Alia Ali, Marrakech vista dall’obiettivo di una visual storyteller

Alia Ali, Marrakech vista dall’obiettivo di una visual storyteller

Ha vissuto in Yemen, Regno Unito, Vietnam, Stati Uniti e Marocco, ma è nata in Austria da una mamma di origine bosniaca e un padre yemenita. La sua vita da sempre ruota intorno all’asse Nord/Sud, Est/Ovest, arabi/americani, dove tutti parlano almeno quattro lingue. Di quando era bambina e viveva a Sanaa, ricorda le ore trascorse fra lo studio disciplinato della lingua araba e delle scienze a scuola, e quelle di ricreazione con la danza. Degli anni da giovane donna passati a studiare nel college femminile di Wellesley, in Massachusetts (Stati Uniti), ha imparato invece a pensare in un mondo di uomini come una donna consapevole delle proprie capacità.

Alia Ali (Vienna, 1985), che oggi possiede un passaporto statunitense, ha trascorso gli ultimi cinque anni a Marrakech. È una promettente visual storyteller e multi-media artist – qui il suo sito – che ha trovato in questa eccentrica città marocchina un luogo che le assomiglia. Un luogo con gravi (e multiple) crisi di identità.

Ma lei non la pensa così. «L’identità di questa città è così radicata nella fusione di culture, lingue e storie diverse da avere una identità culturale a sé. È un luogo dove il passato e il presente si spogliano di significato. È la porta di ingresso verso l’Africa, e di uscita per l’Europa», dice. Come darle torto. Quando parliamo di Marrakech parliamo di un luogo che diventa multiculturale suo malgrado. Marrakech affonda le sue radici nella cultura berbera e araba, è sopravvissuta a guerre tribali, sommosse religiose, emiri corrotti, la colonizzazione francese e all’invasione del turismo (di massa).

Abbiamo trascorso una giornata insieme a lei, proprio in questa che è la terza, e forse la più bella, città del Marocco.

Alia Ali nel suo appartamento di Gueliz, quartiere moderno e commerciale di Marrakech (Foto cortesia di Alia Ali)

Lo studio nell’appartamento di Marrakech (Foto cortesia di Alia Ali)

Daily interaction: essere produttivi lavorando nell’appartamento/studio

La vera questione è produrre del lavoro di qualità in un luogo che non offre proposte di cultura contemporanea durante tutto l’arco dell’anno. «Il contesto sociale e urbano di Marrakech offre situazioni da cui trarre spunti creativi. Ma la città oggi è soprattutto un hub dedicato al turismo e agli eventi (commerciali, ndr)», dice. E i social network? «Sono la mia piattaforma di lavoro online», continua Alia. «Facebook è un modo per restare connessa con il resto del mondo, e mi dà la visibilità che altrimenti non riuscirei ad avere. Insomma: work, share e cerca il feedback sui social!».

Ma dal suo tranquillo appartamento di Marrakech che funge anche da studio, Alia ammette che preferisce «lavorare lentamente, e con pazienza». Anche se, «per un buon numero di ore al giorno». È in questo modo che corregge il caos sonoro e visivo dei mercati e dai dedali di strade labirintiche dell’antica medina che affolla i suoi pensieri.

La medina di Marrakech è diventata patrimonio mondiale dell’umanità, un fattore che sta preservando il centro storico medioevale, che nella maggior parte dei casi, grazie ai riad, è stato restaurato da centinaia di privati (occidentali). Nel 1990 pochissimi stranieri vivevano in città, ma il boom immobiliare degli anni 2000 ha aumentato il loro numero. Diverse celebrità francesi (e non solo) hanno acquistato una proprietà a Marrakech, tra cui Yves St. Laurent e Jean-Paul Gaultier.

Progetti al limite

Alia trasforma i suoi progetti fotografici in imprese narrative al limite. I SPEAK IN IMAGE. A Visual Narrative è un viaggio di 100 giorni, intrapreso fra agosto e novembre 2014, che da Marrakech l’ha spedita in Tanzania/Zanzibar, Kyrgyzstan, Mongolia, Nepal, Bengala Occidentale e India. Sulla mappa geografica il viaggio disegna un itinerario che ha la forma del simbolo matematico dell’infinito. «È stato il primo progetto in cui mi sono identificata come artista. Non è stato facile. Ho dovuto sfidare la mia paura di fallire». E lei l’ha fatto tutto da sola. La documentazione fotografica realizzata con una ​Canon T3i Rebel è oggi un viaggio virtuale pubblicato su un sito, che è diventato anche il contributo di una mostra all’estero.

Alia adora scrivere cartoline postali. Durante il viaggio compiuto per realizzare I SPEAK IN IMAGE ne ha scritta una al giorno. Le spediva non appena riusciva a raggiungere un ufficio postale. «Molte, quasi tutte, sono arrivate entrando a far parte delle collezioni private dei destinatari», racconta. E andando a comporre una sorta di racconto epistolare parallelo.

Mongolia (Foto cortesia di Alia Ali)

Eccola in un intervento realizzato in occasione di TEDx Marrakech 2015, dove ha parlato di identità, nazioni che non esistono più, e confini, senza nascondere una passione per gli Stati Uniti:

 https://www.youtube.com/embed/zq6NjxsnU_E/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Fuori dallo studio: allestire la propria mostra

Quando la incontriamo, Alia è impegnata ad allestire la mostra dal titolo +91, realizzata con un’amica, la fotografa e artista franco-marocchina Laila Hida, fondatrice dello spazio indipendente Le 18, nella medina di Marrakech. Le 18 è uno spazio culturale ubicato nel centro tradizionale della città dove si trova anche una delle piazze più famose al mondo, la Jemaa El Fnaa. È un piccolo (e discreto) incubatore culturale dove artisti marocchini e internazionali si incontrano per sperimentare nuovi approcci alla cultura. «Non solo fornisce supporto logistico (attraverso un piccolo programma di residenze, ndr) e tecnico agli artisti – ci spiega Alia – ma è un luogo fisico dove ci si può incontrare regolarmente, per dialogare».

