Portineria MilanoDel Debbio: «Per Renzi non serve fare le cose, basta annunciarle»

Il populista

Della sua possibile candidatura a sindaco di Milano non ha voglia di parlare. «Basta con questa storia», dice Paolo Del Debbio, conduttore televisivo noto al grande pubblico per programmi come Quinta Colonna o Dalla Vostra Parte su Rete4, ma soprattutto assistente per anni di Fedele Confalonieri, tra gli uomini più fidati di Silvio Berlusconi. Eppure quando gli si dice che nel Partito Democratico meneghino lo temono come sfidante, perché sfonda nei quartieri popolari milanesi risponde con un sorriso: «Perché è la pancia della città». Di populismo, di pancia del Paese e di quello che dice la “gente”se ne intende Del Debbio. Accusato di essere un populista, se ne vanta e lo ha scritto nero su bianco nel suo libro, appunto, Populista e me ne vanto, dove racconta il diritto della “common people” a parlare e a spiegare le proprie posizioni. «Il populismo nasce dove esistono problemi irrisolti, come un’immigrazione mal distribuita, o la povertà e la disoccupazione» aggiunge. «Finché non ci saranno soluzioni, in questo Paese il populismo esisterà sempre».

E se gli si domanda se essere populista non abbassi di fatto il livello stesso della politica e della classe dirigente, sbotta: «Un politico si pone in basso perché dice che questa distribuzione degli immigrati in Italia è folle? Si pone in basso perché c’è un limite agli italiani sulla soglia di povertà? Ha detto solo la verità. Viceversa se dice “a me fa schifo Brunetta”, allora non è populista: è uno stronzo». Ma Del Debbio non è solo televisione, perché è anche stato uno di quelli che nel 1994 affiancarono Berlusconi nella sua ascesa politica. È professore allo Iulm di Milano. E crede soprattutto nella gente e nelle scelte del pubblico. «La televisione non la guardo. Dopo che finisci alle 10 di lavorare con il tuo programma non ti metti di fronte al televisore». Della Rai e della crisi del talk show dice «che sono discorsi un po’ vuoti. Non parlo dei colleghi. Il modello dei talk però non finirà mai perché esisterà sempre una maggioranza e un’opposizione: è la base della democrazia». Eppure ha due programmi di riferimento nella televisione di Stato: «Quelli di Piero Angela e la Macchina del tempo».

Quanto era populista il Cavaliere nel 1994? Forse di meno rispetto ai toni che in questo momento si sentono oggi in politica.
I temi che introdusse Berlusconi erano temi popolari. Ha tirato fuori questioni di cui nessuno parlava, come la sicurezza. Nel programma c’era l’introduzione del vigile di quartiere che poi portammo a Milano con Gabriele Albertini.

C’era anche il Nord, la questione settentrionale.
Sì è vero, ma è un tema che adesso non scalda più. Chi ci si è imbattuto alla fine non ha racimolato molto. C’è stato anche un referendum che l’ha affossato. La Lega di Salvini ora è Europa e l’immigrazione.

I temi che introdusse Berlusconi erano temi popolari. Ha tirato fuori questioni di cui nessuno parlava, come la sicurezza

Quanto c’è di Berlusconi nel premier Matteo Renzi?
Secondo la tesi di Giuliano Ferrara, Renzi è il Royal Baby…Ma credo che abbia fatto un passo in avanti. Renzi è uno che, dal punto di vista della comunicazione, ha scelto in questo modo: si fa una cosa e si comunica. O meglio, già comunicarla è farla. Ha superato i vecchi schemi. Per questo motivo si potrebbero licenziare tutti gli uffici stampa. Ha superato quella diacronia, di quando si comunicava spiegando quello che si sarebbe fatto. Ora comunicare è fare. Non solo. 

Mi dica.
Chi sostiene che questa comunicazione sia eccessiva è un gufo. Quindi da un lato Renzi ha abolito gli uffici stampa, perché Filippo Sensi è sempre con lui più che altro come angelo custode della comunicazione. E dall’altro lato, tramite una categoria ornitologica, ha fatto fuori un’intera categoria di critici.

Ma dov’è finito Berlusconi?
Io non lo so. Non ci parlo da tanto tempo. L’ho visto nella mia trasmissione alle ultime elezioni, mezz’oretta prima. Ci siamo detti cose banali. Penso e credo che gli sarebbe piaciuto avere un Renzi dalla sua parte.

Per Renzi comunicare una cosa significa già farla. Ha superato i vecchi schemi. Per questo si potrebbero licenziare tutti gli uffici stampa. E poi, con una categoria ornitologica, il gufo, ha fatto fuori i suoi critici

Non è che questo Renzi gli piace così tanto da non voler più fare politica e opposizione? Molte riforme le avrebbe approvate anche lui.
Da un lato c’è sicuramente questo, ma dall’altro sta guardando cosa fare. Sta pensando a cosa fare su tutto. È dibattuto tra l’orgoglio per la propria creatura e il vento che adesso continua a soffiare per Renzi. Ha messo su questo partito, ha dato tanto, forse ha qualche rimpianto e nostalgia, c’è un senso di figliolanza nei confronti di Forza Italia, che va estinguendosi.

Renzi avrebbe dovuto seppellire il “populismo” del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, ma così non è stato.
C’è un bel po’ di italiani che non crede in Renzi. Non ha appeal su alcuni. Sono cose che succedono, accade pure nella chiesa. E poi consiglio di leggere il capitolo che Marco Tarchi dedica a Renzi sul populismo..

Ci son anche un po’ di leghisti che non credono a Salvini, in Lega si parla di correnti maroniane e salviniane.
Non è casa mia la Lega. Ma in politica c’è chi piglia i voti e chi vuole gestire i voti contro chi li ha presi. Berlusconi prendeva i voti e poi c’erano quelli che dicevano di essere intelligenti che volevano gestire il partito contro di lui. Ma alla fine chi conta è chi i voti li prende.

Renzi ha una cultura molto pragmatica: individua alcuni problemi e dà le soluzioni. Non ha un orizzonte culturale, non cita mai nessuno

Come nel Partito Democratico che in questi giorni litiga sulle riforme?
Lì è una questione diversa. È più una radice culturale del passato. Certo anche in questa distinzione c’è una questione di potere di cui D’Alema è l’ideologo, anche se è Bersani l’unico in parlamento a contare. La distinzione è anche culturale perché Renzi ha una cultura molto pragmatica: individua alcuni problemi e dà le soluzioni. Non ha un orizzonte culturale, non cita mai nessuno.

Cita Giorgio La Pira, ex sindaco di Firenze
Ci ha fatto la tesi… ma se si guarda il tema valoriale non c’è nulla. Renzi è legato sempre alle cose che fa. È difficile che faccia un quadro con quello che rappresenta davvero. Basta pensarci.

Non rischia di essere un difetto? Craxi nominato segretario citò Garibaldi…
Ma Renzi non è figlio di quella politica, non c’entra più niente. Ha un altro orizzonte. Paradossalmente Salvini viene da una storia più densa, di autonomismo, di autodeterminazione dei popoli… 

E il Papa? È populista?
Se il Papa sceglie i poveri come categoria centrale della teologia allora è populista. Se viceversa sceglie i poveri come una scelta teologica importante allora non è populista.

Quindi?
Decida il lettore.

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