Caro Tsipras, rispettare le regole non è un colpo di Stato

Il commento

Attaccare il premier greco Alexis Tsipras quando anche il suo ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis e la “brigata méditerranée” gli voltano le spalle non fa molto onore. Ma la successione degli eventi in questi ultimi quattordici giorni e l’esito finale, peraltro ancora tutto da scrivere, è così surreale da generare la sensazione di aver vissuto come in un sogno collettivo. Qualcuno dovrà prima o poi spiegare al popolo greco su cosa abbia votato domenica scorsa e perché lo stesso premier che aveva invitato a votare Oxi a un piano – peraltro scaduto – abbia poi trattato per ottenere condizioni ancora più dure di quelle originali. 

Errori ce ne sono stati da entrambe le parti, come è naturale attendersi in ogni trattativa complessa. Le colpe di Tsipras sono gravissime, però. Iniziamo dal riconoscere che se c’è stato un governo che ha cercato di imporre la propria volontà a tutti gli altri, contravvenendo alle regole minime di comportamento all’interno della Ue, questo è il governo greco. Con il referendum, manipolato ad arte, ha provato a ricattare l’Europa trasformando quella che doveva essere una trattativa economica in una lotta della tcnocrazia contro il popolo greco. E, se qualcuno ha provato pena per il gesto plateale della giacca scagliata sul tavolo – «prendetevi pure questa», pare abbia detto Tsipras ai suoi colleghi dell’Eurogruppo – vada a leggersi quello che Tsipras ha scritto lunedì mattina di ritorno da Bruxelles sul suo blog, dove sta cercando di vendere l’accordo ai greci, con le parole che si usavano una volta nei proclami di guerra: «La Grecia continuerà a combattere, noi continueremo a combattere, per tornare a crescere e per riprenderci la nostra sovranità (…). Una battaglia che alla fine dei giorni, sarà vendicata». È con concetti come combattimento, lotta, vendetta, nazionalismo che si sta in una comunità? 

È stata troppo dura l’Europa nel chiedere al governo Tsipras impegni così stringenti in così poco tempo? No, non lo è stata. Perché è una questione di democrazia e di credibilità

Torniamo comunque al risultato finale del negoziato. È stata troppo dura l’Europa nel chiedere al governo Tsipras impegni stringenti in così poco tempo? No, non lo è stata. Perché è una questione di democrazia e di credibilità. È una questione di democrazia perché non c’è solo Tsipras a doversi giustificare con i propri concittadini sul modo in cui i soldi pubblici vengono spesi. Ed è una questione di credibilità perchè sono passati solo sette giorni da quando il popolo greco su indicazione del suo premier ha votato “No” al piano precedente.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Con quale credibilità il premier greco si presenta dopo due giorni in Europa dicendosi pronto ad accettare le stesse misure che il suo popolo ha bocciato poche ore prima? È evidente che qualunque controparte avrebbe chiesto delle garanzie aggiuntive per essere sicuri che chi parla è in grado di mantenere ciò che promette. Purtroppo, la democrazia funziona così e, piaccia o meno, anche il rapporto creditore-debitore. 

La Grecia di Tsipras ha infranto tutte le regole. A cominciare dal mancato pagamento al Fmi che pone la Grecia in compagnia di paesi come il Sudan e lo Zimbabwe

Esercitare la propria sovranità nazionale non vuol dire fare quello che pare e piace, pretendendo che gli altri si adattino, senza rispettare le regole che sono state condivise e che sono alla base della convivenza, della collaborazione e della solidarietà tra Paesi che hanno firmato trattati di cooperazione. La Grecia di Tsipras ha infranto tutte le regole. A cominciare dal mancato pagamento al Fmi che pone la Grecia, un paese sviluppato e relativamente ricco, in compagnia di paesi enormemente più poveri come il Sudan e lo Zimbabwe. Per non parlare delle tattiche negoziali piuttosto inusuali e arroganti, che hanno finito per alienare il supporto anche di stati amici come Cipro e Malta. Forse, dopo aver visto Varoufakis e il suo successore presentarsi ai consessi internazionali senza nulla nella ventiquattr’ore – pardon nello zainetto -, l’ultima giravolta di Tsipras può sembrare normale. Non lo è, perché sono proprio queste giravolte, questi colpi di teatro – non certo i colpi di stato evocati da Grillo e dai rivoluzionari da spiaggia – a mettere repentaglio il proprio paese e la comunità a cui appartiene. 

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