“Wet Hot American Summer”: la costruzione di un cult demenziale

“Wet Hot American Summer”: la costruzione di un cult demenziale

A volte, il percorso che trasforma un film in un cult è imperscrutabile. La maggior parte delle volte, per essere precisi. Non è ben chiaro il processo che ha portato all’esplosione di fenomeni disgustosi come la filmografia della Troma , al ripescaggio di fantastici flop come Brazil — di Terry Gilliam, 1985 —, alla rivalutazione di Thomas Millian e di Adam Sandler o all’imminente recupero dei cinepanettoni e alla loro archiviazione sotto la voce “classici”. Altre volte, invece, è piuttosto semplice. Nel 1980 un gruppo di attori strampalati ma già abbastanza apprezzati , sotto la guida esperta di Harold Ramis, ha messo assieme una delle pellicole più citate del cinema comico: Caddyshack. Qualche anno prima l’esperimento aveva già funzionato per John Landis con Animal House (1978) e una quindicina di anni più tardi sarebbe stato il turno di Clerks (1994), di Kevin Smith. Il trucco è stato, quasi sempre, quello di nascondere sotto lo strato di polvere del low budget un’infornata di talenti latente, destinata di lì a poco al successo e a trascinare con sé i primi lavori indipendenti. Trucco generalmente vanificato da una serie di sequel di crescente mediocrità.

Verso la fine degli anni Novanta, i comici David Wain e Michael Showalter hanno cominciato a lavorare a una produzione comica che avrebbe visto la luce nel giro di un paio d’anni: la parodia delle parodia, l’esagerazione di un filone sottotraccia, quello delle commedie estive degli anni Ottanta del tenore di Polpette (1979), di Ivan Reitman, con Bill Murray e Harvey Atkin. Un misto di sesso adolescente e comicità visiva che per un decennio aveva riempito i drive-in di provincia e poi era andata piano piano sparendo sotto i colpi del cinema di qualità. Di più: volevano girare il nuovo Caddyshack. C’è voluto più tempo di quanto avessero preventivato, ma alla fine sembra che ci siano riusciti.

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Wet Hot American Summer è un glorioso impasto di demenza volutamente esagerata e talento tangibile. Alla sua uscita — presentato al Sundance Film Festival nel 2001 in quattro repliche — ha ricevuto le critiche più negative a cui potesse aspirare e ha fatto debito al botteghino. Però piano piano i volti dei suoi protagonisti hanno cominciato a diventare noti al pubblico, tutti per strade diverse, e a mettere assieme i pezzi di un successo tanto tardivo quanto clamoroso. Girato in sei settimane di isolamento in un campo estivo chiuso al pubblico, con un budget rasente il suolo, il film poteva contare solamente sull’abilità del regista (Wain), del produttore (Showalter) e degli attori, quasi tutti esordienti, quasi tutti disperati, quasi tutti destinati a un futuro radioso.

«Wet Hot American Summer è stato un ritrovo di imbecilli geniali» — Michael Ian Black

La storia è semplice: raccontare l’ultima giornata di un camp per adolescenti nell’estate del 1981, attraverso le vicissitudini dei responsabili. Attorno ai trent’anni nella realtà e impegnati ad interpretare un gruppo di sedicenni in preda alle tempeste ormonali nella finzione. Rispetto agli originali del genere, la sfera sentimentale è lasciata decisamente in secondo piano a favore del comico. Tutto è assurdo: dal cuoco con un passato da reduce, sessualmente attratto da vari elettrodomestici e che ha come migliore amico una lattina di verdure bollite — nel volto di Christopher Meloni —, alla minaccia del disastro rappresentata da un pezzo della stazione spaziale Skylab diretto esattamente nel punto in cui si trova il campo — brillantemente risolta da un connubio di magia e imbecillità operate in tandem dalla direttrice, qui Jeanine Garofalo, e da un professore universitario frustrato, i cui panni sono vestiti dallo straordinario David Hyde Pierce. Il resto è una serie di gag grottesche, cadute in acqua, tradimenti pseudo-erotici, qualche piccola esplosione e l’amara evidenza dell’uso di stuntman per praticamente qualsiasi scena.

