South Park e il buonsenso della satira sociale

South Park e il buonsenso della satira sociale

Verrà il giorno in cui gli americani esauriranno l’elasticità mentale. Nel 2003 un episodio della sitcom animata South Park esponeva le teorie di Trey Parker e Matt Stone riguardo il mormonismo, attraverso un piccolo musical su un tema che non faceva che ripetere «Dumdumdumdumdum» — in pratica: «Idioti-idioti-idioti-idioti-idioti». I mormoni non ne uscivano bene. Era già da una decina d’anni che la serie mischiava le religioni, raccontava la storia d’amore tra Satana e Saddam, pianificava di mostrare il volto del profeta Mohamed, sistemava la questione mediorientale alternativamente con il trionfo della causa palestinese e la supremazia israeliana. Nel tempo avrebbe questionato l’omosessualità, la ricerca sul cancro, il pacifismo, la liberalizzazione delle droghe leggere, tutti i presidenti e tutti i governi, l’immigrazione clandestina, i diritti civili (i Diritti Civili!), il socialismo, il capitalismo e quanto c’è di sacro al mondo. In un episodio dell’undicesima stagione intitolato With Apologies to Jesse Jackson, la parola con la enne è ripetuta quarantatré volte contate. Qualcuno ha stimato che in diciotto stagioni i personaggi di South Park abbiano detto fuck più di diecimila volte in diverse varianti.

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Nel 2011 la piccola crociata contro i mormoni si è trasformata in un vero spettacolo di Broadway ed è stata portata in pompa magna per le vie del mondo. I mormoni continuano a non uscirne bene, ma a nessuno importa veramente. I cattolici, in compenso, si sono indignati quando nel 2005 in South Park una statua della Vergine Maria ha cominciato a sanguinare in maniera indicibile. Trapped in the Closet, la puntata della serie che denuncia Scientology come un truffa globale di proporzioni esagerate, è stata sospesa al secondo passaggio televisivo e mai più replicata. Sul finale dell’episodio Stan, uno dei protagonisti, si affaccia alla porta di casa e, dopo avere espresso il proprio parere sulla cosiddetta religione delle star, invita chiunque non sia d’accordo a denunciarlo. «I miei autori sono nei titoli di coda!», dice con aria provocatoria appena prima che una serie di John e Jane Smith comincino a scorrere sullo schermo. Parker e Stone hanno sempre saputo quello che stavano facendo, ma non ne hanno mai fatto una ragione di vita.

Privatamente bisogna stare attenti a come si parla. C’è un uso morale che può risultare difficile gli europei che vivono negli Stati Uniti. Consiste nell’abitudine di camminare in punta di piedi su una distesa di gusci d’uovo. Qualsiasi battuta fuori posto può essere letta come una provocazione, un atto d’odio. È un’usanza che deriva da un passato di errori clamorosi e dalla paura che possano ripetersi da un momento all’altro, innescati da una frase sbagliata pronunciata con convinzione tale da giustificare un comportamento antisociale. Qualcuno potrebbe ritenerlo un eccesso di moralismo, una superstizione. Ma rispettarne l’esistenza significa riconoscerne l’umanità assieme alla gravità dei periodi bui che hanno portato a certe accortezze. In televisione però, si può fare tutto purché il network sia disposto a pagarne profumatamente le conseguenze — e lo sarà se gli ascolti gli daranno ragione.

Gli americani non hanno una parola per l’aggressività televisiva,ma chiamano “odio” tutto ciò che rivolta le coscienze.

Quando Parker e Stone hanno scritto il corto intitolato Jesus vs. Santa che sarebbe diventato South Park avevano in mente questo genere di ambiguità sociale: «Perché giocare agli indignati al bar, quando siamo una nazione di razzisti omofobi guerrafondai?». Così hanno cominciato ad abbattere le barriere del buongusto con la precisione di un’impresa di demolizioni urbane per evitare che il buonismo divorasse la capacità di distinguere tra lo scherzo e l’intenzione. Per evitare che nel Paese in cui si può scherzare su tutto si arrivasse al punto di non poter più scherzare su niente. Hanno risposto alle accuse di istigazione all’odio spiegando che non c’è niente di male a ridere delle debolezze umane e che il buonismo è una delle più grandi debolezze americane. Lasciarlo agire significherebbe perdere la prospettiva del giusto e dello sbagliato, fermarsi a discutere l’umorismo per non accorgersi più delle vere ingiustizie sociali — ormai talmente criminalizzate da non essere nemmeno registrate dalla pubblica critica. L’arte delle demolizioni urbane sta nel circoscrivere l’ambiente, per non danneggiare i palazzi accanto a quello abbattuto.

Gli italiani sono abituati a chiamare “satira” lo sfottò televisivo e a scandalizzarsi o meno — a seconda dello schieramento politico come della fede calcistica — per l’abuso delle tragedie. Ogni giorno c’è un caso di cui essere disgustati, un eccesso per cui indignarsi e una crisi da superare. Ogni giorno la tragedia del giorno precedente viene dimenticata, senza più ridere né piangere. Nei bar si discute ad alta voce di appiccare il fuoco nei campi rom, ma in televisione si fa attenzione a non urtare la memoria storica del fascismo. Gli americani non hanno una parola per l’aggressività televisiva, non ce n’è bisogno. Ma chiamano “odio” tutto ciò che fuori dalla televisione rivolta le coscienze.

Nel 2000 la deportazione forzata dell’esule cubano Elián Gonzáles, che all’epoca aveva solo sette anni, strappato con la forza dalle braccia del padre che lo teneva nascosto in un armadio a Miami da un soldato armato di mitragliatore, ha scatenato un dibattito di portata nazionale. Meno di una settimana dopo che le immagini strazianti del ragazzino terrorizzato erano passate per i telegiornali, South Park le stilizzava e riproponeva fedelmente in una puntata intitolata Quintuplets 2000. A fare la parte di Gonzáles era Kenny, che sarebbe poi finito ucciso come da tradizione. Nessuno ha sentito la necessità di chiedere scusa. Quello che funziona in televisione non ha bisogno di giustificazioni morali e l’intrattenimento resta intrattenimento da qualsiasi direzione provenga. Con questa regola in mente, Parker e Stone hanno cavalcato un successo senza incrinature per quasi vent’anni.

Quando la satira ha cominciato a dover essere difesa ha decretato il proprio fallimento.

Qualche settimana fa è andata in onda l’ultima puntata del Jon Stewart Show. Una chiusura annunciata, ma non per questo meno triste. Jon Stewart è stato l’incarnazione della schiettezza di South Park. Ha litigato con quelli che ha ritenuto i cattivi per ventidue anni, dalla sua prima apparizione su MTV: repubblicani, Fox, il papa, la destra israeliana, la famiglia Bush e la famiglia Clinton. Una pietra miliare della libertà di espressione, che non è satira ma buonsenso. La satira è un modo per non prendere sul serio la critica sociale e sollevare un polverone su questioni da nulla. Ogni volta che cerchiamo di definire su cosa si può scherzare, riduciamo di qualche centimetro l’efficacia dell’ironia e quando la satira ha cominciato a dover essere difesa ha decretato il proprio fallimento. Intrattenitori come Parker, Stone, Stewart, ma anche Larry David , Ricky Gervais e il creatore di Family Guy Seth MacFarlane non sollevano l’odio, ma mantengono vivo un diritto fondamentale: quello di non liberarsi del male con una scrollata di spalle. Non è satira, ma istinto di sopravvivenza.

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