro detenuto italiano, 44 anni e 15 di condanna. «Adesso è bello poter inviare a casa 500 o 600 o 1000 euro al mese. Anche se non li vogliono. Ho riavuto la mia dignità e ho assunto un avvocato così non devo chiedere a casa per questo, me lo pago da solo». Gli fa eco un altro: «All’inizio era umiliante dover chiedere o anche solo ricevere denaro dalla mia famiglia, poi ho avuto l’orgoglio di poter contribuire al budget familiare e risparmio un po’ perché quando uscirò non voglio chiedere nulla a nessuno. Devo anche riconoscere che la mia famiglia, i miei nipoti, mia sorella e i miei parenti sono rimasti con me per sedici anni e non posso dire loro che ora esco e incasino di nuovo tutta la mia vita, loro mi direbbero “Ma perché mai ti siamo rimasti vicini?”»

Fondi, burocrazia e ostacoli. Gli addetti del settore: «Già oggi è difficile lavorare fuori dal carcere, figuriamoci dentro»

A volte la realtà si scontra con la burocrazia e i fondi a disposizione. Gli strumenti per il lavoro ci sarebbero, gli ostacoli pure. «Per difficoltà organizzative e burocratiche le imprese faticano moltissimo a entrare in carcere», sottolineava l’Osservatorio Antigone. La cornice normativa è quella della legge Smuraglia (193/2000) che prevede agevolazioni fiscali per le aziende e le cooperative sociali che assumono i detenuti. Per il 2015 la richiesta di agevolazioni al governo è stata di poco superiore ai 9 milioni di euro ma la cifra disponibile per finanziarie il credito d’imposta era di 5,9 milioni. Quindi tagli lineari e meno risorse per tutti. Intanto le aziende arrancano in mezzo alla burocrazia. I pagamenti, raccontano, arrivano dopo mesi, spesso senza la possibilità di fare una programmazione economica adeguata. «Già oggi è difficile lavorare fuori dal carcere, figuriamoci dentro», è la battuta che gira tra gli addetti del settore.

Oltre alla rieducazione, i benefici del lavoro in galera ci sono anche per le casse pubbliche. Il presidente della cooperativa Giotto Nicola Boscoletto stimava che «per ogni milione di euro investito nella rieducazione se ne risparmiano nove, il tasso di recidiva passa dal 70-90% all’1-2%, senza contare che tra costi diretti e indiretti lo Stato sborsa 250 euro al giorno per ciascun detenuto. Per ogni persona recuperata si risparmierebbero 100mila euro annui». Praticamente un affare. «Tutti dicono che noi di Giotto siamo bravi, ma questo ci fa soffrire, essere un’eccellenza non serve a nulla se il lavoro si attua in 10 carceri su 200». I numeri sono impietosi: in Italia solo 2324 detenuti lavorano per aziende esterne, mentre sono 12.226 quelli alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria. Alla cooperativa Giotto sono categorici nel distinguere il lavoro dei carcerati presso aziende e coop dal cosiddetto “lavoro domestico”. Quello alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria prevede mansioni come lo spazzino, lo spesino, il cuciniere, il lavapiatti. «Spesso è un sussidio diseducativo con una paga appena più che simbolica senza formazione, accompagnamento e spesso senza valutazione». Lavori che non danno una professionalità spendibile una volta che la persona esce di prigione. 

Paola Severino: «Il discorso carcere non è nei primi pensieri di chi sta in Parlamento. Ogni anno bisogna fare una battaglia per strappare qualche milione per la legge Smuraglia»

Il presente delle carceri italiane è un mosaico indecifrabile. Tamponato il problema del sovraffollamento, restano sul tavolo il tema della rieducazione, le condizioni di vita nelle galere e il tasso di recidiva, tra i più alti in Europa. Il capo del Dap Santi Consolo assicura che il tema del lavoro «è uno dei punti della legge delega della riforma penitenziaria», definita «urgente e indispensabile». Ma gli ostacoli sembrano ciclici, quasi puntuali. E un ex ministro della Giustizia come Paola Severino ne individua alcuni: «In primis c’è quella contrapposizione sociale per cui chi non trova lavoro e vede un detenuto lavorare si arrabbia». Non solo. «Il discorso carcere non è nei primi pensieri di chi siede in Parlamento, ogni anno bisogna fare una battaglia per strappare qualche milione da destinare alla Legge Smuraglia…».

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