Abbiamo letto il manuale dei terroristi: così l’Isis vuole conquistare il mondo

Attaccare, provocare una reazione militare occidentale e la volontà di riconciliazione nella popolazione. La strategia di Al Qaeda nel 2004, che sembra ancora seguita alla lettera

“Fare il gioco dei terroristi”, “è quello che i terroristi vogliono”, sono frasi che continuano a sentirsi ogni qual volta si parla, in Europa, di reagire militarmente agli attentati di matrice islamista che colpiscono l’Occidente. Ma qual è la strategia dell’Isis? Quali sono le reazioni che cercano di provocare? Una risposta si può trovare in un libro scritto nel 2004, “The management of savagery”, che si può tradurre come “La gestione della brutalità”. Lo scrisse un autore omonimo, sotto lo pseudonimo di Abu Bakr Naji. Si ritiene che dietro ci fosse l’egiziano Mohammad Hasan Khalil al-Hakim, ucciso in un raid americano in Pakistan nel 2008.

Il libro, pubbblicato come pdf, è stato usato da molti gruppi estremisti, come gli Shabaab in Somalia, ed è considerato una delle basi ideologiche dell’Isis. Secondo il suo traduttore, William McCants della Brookings Institution, fu scritto come alternativa all’approccio al jihadismo di metà anni Duemila, decentralizzato e senza leader. Invece di attacchi isolati a super-potenze, “La gestione della brutalità” progettava un piano che avrebbe permesso a un gruppo di militanti islamisti di prendere un territorio violentemente e creare uno stato islamico autonomo. Anche se i leader dell’Isis non hanno riconosciuto apertamente l’influenza del libro per le loro azioni, il loro progetto è molto simile a quello delineato da Abu Bakr Naji. Un progetto la cui attenzione si rivolge soprattutto alle regioni del “califfato” da creare, ma che ha anche ben chiaro come attaccare gli occidentali e in particolare gli americani. A loro deve essere fatto “pagare il prezzo” dei bombardamenti e loro devono essere spinti a combattere direttamente nelle terre del “califfato”, in modo da rendere evidente la loro debolezza.

Il “manuale del terrore” rivolge l’attenzione soprattutto alle regioni del “califfato” da creare, ma ha anche ben chiaro come attaccare gli occidentali e in particolare gli americani

Il libro, ha ricordato un’analisi di ThinkProgress, in primo incita alla violenza tra i musulmani e mira a indebolire la forza di una nazione bersaglio occupando le fonti di energia. Questa destabilizzazione ha lo scopo di creare delle “regioni di brutalità”, in cui gli abitanti sotto shock si sottomettano volontariamente alle forze di invasione per mettere fine al conflitto. In queste regioni va successivamente installato un sistema di welfare, in modo da porsi come il rifugio al caos precedentemente creato. Se il primo pilastro del piano è di tipo militare, il secondo si basa sull’uso dei media, con messaggi diretti sia alle masse, per convincerle a unirsi alla jihad, sia, per lo stesso motivo, ai soldati nemici “che hanno salari bassi”.

La giustificazione della violenza

La violenza è tutto e la gestione della ferocia è “il ponte verso lo Stato islamico che è stato atteso fin dalla caduta del califfato”, scriveva Abu Bakr Naji nel 2004. «Chi è stato precedentemente coinvolto nella jihad sa che non è altro che violenza, crudeltà, terrorismo, terrorizzare e massacrare. Sto parlando della jihad e del combattimento, non dell’Islam e nessuno li deve confondere» si legge. La violenza ci deve essere negli stadi iniziali e in quelli successivi. «Inoltre (il combattente) sa che non può continuare la jihad con morbidezza» «perché la morbidezza è uno degli ingredienti del fallimento di ogni azione della jihad».

