Portineria MilanoTutte le giravolte del governo Renzi sul riscatto pagato per Greta e Vanessa. Indaga la procura

Mistero sui 12 milioni di euro. La Lega incalza Gentiloni, ma risponde la Boschi. Un tempo erano «illazioni» ora «verifiche»

Si infittisce il mistero sul presunto riscatto pagato dall’Italia per liberare Greta Ramelli e Vanella Marzullo, le due cooperanti rapite in Siria e tornate a casa lo scorso gennaio. Dal Parlamento alla Procura di Roma il giallo si arricchisce di nuovi particolari. Solo pochi giorni fa alcuni organi di stampa stranieri avevano confermato il pagamento di una ingente somma di denaro dal parte del governo italiano, ipotesi, quest’ultima, sempre respinta dall’esecutivo, sia in sedi pubbliche sia in quelle istituzionali. Quando il ministro Paolo Gentiloni parlò alla Camera il 16 gennaio, parlando di «illazioni» sul presunto pagamento di un riscatto.

Come detto, il governo italiano ha sempre smentito. Lo scorso gennaio era stato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, intervenendo alla Camera dei deputati, a definire “priva di fondamento” l’indiscrezione di un presunto riscatto. Una notizia frutto di “semplici illazioni”. Ma adesso il caso rischia di riaprirsi. Mentre la procura di Roma inizia ad interessarsi della sentenza del presunto tribunale islamico, il governo torna sulla vicenda. A Montecitorio non c’è Gentiloni, impegnato in una missione istituzionale in Nord Africa. È il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi a rispondere in Aula a un’interrogazione del gruppo leghista. Stavolta l’esecutivo sembra essere più cauto. Il tema è evidentemente delicato, motivi di sicurezza interna e internazionale impongono la giusta discrezione. Ma la smentita non arriva. «Il Governo – spiega il ministro Boschi – ha appreso da fonti stampa la notizia di quanto asserito dalla sedicente corte o commissione islamica di Aleppo e riportata dai media locali. Su tale notizia, la cui attendibilità è tutta da dimostrare, il Governo si riserva di acquisire eventuali ulteriori elementi». L’Aula di Montecitorio è deserta. Sui banchi della Camera assistono all’intervento una decina di deputati.

Le fonti della notizia sono ovviamente tutt’altro che affidabili. La sedicente commissione islamica di cui si parla non ha alcuna legittimità. Come spiega il ministro Boschi «ha competenze territoriali in una zona che sfugge a istituzioni riconosciute, dove sono in corso aspri combattimenti e in cui è conseguentemente nota la totale dissoluzione di qualsiasi entità statuale dotata di un minimo di credibilità istituzionale».

Altrettanto complicato è il meccanismo mediatico che ha accompagnato la vicenda, «facendo filtrare indiscrezioni prive di fondamento e le cui reali finalità sono tutte da verificare». Resta il dubbio sul riscatto. Il governo ha pagato 12 milioni di dollari per liberare le due cooperanti? Il ministro chiede il massimo riserbo. Ne va della sicurezza del Paese e dei connazionali attualmente sequestrati in aree di crisi. «Ogni ulteriore speculazione non potrà che contribuire ad un deterioramento dello scenario nel quale comunque le istituzioni, anche quando si saranno spenti i riflettori della curiosità, dovranno continuare ad operare con immutata determinazione».

L’argomento è scottante. Impossibile rendere noti i dettagli della vicenda. Eppure, assicura il ministro, «il governo intende continuare a riferire e a fornire tutti gli elementi necessari al Copasir». È Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, l’organo che si occupa dei nostri Servizi. Per il leghista Gianluca Pini, che ha presentato l’interrogazione in Aula, è la dimostrazione di un intervento dell’esecutivo nella trattativa con i rapitori. «Non a caso il ministro ha citato il Copasir, richiamando di fatto non tanto una responsabilità del ministero degli Esteri, quanto una volontà diretta di Palazzo Chigi che gestisce i Servizi». E proprio ieri il presidente del Copasir Giacomo Stucchi, anche lui esponente del Carroccio, aveva chiesto un intervento del sottosegretario Marco Minniti, responsabile dei nostri Servizi, sulle ultime notizie giunte dalla Siria in merito al rapimento delle due cooperanti. «Anche se non ci aspettiamo versioni diverse da quella che lo stesso sottosegretario ha fornito al comitato nei giorni scorsi».

Dal Parlamento alla Procura. Pini rimanda ogni ulteriore approfondimento sulla vicenda in sede giudiziaria. «Visto che il governo non vuole essere puntuale e preciso – spiega in Aula – A questo punto punto riteniamo sia obbligatorio un passaggio alla procura di Roma, perché svolga delle indagini assolutamente puntuali». Il deputato ha già inviato tutti i documenti.