La mostra +91 prende il nome dal prefisso telefonico dell’India. È in questo Paese esotico dell’Asia che Alia, nel novembre 2014, e Laila, nel gennaio 2015, hanno intrapreso un lungo viaggio. In periodi dell’anno diversi. E per ragioni differenti. Marrakech le ha fatte incontrare con questa mostra, anche se le loro fotografie parlano linguaggi diversi. Laila Hida ha cercato il silenzio nei rari spazi (semi)vuoti delle metropoli indiane. Mentre Alia Alia sceglie come soggetto una umanità pittoresca che mette in mostra con curiose installazioni e in serie fotografiche esposte in maniera più classica (Info: http://project91.org).

Allestimento della mostra +91 a Le 18, spazio culturale nella medina di Marrakech (Foto di Elisa Pierandrei)

Dalla mostra +91 (Foto cortesia di Alia Ali)

Le giornate di Alia non sono fatte soltanto di lavoro. Scherziamo un po’ per allentare la tensione prima dell’inaugurazione della mostra, che sarà il giorno seguente.

Ci lascia quindi frugare – ma solo un po’ – nelle sue abitudini private. Non necessariamente in questo ordine, occupa molto tempo anche nelle seguenti attivita’:

1 – Cucinare e mangiare con gli amici (ristoranti preferiti a Marrakech: Katsura e La Cantine).

2 – Perdersi nella medina, per fermarsi a riposare all’interno della Medersa Ben Youssef e a Riad El Fenn (dove sono esposti alcuni suoi lavori fotografici proprio accanto a quelli della nota e brava Leila Alaoui).

3 – Viaggiare. E scattare fotografie.

4 – Leggere, moltissimo (sul comodino c’è una copia di Girl on the Train di Paula Hawkins).

5 – Scrivere lettere (e cartoline postali).

Una scena contemporanea emergente, e un ecosistema culturale da sostenere

Trovare cornici adatte a installazioni contemporanee è una sfida, come anche stampare foto professionali. Quelle della mostra +91 sono state realizzate a Madrid, dove Alia si trovava per partecipare alla mostra Yo le peor de todas con Her Ray, e incorniciate a Casablanca e Marrakech. «Idealmente cerco di stampare su una varietà di materiali differenti, dall’acrilico, al Dibond, alla carta, alla tela, al sughero e così via. Per +91, ho deciso di usare il mio budget per la produzione di entrambe le installazioni e la stampa delle foto».

Dal corniciaio, a Marrakech (Foto di Elisa Pierandrei)

In uno studio di grafica e design a Sidi Ghanem, periferia industriale di Marrakech (Foto di Elisa Pierandrei)

Alia crede nella necessità di “democratizzare l’arte”, anche in Marocco. È importante innanzitutto renderla accessibile a tutti, puntando, per esempio, «non solo sui programmi scolastici, ma anche sulle installazioni di arte pubblica, sull’accessibilità ai musei, e su conferenze e workshop e sensory learning». A marzo ha tenuto un workshop all’MMP+, il Museo di Marrakech per la Fotografia e le Arti Visive, che è aperto al pubblico gratuitamente, solo con alcune limitazioni. Il museo è temporaneamente ospitato a Palazzo Badii, nell’antica media dove si trovano anche altri spazi culturali: Le 18, Dar Bellarj, Dar El Sharifa, e La Maison de la Photographie.

Visitando le numerose gallerie d’arte private di Marrakech – città dove si tiene una Biennale di Arte – , ci accorgiamo che la novità è anche un’altra: molti degli artisti oggi sono donne.

Con un musicista gnawa, a Marrakech (Foto cortesia di Alia Ali)

E manco a farlo apposta, anche il sindaco di Marrakech è una donna: Fatima Zahra Mansouri, figlia di una famiglia molto in vista, laureata in legge in Francia e vicina alle posizioni dell’ambizioso re Mohammed VI.

Tuttavia, anche a Marrakech non mancano le tensioni. Nel 2011 fu teatro di proteste e gravi incidenti. Oggi, su Facebook un gruppo di attivisti chiede un’amministrazione della città più attenta alle esigenze dei cittadini. Si chiama Save Marrakech .

What’s next?

A partire da questa estate, Alia lavorerà per qualche mese negli Stati Uniti per “costruire ponti”, come dice lei, anche in questa realtà creativa. Vuole intraprendere un nuovo progetto. Si tratta di un viaggio nel Sud degli Stati Uniti, «la parte piu’ tradizionale, conservatrice … del Paese – dice – Ma anche quella con un patrimonio culturale importante», che racconterà fondendo immagini, testo, audio e video.

Alia si sposta da un Paese all’altro. Dice di essere fortunata ad avere un passaporto che glielo permette. Anche se i confini esistono per una buona ragione, «mi mettono a disagio», afferma con il volto accigliato. Forse ha ragione. Specialmente se non sono ‘sereni’, i confini turbano e tolgono la pace.

Sta preparando una nuova mostra, Alia, per la Open Door Gallery di Boston. Ci ha lasciato pubblicare alcune alcune delle fotografie che saranno esposte, nell’ambito di una serie più ampia di scatti originali.

Dalla serie “Cast No Evil”, di Alia Ali (Foto cortesia dell’autrice)

Dalla serie “Cast No Evil”, di Alia Ali (Foto cortesia dell’autrice)