Liti, ritardi e niente soldi: il Giubileo della misericordia è già un incubo

Nel 2000 sulla Capitale una pioggia di soldi e opere. Oggi le polemiche tra il papa e il sindaco, pochi cantieri e una sola speranza: non naufragare

Dal Giubileo della grandeur wojtyliana a quello povero della misericordia francescana, ma sempre con un papa star al comando. Roma si sdoppia di nuovo, a quindici anni di distanza da quel fatidico 2000, capitale laica e centro mondiale della cattolicità, torna a celebrare un evento destinato a rimetterla al centro del mondo.

In fondo è una chance, dopo i mesi tormentati di Mafia Capitale, dei Casamonica padroni della città, dei funerali stile Padrino e del “mondo di mezzo”, delle cooperative di Salvatore Buzzi e delle manovre del boss nero, l’ex terrorista dei Nar, Massimo Carminati – fermato dalla polizia mentre tentava la fuga, immagine forse talmente simbolica dell’Italia di questi anni che si fa fatica ad accettarla.

Una chance sarà allora l’Anno Santo, ma anche un rischio, perché se il pontificato innovativo e popolare di papa Francesco è garanzia per un afflusso forte di turisti, pellegrini e fedeli da ogni parte del mondo, la città vive da tempo come ripiegata su sé stessa, in un degrado quotidiano e permanente; e in questo la politica, dalle amministrazioni-sfacelo e sotto inchiesta guidate da Gianni Alemanno, al bersagliatissimo e improbabile “marziano” Ignazio Marino (da ultimo trattato con distacco e un certo fastidio anche da Bergoglio), ha dato pessima prova di sé.

La vera sfida sarà quella di non naufragare, più che di realizzare chissà quali opere

Così si marcia a ranghi ridotti, con i cantieri – pochi – partiti nelle ultime settimane e la quasi certezza che la vera sfida sarà quella di non naufragare, più che di realizzare chissà quali opere.

Già, le grandi opere del bel tempo che fu. Neanche nel 2000 alla fine se ne realizzarono tante, eppure a guardarli oggi quelli erano altri tempi. La Chiesa celebrava i fasti di un pontificato interminabile, l’immagine di Giovanni Paolo II già gravemente malato di Alzheimer che, con indosso un enorme mantello dorato, varca la porta santa di San Pietro nella sera di Natale del 1999, rimane la fotografia di un’altra stagione; non c’erano stati gli attacchi alle Twin Towers di New York e giravano ancora parecchi soldi: qualcuno l’ha chiamata la Belle Époque della globalizzazione.

L’Anno Santo era stato indetto fin dal 1994 e poi preparato nei tre anni precedenti al 2000. Sulla Capitale cadde una pioggia di miliardi di lire. Non mancarono le polemiche sui ritardi nei lavori, il piano originario – definito allora “faraonico” – fu ridimensionato, eppure si intervenne su stazioni, sistema viario stradale e ferroviario, accoglienza turistica, restauri, si realizzò il “sottopassino” del Lungotevere in Sassia – fra Castel Sant’Angelo e il Vaticano – e si scavò un gigantesco parcheggio nella collina del Gianicolo, dietro San Pietro, costato circa 85 miliardi di lire, a carico per metà dello Stato e per metà del Vaticano, rimasto un po’ un gigantesco monumento all’inutile; chissà che non torni utile 15 anni dopo. Del resto come dicevamo, altri tempi, altri soldi.

Per altro fu quello il momento in cui prese corpo, intorno alla figura del sindaco e commissario straordinario per il Giubileo Francesco Rutelli, uno dei nuclei forti del futuro renzismo. Paolo Gentiloni, oggi ministro degli Esteri, era stato prima portavoce di Rutelli e poi assessore al turismo e al Giubileo; l’attuale capogruppo al Senato del Pd, Luigi Zanda, presiedeva l’agenzia per il Giubileo (dal 1995 al 2001), centrale operativa-istituzionale dell’evento, e già in precedenza aveva guidato il Consorzio Venezia Nuova – quello del Mose – (dal 1986 al 1995); c’era poi Michele Anzaldi, oggi deputato di rito renziano e da ultimo trasformatosi in testa di cuoio all’assalto di Rai 3 (accusata di non essere abbastanza filo-governativa), allora portavoce del sindaco-commissario.

Si potrebbe continuare, ma ce n’è abbastanza per inquadrare la nascita di qualcosa di importante che precede e prepara la stagione della rottamazione. Di certo, dal punto di vista organizzativo il Giubileo del 2000 fu comunque un successo nonostante le polemiche e i contrasti fra governo e comune che pure non mancarono. Da questo punto di vista, anzi, il confronto con il passato per il sindaco Marino e il prefetto Franco Gabrielli (anche lui per altro lo ritroviamo a Roma nel 2000, dirigente della Digos nella Questura capitolina) non sarà semplice.

Ma il “Grande Giubileo” fu anche il laboratorio per un’idea del Paese che ha avuto invece minor fortuna politica nei successivi 15 anni e però altrettanta attenzione da parte delle cronache.

Durante il Giubileo del 2000 prende forma in modo definitivo un’idea di governo fondata sul “grande evento”

In quel frangente prende infatti forma in modo definitivo un’idea di governo fondata sul “grande evento” (un precedente importante in tal senso erano stati i Mondiali di calcio del ’90, affidati a Luca Cordero di Montezemolo).

