Tra Atene e Madrid, il futuro della sinistra europea

Tra Atene e Madrid, il futuro della sinistra europea

I personaggi de I Diavoli di Guido Brera escono dal romanzo per commentare la finanza e la politica di ogni di ogni giorno. 

***

Dal diario di Philip Wade

London City, 2015, primo giorno d’autunno

«Quella stagione in me tu puoi vedere/Quando foglie ingiallite, nessuna, o poche, pendono/Appese ai rami tremanti contro il freddo…»

Dopo la lezione, ho ripreso i Sonetti di Shakespeare. Non c’è stato bisogno di cercare tra le pile di libri che saturano lo spazio di questo cubicolo cinque metri per cinque. “Lo studio del professor Wade…” dicono gli studenti lasciando la frase in sospeso. Poi è una sfumatura ironica a riempire il vuoto delle parole.

La prima volta che qualcuno si affaccia in questa stanza rimane disorientato dall’accatastarsi dei volumi. Quello che per gli altri è caos, per me è un ordine preciso. E il volume era esattamente dove doveva essere. Poggiato di dorso sul secondo ripiano della libreria accanto alla porta.

L’ho sfogliato sapendo cosa cercare. Le pagine si sono aperte seguendo lo scorrere dei solchi impressi alla rilegatura dalle troppe letture.

William Shakespeare: il ricordo di vecchi studi, la rimembranza di un passato lontano, quando Philip Wade era ancora un giovane studioso del Teatro elisabettiano.

Poi sono arrivate le altre vite. Porto un nome che serba molte storie. E quei ragazzi a cui insegno le tumultuose vicende del XX secolo, qui al “Birkbeck College”, non sanno nulla del Philip Wade strategist presso la grande banca della City, al tempo in cui avevo deciso di guardare le cose dall’“altra parte”, scivolando nel ventre dei mercati finanziari globali.

Fu allora che conobbi l’Americano.

Ho abbassato lo sguardo. Sulla pagina, le quartine del Sonetto 73. Autunno. Il tempo che segue l’estate.

«Quella stagione in me tu puoi vedere…» Leggevo in piedi, davanti alla finestra aperta, il libro tra i palmi come la bibbia durante un’orazione.

Poi ho alzato gli occhi e, per un attimo, nel contrasto della trasparenza, ho colto sul vetro il riflesso di un viso stanco. Le guance che pendevano sopra la piega amara delle labbra, occhi stanchi che galleggiavano su borse violacee. Da qualche mese dormo male. In me ho visto l’autunno. Nei miei sessant’anni, nell’alternarsi dei decenni, nel cambiamento delle fasi, nelle sconfitte che curvano le spalle, nel volgere dei cicli economici, nei ricordi che rimangono muti e consegnati alle pagine di questo diario. I diari sono roba per ragazzine o per vecchi.

Derek Morgan l’Americano, l’uomo al vertice della grande banca, non terrebbe mai un diario. Ha un rapporto particolare col tempo. Unico. Non crede al futuro se non nella misura in cui può determinarlo. Non ha ricordi, se non nella misura in cui l’esperienza può aiutarlo a non ripetere lo stesso errore. Ma non è uno che sbaglia, Lui. È uno degli uomini capaci di indirizzare la piega degli eventi. Non sente l’autunno incombente e ignora il rigido gelo dell’inverno.

Oggi l’ho immaginato vittorioso nel suo impeccabile completo blu, sopra un’immacolata camicia bianca, col nodo della cravatta stretto alla perfezione. Vittorioso dopo l’estate della grande battaglia, quando dalla Grecia è montata la minaccia agli equilibri europei, quando in tanti abbiamo percepito la possibilità del cambiamento. «Verticalizzare l’azione politica» avevano scritto alcuni. Partire dall’estremo Sudest e provare a forzare gli assetti per giocare una partita costituente nel cuore dell’Europa.

Illusi. Siamo stati degli illusi.

* * *
Ho immaginato l’Americano vincitore, eppure guardingo. Sempre pronto a individuare l’alternativa che può minare il piano di controllo planetario di cui è titolare. Derek Morgan ha fatto del denaro una pura astrazione, della printing machine l’arma segreta per il dominio dell’Occidente. Il suo dispositivo è un congegno perfetto: chi accetta le condizioni è nel flusso di cartamoneta, chi le rifiuta è fuori, povero tra i poveri, escluso tra gli esclusi. L’intera politica fiscale del continente è consegnata di fatto alla filigrana delle banconote.Volete surfare sulla grande onda della liquidità? Accettate fiscal compact, negazione della progressività fiscale, difesa delle rendite, estrazione pervasiva di plusvalore, salari compressi, welfare a pezzi e tanto debito privato.

