Non lo sa quasi nessuno, ma quest’estate andremo su Plutone

Non lo sa quasi nessuno, ma quest’estate andremo su Plutone

Un pianeta? Una palla di roccia ghiacciata? Tante se ne sono dette su Plutone, fanalino di coda del Sistema Solare, ma poche cose sono note con certezza. La sua scoperta risale al 1930 e alle osservazioni dell’astronomo statunitense Clyde Tombaugh. Dalle osservazioni fatte sino ad ora sappiamo che ha diversi satelliti (in alcuni casi poco più piccoli del pianeta stesso, come nel caso di Caronte con il quale condivide un equilibrio gravitazionale unico nel sistema solare) e che la sua enorme distanza dal Sole (da cui è quaranta volte più lontano del nostro pianeta) lo rende probabilmente una roccia ghiacciata (ma non ghiaccio d’acqua) con una letale atmosfera di azoto, monossido di carbonio e metano. Nel 2006 il pianeta fu declassato a pianeta nano a causa delle sue piccole dimensioni e alla similitudine con altri corpi celesti presenti  a quella distanza, tutti presumibilmente appartenenti alla fascia di Kuiper. Si tratta di una cintura di asteroidi e planetoidi estremamente estesa, molto più grande e massiccia della più nota Fascia degli Asteroidi, più vicina a noi e sita tra Marte e Giove.

Agli albori dell’esplorazione spaziale, le missioni Voyager scelsero pianeti più facilmente raggiungibili, ritardando l’esplorazione di Plutone a causa della sua orbita molto ampia e delle sue dimensioni limitate, che rendono l’impresa estremamente difficile. Con grande entusiasmo, superando battute d’arresto, la NASA ha reperito fondi per circa 650 milioni di dollari (soldi ben spesi perché come è noto la tecnologia spaziale ha sempre avuto forti ricadute nelle applicazioni tecnologiche civili), avviando nel 2003 il programma New Horizons. Il lancio della sonda omonima avvenne nel 2006: oggi, dopo quasi un decennio di attesa ha quasi raggiunto la sua la meta, prevista per il 14 Luglio prossimo. Il team scientifico della missione ha già ricevuto e divulgato nelle scorse settimane le prime immagini del misterioso pianeta che si fanno sempre più interessanti man mano che l’avvicinamento prosegue.

Nel 2006 il pianeta fu declassato a pianeta nano a causa delle sue piccole dimensioni

Il payload scientifico della sonda è di tutto rispetto, ad esempio LORRI (Long Range Reconnaissance Imager), uno strumento fotografico ad alta risoluzione e responsabile delle prime immagini ricevute sulla Terra, fino ad arrivare a spettrometri operanti su frequenze e radiazioni molto diverse, ognuno responsabile innanzitutto di mappare la superficie di Plutone, a oggi completamente sconosciuta e caratterizzarne con precisione l’atmosfera e le gli aspetti geologici noti. In secondo luogo sarà interessante saggiare le caratteristiche chimiche di vari punti del corpo celeste e dei suoi satelliti così come valutare l’eventuale presenza di magnetosfera e l’influenza del vento solare sulla superficie del pianeta. Il compito è quindi quello di esplorare da cima a fondo un oggetto che è ancora in larga parte sconosciuto e richiama molto lo spirito e le emozioni degli albori dei programmi d’esplorazione nello spazio profondo e, come potete immaginare, questo genera molta attesa sia nella comunità scientifica, sia tra gli appassionati di spazio. 

La missione di New Horizons non sarà limitata a Plutone. Il programma prevede un’approfondita osservazione e analisi dei suoi satelliti noti, unita a una ricerca di eventuali corpi celesti, anelli o anomalie ad oggi non conosciute. Una parte importante del programma prevede anche l’esplorazione e l’osservazione dei corpi che compongono la Fascia di Kuiper che condivide parte dell’orbita plutoniana presenta oggetti dalla composizione molto simile a quella delle comete e rappresenta quindi un’ulteriore fonte di informazioni che faranno seguito a quelle raccolte dalla pionieristica missione ESA Rosetta dello scorso autunno.

La sua enorme distanza dal Sole lo rende probabilmente una roccia ghiacciata

Approfondire la conoscenza di questi corpi che costituiscono il nostro vicinato è un’attività fondamentale per comprendere – tra l’altro – i meccanismi di formazione del nostro sistema solare e della nascita della vita sulla Terra, con implicazioni che possono anche potenzialmente influenzare il nostro quotidiano.