La gestione della ferocia è “il ponte verso lo Stato islamico che è stato atteso fin dalla caduta del califfato”, scriveva Abu Bakr Naji nel 2004. È stato il riferimento per l’Isis

La polarizzazione

«Dobbiamo rendere questa battaglia molto violenta», in modo che i due gruppi che si combattono «si rendano conto che questa battaglia porti frequentemente alla morte». Questo grado estremo di violenza dovrebbe essere «un potente motivo» per portare i singoli a scegliere di combattere «nelle fila della verità». Inoltre, ha l’obiettivo di «trasformare la società in due gruppi opposti, dando la miccia a una violenta battaglia tra di loro la cui fine è o una vittoria o il martirio». Uno degli scopi principali deve essere eliminare le zone grigie intermedie, portando dalla parte dei terroristi questa parte di popolazione, il cui ruolo «è decisivo nelle fasi successive della battaglia».

Il welfare

Una volta che la popolazione è in una zona di caos, il libro di Abu Bakr Naji raccomanda di mettere in piedi delle organizzazioni che guadagnino la sua fiducia. Una parte del lavoro sarà svolta dai media di propaganda, un’altra parte dal welfare. Si dovranno, si scrive, garantire la sicurezza interna, fornire cibo e cure mediche, difendere le regioni dai nemici, stabilire la giustizia della sharia (legge islamica). Tra i suggerimenti per gestire lo stato islamico si raccomanda di creare campi di addestramento, disseminare il territorio di spie, reprimere ogni dissenso e “ipocrisia” e fare alleanze con chi non ha dato prova di completa fedeltà alle amministrazioni precedenti.

La violenza estrema ha l’obiettivo di «trasformare la società in due gruppi opposti», eliminando tutte le zone grigie intermedie

Piegare il mondo

Bisogna poi guardare al mondo. «Unire i cuori dei popoli del mondo con i mezzi del denaro e unire il mondo verso il governo della Sharia». Bisogna, aggiunge, attaccare continuamente i nemici, e porli in uno stato di apprensione costante e fare loro desiderare la riconciliazione.

Portare l’America direttamente in guerra

Uno degli scopi della violenza è portare l’America in guerra e farla entrare in scena direttamente e non per procura. Si cita una frase di Paul Kennedy: «Se l’America espande l’uso della forza militare e si estende strategicamente più del necessario, questo porterà alla sua caduta». Secondo “The management of savagery”, è necessario che gli americani intervengano e che sia possibile vedere che siano attaccabili. Questo porterà a distruggere il rispetto per l’America e la paura di abbattere i regimi da loro protetti.

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Uno degli obiettivi del libro “The management of savagery” è far combattere direttamente gli americani, per mostrare la loro debolezza

Far pagare il prezzo in qualsiasi momento

Il nemico dei jihadisti, secondo il libro di propaganda, ha come scopo il desiderio di sopravvivere, di avere una vita tranquilla nel comfort e nel lusso. «Questo lo dobbiamo capire molto bene». Per questo aumentare la violenza li porterà a “cercare una riconciliazione”.

Uno dei mezzi per ottenere la vittoria è la strategia di “far pagare il prezzo” per le azioni di guerra, inclusi i bombardamenti sui campi di addestramento. Il messaggio che deve passare è che il “prezzo” può essere fatto pagare in qualsiasi momento, anche a distanza di anni. Questo «creerà una profonda impressione nel leader del nemico, che non c’è azione ostile che possano intraprendere con l’Islam e la sua gente, o contro i mujahidin per cui loro, i loro sostenitori o le loro più potenti istituzioni non paghino il prezzo, nel breve o nel lungo termine. Sulla base di questo, un sentimento di essere senza speranza crescerà nel nemico e comincerà a pensare di lasciare l’arena (delle regioni controllate dai jihadisti, ndr) a causa del suo amore per il mondo, di fronte a generazioni dei mujihadin che continueranno nella battaglia».

Sono strategie delineate nel 2004 e di cui è meglio essere consapevoli anche oggi, visto che l’Isis sembra aver seguito quasi alla lettera il manuale della violenza.

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