Amen.

Ho chiuso il libro. Ho lanciato un ultimo sguardo al volto riflesso nei vetri. Ho pensato al domani.

C’è ancora un domani?, mi sono chiesto.

Ora che scrivo riempiendo i fogli di questo diario, è tardi. Il sole è tramontato. Ho chiuso la finestra. La lampada sulla scrivania rischiara la superficie e lascia al buio gli angoli della stanza. Capita sempre più spesso che mi fermi in ufficio oltre l’orario di chiusura. Sono io l’ultimo a varcare la soglia dell’Istituto. Al “Birkbeck” lo sanno e la considerano l’eccentrica abitudine di un vecchio.

Non sanno che non c’è nessuno ad aspettarmi. L’unico appuntamento è con me stesso. E cerco di onorarlo su queste pagine, con molti dubbi e poche certezze, mentre si spengono gli ultimi fuochi di un’estate caldissima e l’autunno si approssima «quando foglie ingiallite, nessuna, o poche, pendono».

La scommessa dei negoziati greci ha acquisito da subito un carattere continentale. La partita si giocava nel cuore dell’Europa, per un’altra Europa. Ma i negoziati dovevano risolversi in modo da non costituire un precedente. L’estate doveva finire. Non bisognava concedere alcuna vittoria, neppure parziale, per non prolungare i fuochi di luglio fino all’autunno spagnolo, fino alle prossime elezioni a Madrid. Le politiche di austerity erano dogmi inscalfibili che alimentavano le rigidità dei creditori al tavolo delle trattative. Neppure la “mossa del cavallo”, il referendum del 5 luglio, è servita a rovesciare la “paura” nel campo avversario. Nemmeno la grande volontà popolare di rimanere dentro la moneta unica, ma a condizioni differenti, ha funzionato per ribaltare il rapporto di forza. Non esiste “differenza” o “diversità” negli equilibri dell’unione politico-monetaria. Non possono esistere.

Uomini come Derek Morgan hanno giocato d’anticipo. Sono stati loro per primi a mettere in conto un’uscita della Grecia. Come in una partita di poker hanno messo tutto sul tavolo. Forse bluffando. Non è dato saperlo.

I “se” e i “ma” mi hanno rincorso nei giorni di luglio e agosto. Quando a rendere l’aria irrespirabile c’era il tarlo del dubbio: si poteva fare di più? Si doveva forzare ancora? Occorreva bluffare prima degli altri?

Poi la calura si è allentata. È arrivato settembre. Dicono sia un mese di bilanci, sospeso tra due stagioni.

Insegno a ragazzi di vent’anni la storia delle rivoluzioni del Novecento. So che alcune sconfitte possono rivelarsi grandi vittorie. Così è stato in passato. Così non è sempre stato.

* * *
La sinistra greca ha avuto il merito di collocare lo scontro su un terreno internazionale, provando a rovesciare il non rovesciabile, ignorando Archimede e i suoi principi. Senza leve adeguate, Syriza ha tentato di sollevare il mondo dell’austerity, la costituzione materiale europea, i diktat della Trojka. È stata una lotta impari dall’esito già segnato, ma ha aperto una breccia in un immaginario granitico. Ha mobilitato milioni di persone nel continente, ha declinato metaforicamente l’immagine di nuove Brigate internazionali. I greci hanno descritto questo processo con grande abilità retorica, hanno combattuto il neo-liberismo e l’ordo-liberismo teutonico indicandone la miopia. Hanno perfino provato a dare la profondità di un tempo lungo a un ordine che concepisce solo l’immediatezza del presente. “Salviamo il capitalismo da se stesso”, hanno detto, inascoltati, gli uomini della sinistra ellenica.

Ma Teseo ha perso. Il filo è rotto. Al centro del labirinto il Minotauro siede su un trono di cartamoneta e dà ordini parlando uno strano linguaggio: un po’ tedesco e un po’ americano.

Le stagioni passano. Abbiamo imparato a incassare sconfitte, come vecchi pugili. Ricordo la lezione di mio padre, il comandamento della Strada, il saggio consiglio della working class di Liverpool: «Prima impara a incassare, poi a colpire».

Restiamo in piedi e ci aggrappiamo – ostinati – al gioco delle possibilità.

