Davanti alla crisi l’Europa scopre la nostalgia per il socialismo reale

l’altra faccia dell’euroscetticismo

In Occidente abbiamo conosciuto il fenomeno nel 2003, con la notissima pellicola di Wolfgang Becker Good Bye, Lenin! Lo stesso anno esce la commedia romantica Kleinruppin forever (di Carsten Fiebeler) e, nel 1999, la commedia Sonnenallee (di Leander Haußmann), che trattava sempre lo stesso tema: la Ostalgie. Di che si tratta? Il neologismo era entrato ufficialmente nella lingua tedesca nel 1993, quando la Gesellschaft für Deutsche Sprache (Società per la lingua tedesca) lo aveva inserito nell’elenco delle dieci parole più rappresentative dell’anno. Il dizionario Duden (1999) lo ha definito come «Nostalgia di determinate forme di vita nella ex Rdt […], termine che, anche se è stato creato nel cabaret politico, rappresenta oggi una visione del mondo da prendere sul serio […]». Non è limitato alla sola Germania Est, ma coinvolge i paesi dell’ex Patto di Varsavia (Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania) e l’ex Jugoslavia non allineata, paesi travolti, fra la fine degli anni ’80 e i primi del ’90, da cambiamenti politici, economici e culturali epocali, e si manifesta fra chi ha visto dissolversi il suo orizzonte di riferimento abituale, portandoli a rimpiangere determinati simboli, rituali e oggetti di un mondo ormai irrimediabilmente scomparso. Una condizione che ricorda quella degli emigranti: stesso spaesamento, stesso desiderio ardente per la patria perduta, oltre ad un rafforzamento del senso di appartenenza nazionale. Solo di recente le ostalgie hanno ricevuto l’attenzione critica e scientifica dovuta: si vedano gli studi della slavista Svetlana Boym, autrice di uno dei testi della raccolta Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo (Mondadori, 2003), che parla sia di una “nostalgia riflessiva” che di una “nostalgia restauratrice”.

Dopo l’iniziale elogio del modello occidentale e la successiva scorpacciata consumistico-capitalista, nelle aree dell’ex blocco socialista è seguita una profonda disillusione di fronte agli immutati problemi quotidiani che la liberaldemocrazia non aveva risolto

Nel primo caso, dopo l’iniziale elogio del modello occidentale, bramato come alternativa ad un sistema socialista asfittico, e la successiva scorpacciata consumistico-capitalista, nelle aree dell’ex blocco socialista è seguita una profonda disillusione di fronte agli immutati problemi quotidiani che la liberaldemocrazia non aveva risolto, dal divario economico non colmato fra Est e Ovest – anche semantico, visto che esiste una variante orientale del tedesco, lievemente diversa da quella occidentale –, fin al persistere di stereotipi discriminanti verso le popolazioni di questi paesi, ritenuti arretrati. Da qui il rimpianto e il desiderio diffusi di riandare con la memoria a un passato idealizzato, che spesso corrisponde alla propria giovinezza, gli anni ’60-’70, l’epoca del disgelo post-stalinista a cavallo fra la gestione Chruščёv e Brežnev, un ripiegamento che porta a guardarsi indietro e che si concretizza nella vera mania per il collezionismo di oggetti risalenti al periodo socialista, gli stessi precedentemente snobbati perché ‘inferiori’ rispetto al mercato occidentale. Passa dalla ritrasmissione sulla Pay tv di serie televisive e di film – poi tranquillamente postati su YouTube o altri siti di condivisione video – trasmesse in epoca socialista, alcune delle quali manifestanti evidenti – ma mai eccessivi – richiami al marxismo-leninismo.

Un ripiegamento che porta a guardarsi indietro e che si concretizza nella vera mania per il collezionismo di oggetti risalenti al periodo socialista, gli stessi precedentemente snobbati perché ‘inferiori’ rispetto al mercato occidentale

Nell’Ungheria del conservatore Orbàn sono tornati di moda l’aperitivo socialista Bambi e i sandali del passato regime, mentre nella Russia di Putin è stata ritrasmessa Gli Ottanta, una commedia ambientata nell’Urss di Gorbačëv, con la musica occidentale proibita (per poi liberalizzarsi: il World Slavery Tour degli Iron Maiden toccò nel 1984-85, per la prima volta, anche l’Europa dell’Est, come provato nel video Behind the Iron Curtain), le lavanderie a vapore ed il mercato nero dei jeans, trasmessa in Lettonia, Estonia e pure in Ucraina, mentre in Bulgaria va forte la serie Tv di spionaggio Sette ore di differenza, il cui protagonista non è il ‘reazionario’ James Bond, ma uno 007 al servizio del socialismo reale. Inoltre, in Germania, oltre ai numerosi musei e alle periodiche mostre sulla Ddr, abbondano e sono molto frequentati anche dai turisti, quei locali a Berlino Est, a Dresda, Lipsia e in tutte le città orientali dove si rivive appositamente l’atmosfera e il clima del socialismo reale. A Belgrado, in Serbia, si è poi svolta nel dicembre 2013 una mostra relativa a oggetti e simboli dell’ex Jugoslavia socialista, che ha avuto un grandissimo successo, portando molti media a occuparsene, colpiti anche dal fatto che la mostra era intitolata Ziveo zivot, cioè “Viva la vita”, dove, fra l’utilitaria Zastava, la 600 locale, erano esposte la confezione di biscotti Plazma (i Plasmon jugoslavi) e il ‘passaporto rosso’, che permetteva al cittadino di viaggiare liberamente, senza dimenticare medagliette delle varie nazionali sportive jugoslave e altri monili.

