Incubo Giappone, dove il precariato è regola e si muore di troppo lavoro

Estremo Oriente

TOKYO – Da tre anni a questa parte, a Tokyo si tiene una premiazione che ha del curioso: si chiama Premio alle burraku kgyo, le aziende “nere” –  dell’anno, quelle che meno di tutte rispettano i diritti dei loro dipendenti. I settori sono i più disparati: catene di ristoranti e di izakaya – i locali dove studenti e lavoratori vanno per le bevute serali – studi di animazione, ferrovie. C’è pure l’assemblea metropolitana di Tokyo.

Le informazioni sono divulgate attraverso il blog dell’iniziativa e i video delle “premiazioni” sono pubblicati su YouTube. Il video dell’edizione 2013 di questo particolare evento, che – almeno per il momento – non va sulla copertina delle riviste, ha superato le 600 mila visualizzazioni: un segno che la sensibilità riguardo al tema dei diritti sul lavoro è in costante crescita.

Dal 2012 il comitato organizzatore del premio – che riunisce giornalisti e attivisti di diverse Ong –  le mette pubblicamente alla berlina: in particolare si parla di casi di lavoro oltre i limiti consentiti per legge (40 ore a settimana), straordinari non pagati, abusi di potere e morti per ragioni legate al lavoro eccessivo, il famoso karoshi. Tra le vittime, giovani al primo impiego, ma anche donne incinte, madri e padri di famiglia. Tutti accomunati dal fatto di non avere sufficienti garanzie per ribellarsi senza incorrere nelle ritorsioni dei propri superiori. Il licenziamento, come spiegava Hiroko Tabuchi sulle pagine del New York Times, è ancora per molti versi un tabù sociale, che può influenzare il prosieguo della carriera di un lavoratore. Sia esso impiegato in una grande azienda, come in una piccola.

Anche in Giappone, l’epoca del posto assicurato per la vita è finita

Nonostante il tasso di occupazione sia ben oltre la media dei paesi Ocse (oltre il 70 per cento della popolazione tra i 15 e 64 anni), il mercato del lavoro giapponese ha subito numerose trasformazioni negli ultimi due decenni. L’epoca del posto assicurato per la vita è finita, anche nel Paese del Sol Levante.

Come spiega Yuji Genda, docente di economia del lavoro all’Università di Tokyo, in un articolo pubblicato da Nippon.com, a partire dalla metà degli anni Novanta, a seguito della crisi finanziaria asiatica, le aziende giapponesi hanno iniziato a tagliare i costi del personale e ad assumere personale con contratti a tempo determinato in modo da avere più libertà di aggiustare il proprio organico in risposta a possibili mutamenti economici e legislativi.

Ciò ha comportato negli anni un aumento del numero dei lavoratori cosiddetti “non regolari” (in giapponese hiseishain). Oggi in questa categoria, compresi i lavoratori assunti con contratti giornalieri o di durata inferiore a un anno, ricade quasi il 40 per cento della forza lavoro del Paese-arcipelago.

In quest’ultima categoria si trova la maggior parte dei lavoratori vittime delle burakku kigyo. Ma non sono solo costoro ad essere sottoposti a orari di lavoro infiniti e dannosi per la salute. Anche i “regolari” non se la passano poi tanto bene.

In seguito alla vittoria alle elezioni di dicembre 2014, il premier e leader del partito liberaldemocratico Shinzo Abe ha annunciato la “fase due” della politica economica aggressiva avviata nel 2012 con la collaborazione della banca centrale giapponese e diventata celebre con il brand “Abenomics”. Questa nuova fase prevede il lancio della “terza freccia” della strategia di ritorno alla crescita del governo di Tokyo: le riforme strutturali, in particolare nel campo della legislazione sul lavoro.

Qui, il governo deve sciogliere diversi nodi. Gli interventi di legge provano a scardinare la modalità d’impiego e la retribuzione – ancora diffusa nella gran parte delle aziende – sulla base dell’anzianità e della quantità delle ore di lavoro. L’obiettivo è passare a un modello più flessibile che premia qualità e professionalità.

Nella proposta di legge di riforma del mercato del lavoro che sarà discussa nella corrente sessione parlamentare, infatti, si trova, tra gli altri, un provvedimento atto a favorire la diffusione delle assunzioni a orari flessibili per alcune categorie di colletti bianchi con redditi medio-alti (analisti finanziari, archittetti, avvocati). L’obiettivo è azzerare il carico di straordinari su dipendente e datore di lavoro.

A inizio 2015, il governo ha imposto alle aziende di concedere un minimo di cinque giorni di ferie ai propri dipendenti

A questo si aggiunge l’eccessivo numero di ore di lavoro e il mancato ricorso alle ferie di centinaia di migliaia di lavoratori. Ad un aumento dei giorni di permesso garantiti per legge non è seguito un aumento dei giorni di ferie presi dai singoli dipendenti. Perciò, a inizio 2015 il governo ha imposto alle aziende, in particolare quelle medio-piccole, di concedere un minimo di cinque giorni di ferie ai propri lavoratori.

Secondo quanto scrive il settimanale economico Toyo Keizai, dal 1976 al 2015 il numero di lavoratori full time che lavorano più di 10 ore al giorno sono raddoppiati, passando del 20 al 40 per cento della forza lavoro nazionale.

Conseguenza del fatto, spiega il settimanale, che gran parte del giudizio dei datori di lavoro o di chi si trova in posizioni manageriali è ancora fortemente legato alla presenza fisica del dipendente sul posto di lavoro. Citando un sondaggio del governo, per oltre il 50 per cento dei manager intervistati, il dipendente che si impegna è colui che lavora oltre 12 ore al giorno.

La proposta del governo ha lasciato tuttavia perplessi in molti. In particolare, non sembra dare risposte concrete al restringimento costante della forza lavoro nazionale, una delle conseguenze principali del rapido invecchiamento della popolazione. Inoltre non affronta il problema delle morti in conseguenza dell’eccessivo carico di lavoro, che secondo il ministero del Welfare giapponese sono in aumento di quasi il 40 per cento rispetto a 15 anni fa.

Per oltre il 50 per cento dei manager intervistati, il dipendente che si impegna è colui che lavora oltre 12 ore al giorno

Esperti di diritto del lavoro, sindacati e associazioni di familiari di morti per karoshi non sono convinti che maggiore flessibilità di orario significhi automaticamente meno ore di lavoro da parte del dipendente. Ad oggi, secondo un sondaggio della Rengo, il primo sindacato giapponese, circa il 40 per cento dei dipendenti di aziende giapponesi lavora oltre 16 ore di straordinari non pagati. Hanno fatto scalpore poi nei giorni scorsi le storie di alcuni lavoratori – da dipendenti di catene di supermercati ad analisti finanziari – morti o ammalatisi dopo aver lavorato tra le 100 e le 200 ore di straodinari al mese.

Essa inoltre sembra andare in direzione opposta ad altri provvedimenti, come la legge di novembre 2014 che ridefinisce i parametri per gli indennizzi per morti da karoshi e aumenta le pene per le aziende che sfruttano eccessivamente la propria forza lavoro, e impegni come quello per favorire l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata aumentando il numero di ore che un lavoratore con figli può passare con la famiglia, fino a due ore e mezza entro il 2020.

Il timore è che dalla nuova legislazione, in caso di approvazione, saranno solo i datori a guadagnarci. Zero sarà infatti, accusano i critici, il numero degli straordinari pagati. Lo spettro del karoshi è ancora lì alla porta.

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