Il principio era il seguente: l’eccezionalità del progetto portava con sé misure straordinarie in materia di gare d’appalto, insomma la normativa ordinaria era sinonimo di burocrazia e di tempi morti, diventando un ostacolo sulla strada di una modernizzazione che avrebbe offerto infrastrutture e posti di lavoro. Per questo la trattativa privata o qualche forma di procedura straordinaria per l’assegnazione dei lavori erano la scelta giusta; non sempre, certo, vi si poteva fare appello.

Tanto più la cosa fu resa possibile nel caso del Giubileo, quando il partner era il Vaticano: vennero addirittura scambiate note diplomatiche fra Italia e Santa Sede per sancire un accordo sulla materia. Oltretevere, del resto, veniva messo a capo dell’organizzazione giubilare – l’interfaccia ecclesiale della struttura pubblica – un prelato coriaceo e pratico, monsignor Crescenzo Sepe, poi nominato cardinale da Wojtyla, alla fine del Giubileo, e posto – come riconoscimento delle sue capacità – alla guida della potente congregazione di Propaganda Fide, dotata di uno straordinario patrimonio edilizio.

Di quest’ultimo si parlerà negli anni intorno al 2010, in occasione delle indagini sulla famosa “cricca” dove pure sarà chiamato in causa il ruolo del cardinale (che i magistrati non riusciranno ad interrogare in ragione dell’immunità diplomatica di cui godeva) e dello stesso Vaticano. Fu così che a partire dal novembre 2001 la Protezione Civile divenne per legge titolare dei grandi eventi e a questi ultimi venne estesa la legislazione straordinaria in vigore per le catastrofi naturali (in sostanza si stabiliva la deroga in materia di appalti aggirando così le leggi comunitarie e nazionali). L’ironia – certo involontaria – era notevole.

D’altro canto, vicecommissario al grande Giubileo del 2000 era niente meno che Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, prima vicino al centrosinistra, in seguito delfino politico di Berlusconi – si parlò di lui come di un possibile successore del Cavaliere – ben introdotto in Vaticano; la sua carriera venne fermata dalle indagini della magistratura sullo scandalo Grandi opere (nel quale era coinvolto anche l’imprenditore Diego Anemone).

E ancora un nome al quale occorre fare riferimento è quello di Angelo Balducci; nel 2000 ricopriva il ruolo chiave di Provveditore alle opere pubbliche del Lazio e da quella postazione contribuì a velocizzare i lavori che qua e là languivano. Divenne poi Provveditore generale delle opere pubbliche, assunse vari altri incarichi e il suo nome entrò dalla porta principale nelle inchieste sulle grandi opere.

Balducci era anche, dal 1995, Gentiluomo di sua Santità, carica onorifica che dava accesso però ai piani alti del Vaticano (Gianni Letta docet). Quando il cardinal Sepe è alla testa di Propaganda Fide, il nome di Balducci è compreso fra i consultori – cioè consulenti – della Congregazione vaticana incaricati di gestirne l’imponente e prestigioso patrimonio immobiliare; insieme a lui ricopre la stessa carica un altro storico boiardo di Stato, Pasquale de Lise, detto anche, mediaticamente, Pasqualino “sette poltrone”, la cui carriera ai vertici dei vari gangli dello Stato potrebbe riempire un libro.

L’indagine grandi eventi li tocca tutti, prelati e laici, qualcuno supera l’ondata di piena mentre altri non ce la fanno. La cronaca ci dice poi che dai Mondiali di Nuoto a Roma, al G8 della Maddalena, alla ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo, le interconnessioni fra istituzioni e imprese, fra politica e affari, diventano sempre più soffocanti, un potere oligarchico ed esclusivo consuma risorse e corrode legalità e trasparenza.

È il sistema che ritroviamo – trasversalmente dal punto di vista politico – nello scandalo recente del Mose a Venezia ed emerso anche nella preparazione dell’Expo a Milano, fino alla nomina da parte del governo Renzi di Raffaele Cantone quale presidente dell’Autorità anticorruzione per porre un argine al dilagare delle malversazioni; nel frattempo però dalle tangenti si è passati ai capitali mafiosi, così a Roma l’impasto fra criminalità e amministrazioni di centrosinistra e centrodestra superava le più tetre fantasie delle fiction televisive.

Marino, Gabrielli, il Papa, il Segretario di Stato Pietro Parolin, il premier italiano Matteo Renzi, arrivano dunque al loro Giubileo con non poche macerie alle spalle, rappresentanti istituzionali di realtà diverse fra loro che hanno di fronte una prova di non poco conto. La Chiesa rivendica giustamente il proprio ruolo nella Città Eterna, ma non potrà ignorare i problemi posti alla cittadinanza dal grande evento (non basterà in tal senso affermare che il Giubileo porta risorse, per altro discorso tutto da verificare).

La parte istituzionale, da parte sua, dovrà assumersi l’onore di gestire lo stato permanente di crisi della capitale al quale si aggiunge ora un evento – inizio previsto per l’otto dicembre – le cui dimensioni si annunciano quantomeno imponenti.

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