La ostalgia però – nell’ex Jugoslavia designata col neologismo jugonostalgijanon si riduce ad un mero fatto di consumismo privato, di collezionismo, di turismo, di mostre o di culto per la Trabant, ma è espressione di critica all’odierno sistema: in Germania sorgono numerose manifestazioni spontanee, che si svolgono per lo più la domenica mattina nelle cittadine dell’Est, organizzate dagli ossis (i cittadini dei land postcomunisti) in ricordo della vecchia repubblica e del suo sistema socio-politico, formate da ex quadri dell’organizzazione giovanile vicina alla Sed, la Fdj; un recente sondaggio rivela inoltre che il 40% dei tedeschi dell’Est afferma che nella Ddr non si stava poi così male, mentre il 14% arriva a rimpiangere la presenza dei sovietici e lo stesso Muro di Berlino, il tutto, con un partito postcomunista come la Pds (poi Die Linke-Pds, erede della Sed) che prende percentuali piuttosto elevate, fra l’8 e il 12% e, a livello locale, fra il 20-22% nei land orientali, dove il 49% degli intervistati in un sondaggio apparso su Der Spiegel il 9 luglio 2009, asserisce che rimpiange molti aspetti sociali della Ddr.

La ostalgia però non si riduce ad un mero fatto di consumismo privato, di collezionismo, di turismo, di mostre o di culto per la Trabant, ma è espressione di critica all’odierno sistema

Altrove, però, le cose non sono diverse: secondo un sondaggio del 2010, il 45% dei rumeni rimpiange il comunismo, il 61% ha dichiarato di vivere in condizioni molto peggiori rispetto al periodo di Ceausescu e solo il 24% dichiara di vivere meglio ora, mentre solo il 29% si dichiara anticomunista, contro – in un sondaggio pubblicato lo stesso anno dall’Istituto per lo Studio dei Crimini del Comunismo e per la Memoria degli Esiliati Rumeni – il 59% dei rumeni considera il comunismo una buona idea, il 44% pensa che sia stata male applicata, mentre solo il 15% lo elogia tout court. In Repubblica Ceca il Partito comunista di Boemia e Moravia è arrivato nel 2012 al 20%, mentre un altro sondaggio del 2013 spiega che il 32% dei cechi è nostalgica comunismo, “migliore dell’attuale democrazia liberale”. Nell’ex Jugoslavia la nostalgia rimpiange il sistema multietnico, con le varie etnie e le religioni che convivevano pacificamente, mentre la morte di Tito portò gradualmente la federazione socialista ad un mostruoso bagno di sangue, restaurando i vari nazionalismi etnici, alcuni dei quali, come in Croazia, nostalgici nei nazismo ustascia. Nella Russia di Putin il Pcfr di Zjuganov prende percentuali alte, oscillando dal 10 al 19%, con un programma antiliberista e un nazionalismo di sinistra che fa appello alla grandezza dell’Urss.

 https://www.youtube.com/embed/x3KkjKMpbTI/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

MESSAGGIO PROMOZIONALE

Comprendiamo quindi che si è di fronte ad un fenomeno complesso che si avvale di suggestioni profonde, non paragonabile alla residuale nostalgia postbellica dei vari partiti di estrema destra europei. In Germania nasce dal 20% di povertà all’Est, dove i salari sono più bassi rispetto all’Ovest, e dove la disoccupazione è elevata; non è quindi una moda, ma parte dal rimpianto per quelle garanzie e certezze che lo stato socialista dava e che le liberalizzazioni iniziate dal socialdemocratico Schroder negli anni 2000 e il capitalismo non danno, portando solo benessere a chi già lo aveva. Il successivo rigorismo liberista di Cdu-Csu e oggi la Merkel non hanno senz’altro arginato il fenomeno.

È un fenomeno complesso. In Germania nasce dal 20% di povertà all’Est, dove la disoccupazione è elevata. Non è una moda, ma parte dal rimpianto per quelle garanzie e certezze che dava lo stato socialista

Idem per gli altri ‘ostalgismi’: l’ingresso nell’Ue è anche corrisposto alla crisi economica, e le misure di austerità hanno portato a forti tagli, come in Romania, dove il governo ha ridotto il salario pubblico di un quarto e bloccato la spesa pubblica, togliendo il contributo per il riscaldamento per i poveri e ogni benefit per disoccupazione, maternità e per i disabili, aumentano la tassa sul commercio dal 19 al 24% per abbassare il deficit pubblico sotto il 6,8%, il tutto per venir incontro alla rigide richieste comunitarie, in un paese dove lo stipendio mensile medio per un lavoro full time è di 400 euro e il divario sociale fra le nuove élite e la massa aumenta sempre più. Dati simili accomunano gli altri paesi orientali. Il fenomeno è complesso: il voler uscire dalla crisi con ricette di austerity e rigidi risanamenti dei conti pubblici a suon i tagli non può che portare fette consistenti di popolazione a non riconoscersi nel sistema e rimpiangere altri modelli di sviluppo; è l’altra faccia dell’euroscetticismo, quella che non scade in xenofobia e sciovinismo come l’Ungheria di Orbàn o i vari partiti di destra, ma che, delusa dell’Europa unita e dei vari governi democratici postcomunisti, spesso corrotti o mal funzionanti, richiede più Stato, come si evince da questa scritta politicamente scorretta su maglietta fra le più gettonate tra i berlinesi dell’est in questo momento: “Ridatemi il mio muro. E questa volta fatelo due metri più alto!”