“Ke dici?” La lunga storia della K in Italia

“Ke dici?” La lunga storia della K in Italia

Che fine ha fatto la lettera “K” nella nostra lingua? E perché è sparita, salvo ricomparire solo nel linguaggio giovanile abbreviato? Risponde l’Accademia della Crusca.

Che fine ha fatto la K?

Risponde la Crusca Occorre premettere che nel latino classico c e g avevano sempre valore velare (ovvero Cicero era letto come oggi leggeremmo *chichero e Genus era *ghenus). Nel volgare italiano, con l’introduzione dei suoni affricati alveopalatali (vale a dire i suoni iniziali di cena, giostra ecc.), si presentò la necessità di distinguere velari e palatali anche nei segni grafici. Dopo diverse incertezze iniziali, che si vedranno in seguito, si è giunti alla norma attuale che distingue l’uso per indicare la velare di: ch, gh davanti ad i, e (chiesa, gheriglio); c, davanti ad a, o, u (caso, gozzo, cubo); per indicare la palatale, invece, c, g con ed e (ciliegia, gelato), ci, gi davanti ad a, o, u (ciarla, gioco, giullare).

Nelle prime testimonianze di volgare italiano si possono trovare scelte diverse: per la occlusiva velare sorda (casa, coda) si impiegarono k, qu, ch. Queste pratiche di scrittura sono documentate sin dalle origini: nel noto Placito di Capua (960) si legge “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene”, dove tra l’altro si susseguono que (da leggersi ‘che’, scritto imitando il modello latino) e ki per indicare lo stesso suono iniziale. Varrà la pena osservare allora che l’italiano è l’unica delle lingue romanze in cui si usano ch e gh per i suoni velari, con le vocali e ed i. Questi digrammi (successione di due segni grafici per indicare un unico suono) sono attestati inizialmente in carte longobarde dell’VIII secolo in nomi propri e comuni germanici (Adelchis, scherpa), in grecismi (archidiaconus), in parole latine (chi da QUĪ) e in volgarismi (Centu porche attestato a Lucca nel 739 o sicche ‘secche’ nell’816); gh si trova in Aliperghe plurale di un singolare Aliperga. “Siamo dunque di fronte alle prime attestazioni della h come segno diacritico di velarità. I digrammi ch e gh si affermeranno poi definitivamente in toscano con tale valore, superando la concorrenza di altre grafie e in particolare di k” (Maraschio 1993: 154).

Sempre in epoca antica, il k si trova nel volgare di aree italiane non toscane, per influenza del greco, soprattutto nell’Italia centrale e meridionale e con lunga sopravvivenza in Sicilia, dove, invece, ch indica il suono palatale (con un’ampia varietà di pronunce: Sichilia da leggersi ‘Sicilia’; pichula ‘picciula’; zacharelli‘zacarelli’; contrachiri ‘contrairi’). Tale uso per la palatale di ch (e chi davanti alle vocali a, o, u) si trova anche in antichi documenti settentrionali. Infine, k è attestato in Toscana (nei Conti dei banchieri del 1211 ad esempio) anche per il suono velare sonoro (vale a dire Uki ‘Ughi’, teckiaio ‘tegghiaio’). Si spiega così in parte la successiva affermazione di ch e gh che possono indicare il suono velare con meno ambiguità di k e con un perfetto parallelismo tra segno per la sorda (chierico) e per la sonora (gheriglio) che il k non poteva avere.

Il segno k si usa in italiano contemporaneo soprattutto per parole straniere nelle quali si conserva il grafema proprio della lingua d’origine ( koala, karkadè, e dal greco koinè e simili). È anche possibile incontrare k nelle sigle (kg=chilogrammo; km= chilometro), ora anche nelle targhe automobilistiche (Kr è Crotone dal greco Kroton), o con valore connotativo.