«In me vedi quel fuoco che sfavilla / E langue sulle ceneri della sua giovinezza.» Ancora Shakespeare. Questa volta a memoria, senza bisogno di aprire il volume. Possiamo. Ancora Possiamo. E lo sguardo da Levante si sposta a Occidente, lascia la Grecia, e lo stallo. Sarà il tempo e l’arte della politica a dire se sulle sponde dell’Egeo si tornerà a giocare una nuova offensiva, se si uscirà dall’impasse sulla scacchiera. Adesso intorno al tavolo si parla spagnolo.

Penso a Derek. Provo a intercettarne il ragionamento, a sbrogliare il filo di pensieri intricati come una matassa. Il suo labirinto è un’enorme sala di specchi: riflette immagini deformate, restituisce inganni. Non è a Madrid che sta guardando l’Americano. Forse non pensa neppure all’Europa. Non adesso, almeno.

Forse sta commettendo un errore. E già lunedì, dopo il responso della tornata elettorale in Catalogna, lo scenario potrebbe rivelarsi radicalmente mutato. Una variabile da calcolare, Derek… Una variabile significativa.

A noi, invece, tocca pensare proprio alle prossime mosse sulle coste del Mediterraneo.

Le forze spagnole dell’alternativa sono diverse da quelle greche. Per certi versi sono più d’avantgarde, ma al tempo stesso risultano più prudenti. Antepongono allo scenario continentale il riferimento a un’efficace piano di intervento contro la povertà e le diseguaglianze al di qua dei loro confini nazionali. L’accento cade sugli interventi redistributivi interni prima che il discorso si allarghi alla necessità di un processo di «democratizzazione» dell’Eurozona e al problema della ristrutturazione del debito.

Parole. E forse questa è la stanca esegesi di parole il cui significato è ancora da approfondire. Ma il linguaggio è sostanza, e la prospettiva spagnola assomiglia a una lunga marcia all’interno della società civile per la conquista delle casematte. In vista di una diversa redistribuzione degli oneri dell’austerità. Egemonia, consenso, esercizio del potere.

Il primo vento d’autunno porta con sé il fallimento di un agire politico che avesse ricadute immediate sugli assetti continentali. Ora sembra soffiare un’antica prudenza, la prima brezza della nuova stagione. Sospinge lo sguardo verso le contraddizioni interne ai singoli paesi. Almeno come livello di mediazione da articolare prima di tornare alla battaglia in campo aperto, a Bruxelles e a Francoforte.

Fare un passo indietro per farne due avanti, questa volta. E su un simile terreno la nuova maggioranza ad Atene potrebbe convergere con un’inedita maggioranza a Madrid.

Sollevo gli occhi stanchi e provo a sondare il buio che circonda questa scrivania. Mi chiedo come faccia Derek a leggere il futuro con tanta chiarezza. Il vantaggio del rapporto di forza gli consente una prospettiva elevata, come il generale di una guerra napoleonica che domina il campo dal rilievo della collina.

Austerità e anti-austerità… Mi chiedo quanto la dialettica di questa dicotomia non abbia finito per elidere il possibile, cancellando un termine della relazione.

Penso alla Grecia, alla sua filosofia, alla funzione dei paradossi nel progredire della logica. Mi chiedo se quell’opposizione non vada sciolta per crearne un’altra dentro al campo avverso, sul terreno delle politiche nazionali e per una diversa distribuzione dei costi.

Scrivo veloce. Il polso mi duole. La tensione si accumula sul collo.

Mi chiedo se non si debba agire per affermare, decretare, la compiuta immaterialità del lavoro e immaginare un reddito su base statale che ne riconosca finalmente l’inquantificabile eccedenza produttiva. “Austerità” suona quasi come un ossimoro davanti a un capitalismo la cui composizione consentirebbe al genere umano di vivere con poco lavoro.

Mi chiedo se non serva lottare per sancire la materialità di alcuni servizi garantendone l’intoccabilità dall’interesse privato. E se non si tratti di provare a modificare l’equilibrio fiscale interno, brandendo le bandiere di un nuovo riformismo. Radicale.

Dopo la sconfitta in campo aperto, gli eserciti aprono altri fronti, dandosi nuove tempistiche e riformulando l’orizzonte degli obiettivi.

Rileggo queste ultime righe. Quante domande…

Ma forse è l’autunno. Forse è questo settembre, un mese generoso di dubbi e avaro di certezze.