La rivoluzione fiscale è il guanto di sfida di Renzi a Schäuble

Assemblea Pd

Renzi lo aveva promesso al Festival di Trento: «A settembre andrò in Europa a fare casino!». E stando a quanto dichiarato all’Assemblea del Pd di sabato 18 luglio sembra proprio che a settembre ne vedremo delle belle. Perché se Renzi darà seguito alla sua promessa di abolire la tassa sulla prima casa nel 2016, riprofilare Ires e Irap nel 2017 e poi rivedere gli scaglioni dell’Irpef nel 2018 è evidente che dovrà riscrivere il Documento di programmazione economico-finanziaria e rivedere verso l’alto gli impegni sul fronte dell’avanzo primario.

Lo spazio per tagliare le tasse rimanendo incollati al 3% di deficit/Pil c’è tutto. Grazie a Mario Draghi la spesa per interessi è destinata a crollare negli anni a venire, consentendo margini di manovra che i precedenti governi non avrebbero nemmeno sognato. I tassi sono stati portati ai minimi storici del capitalismo moderno. Nella tabella abbiamo ricalcolato le proiezioni dei maggiori aggregati di finanza pubblica nell’ipotesi che Matteo Renzi riesca a rottamare il fiscal compact. Quindi, come ha lui stesso dichiarato all’Assemblea Pd, mantenga solo gli impegni di Maastricht relativamente al deficit, minore o uguale al 3%.

Il problema per Renzi e per la sua rivoluzione copernicana della fiscalità è che ha di fronte tre ostacoli non da poco. Il primo si chiama Wolfgang Schäuble. Il secondo si chiama Federal Reserve. Il terzo potrebbe essere lo stesso Mario Draghi.

Il problema per Renzi e per la sua rivoluzione copernicana della fiscalità è che ha di fronte tre ostacoli non da poco. Il primo si chiama Wolfgang Schäuble. Il secondo si chiama Federal Reserve. Il terzo potrebbe essere lo stesso Mario Draghi.

Partiamo dall’arcigno ministro delle finanze teedesco. Il fiscal compact è quell’accordo in base al quale l’Italia si è impegnata a perseguire avanzi primari crescenti al fine di ridurre il debito pubblico e riportarlo il prima possibile su livelli di sicurezza. Il fiscal compact è stato fino ad ora interpretato con molta flessibilità. Ma la giustificazione di tale flessibilità è stata dovuta alla situazione recessiva in cui versava l’Italia. Le previsioni di crescita per il 2016 e anni successivi non sono più di recessione. A questo punto, quindi, o l’Europa decide di rottamare il fiscal compact e sostituirlo con qualcos’altro o perde credibilità tutta la costruzione basata sulle regole che fino ad ora, nel bene o nel male, è riuscita a tenere insieme l’area dell’euro.

Schauble consentirà di rottamare il fiscal compact? Lasciatecelo dubitare. Dopo la vittoria sulla Grecia di Tsipras, è difficile immaginare che l’Europa dei quindici paesi che si sono schierati con la Germania possa accettare che un paese delle dimensioni dell’Italia e con un debito pubblico sopra il 130% – sopra il 135% se non fosse stata inclusa nella contabilità anche l’economia criminale lo scorso settembre – non rispetti più gli impegni europei o non li rispetti a pieno.

All’Assemblea Pd di Milano sono mancate due paroline fondamentali per rendere fattibile la sfida di Matteo Renzi: spending review.

È una posizione ottusa, quella tedesca? In realtà, la bonanza dei tassi a zero non può durare all’infinito. La Federal Reserve ha fatto capire che entro fine anno ci sarà il primo rialzo dei tassi d’interesse dal lontano 2006. Se le cose andranno come devono, in maniera molto graduale, i tassi Usa nel giro di due o tre anni dovrebbero rinormalizzarsi. Il che significa riportarsi verso il livello naturale del 3-4% per quelli a brevissimo termine e del 4-5% per quelli a lungo termine. Quando questo accadrà, se l’Italia non avrà ridotto nel frattempo il debito pubblico, sarà molto difficile tenere il nostro deficit al di sotto anche solo del 3%, per non parlare poi del fiscal compact. 

Eccoci a Mario Draghi, quindi. Il salvatore dell’euro avrà anche in cuor suo un occhio di riguardo per l’Italia, ma ha specificato fino alla noia che questa finestra di opportunità che ha concesso ai politici europei (italiani in primis) è appunto tale. Una finestra di opportunità che va usata per mettere a posto i conti e fare le riforme strutturali. Se l’Italia dovesse ridurre troppo velocemente la pressione fiscale senza una altrettanto rapida riduzione della spesa pubblica l’intera area dell’euro sarebbe a rischio e la posizione stessa di Draghi ne verrebbe indebolita. Ecco perché all’Assemblea Pd di Milano sono mancate due paroline fondamentali per rendere fattibile la sfida di Matteo Renzi: spending review.

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