Bradley Cooper allora aveva ventisei anni e, dopo un esordio in televisione con Sex and the City non aveva girato molto. Wet Hot American Summer è stato il suo primo lungometraggio e per parteciparvi si è trovato a condividere un letto a castello — e una scena di sesso abbastanza esplicita — con Michael Ian Black, anche lui agli esordi. «Il primo giorno ho pensato: domani me ne vado», ha detto Cooper nel making-of rilasciato da Netflix e intitolato, non a caso, Hurricane of Fun. «Sono rimasto sei settimane, anche dopo che avevo finito la mia parte». Amy Poheler, che sarebbe poi stata incornata a regina della comicità televisiva dal Saturday Night Live e da Parks and Recreation, di anni ne aveva trenta e interpretava un’animatrice ossessionata dal successo teatrale e dai registi di mezza età, importati per l’occasione da Broadway. Elizabeth Banks si vede poco, ma le è già concesso tutto il talento per le commedie romantiche che avrebbe dimostrato negli anni a venire. Poi ci sono Joe LoTruglio, che ora è nel cast dell’apprezzatissima Brooklyn Nine-Nine , Paul Rudd nella parte del “ribelle dinoccolato” — «Ho deciso di fare quasto film perché non avevo alternative. Poi ho scoperto che sarebbe stato bellissimo» —, Marguerite Moreau, Molly Shannon, Kevin Sussman. Ognuno di loro dedito alla stupidità senza rimorsi della propria parte, ognuno di loro giovane e senza molte speranze.

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A quattordici anni dall’uscita della pellicola nelle sale e forte di un pubblico costruito sul passaparola e sulla curiosità attorno ai successi dei protagonisti, Netflix — da un’idea della ormai vulcanica Poheler — ha deciso di finanziare una miniserie prequel intitolata Wet Hot American Summer: Firts Day of Camp. Gli episodi, usciti tutti contemporaneamente il 31 luglio scorso, sono otto e vedono tornare al campo l’intero cast originale — invecchiato nella realtà ma più giovane di otto settimane nella finzione, e senza la pretesa di una recitazione impegnata che di solito rovina i grandi ritorni. Il risultato è tanto fenomenale quanto reso ancora più esilarante dal confronto con l’originale. Accanto a Garofalo, Banks, Showalter, Cooper, Meloni e Rudd, compaiono vari cammei di crescente richiamo: Jason Schwartzman, nella parte di un animatore coscienzioso destinato a una brutta fine, Chris Pine, un musicista eremita, Kristen Wiig, la ricca rivale del campo vicino, Lake Bell, fidanzata a metà tra l’immaginario e il libertino, “Weird Al” Yankovic, Jordan Peele, editor senza scrupoli, Michael Cera, avvocato specializzato nei casi di orinazione pubblica. Questa volta la minaccia sarà rappresentata dal governo degli Stati Uniti e da una pozza di rifiuti nucleari, assieme alla malvagità del campo confinante, frequentato da adolescenti ricchi e snob. La genialità sta nel ricreare l’atmosfera del primo film senza perdere nemmeno un colpo nel restituire la comicità insensata che negli anni ne ha alimentato la fama.

Con le parole di Michael Ian Black in una recente intervista: «Wet Hot American Summer è stato un ritrovo di imbecilli geniali, che per caso avevano bisogno di fare un film che non ha nulla a che vedere con quanto gli sia andato di lusso il resto della carriera. Credo di essere l’unico a non essere ancora multimiliardario». È probabile che il network tenti di lanciare un secondo sequel il prossimo anno, ma se il filone dovesse fermarsi qui, chiuderebbe vicino all’assoluta perfezione.