Com’è cambiato il grande esodo di migranti e rifugiati

Fino agli anni Sessanta coloro che emigravano per ragioni economiche non erano in media i più colti, oggi chi emigra è portatore di un titolo di studio. Ed è solo uno dei tanti aspetti mutati

Stefano Zamagni è stato Presidente dal 1998 al 2007 della ICMC di Ginevra (International Catholic Migration Commission), la più importante Ong a livello mondiale che si occupa specificatamente di migranti e rifugiati. Tra il 2007 e il 2009 è stato tra i principali collaboratori di Papa Benedetto XVI per la stesura del testo dell’Enciclica Caritas in Veritate, il 9 novembre 2013 è stato nominato da Papa Francesco quale membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze.

Con lui Stefano Regondi, direttore responsabile del centro studi Extra Moenia, ha parlato del grande esodo, quello che colpisce migranti e rifugiati. Separando bene le due definizioni e rivelando come il flusso è cambiato: “Fino agli anni Sessanta coloro che emigravano per ragioni economiche non erano in media i più colti; pensi alle immagini dove li vedevamo con quelle enorme valigie accartocciate con la corda, oggi chi emigra è portatore di un titolo di studio”, ad esempio.

Partiamo dalla definizione delle parole corrette da usare sul tema: migranti e rifugiati.
I migranti vanno distinti in migranti economici (gente che emigra per migliorare le proprie condizioni di vita economica) e migranti ecologici (abbandonano la propria terra a seguito di fenomeni quali il cambiamento climatico e i fenomeni di devastazione della terra); i rifugiati sono una categoria a sé, la cui entità dipende dai fenomeni che oggi tutto conoscono causati da un lato dalla persecuzione (dove c’è la componente ideologica-religiosa) e dall’altro lato dai conflitti bellici e di guerra civile all’interno dei Paesi. Tuttavia dal punto di vista dell’opinione pubblica apprendiamo notizie che mischiano i due piani, per far fronte a tutto ciò ho trascorso un tempo della mia vita a scrivere saggi a non finire anche in sede di Nazioni Unite; la distinzione è necessaria ed è importante capire che la soluzione del problema è diversa a seconda che si parli di migranti o di rifugiati. Il concetto di migranti economici e di migranti ecologici è una categoria relativamente recente. C’è poi l’aspetto del Land grabbing: noi sappiamo che in alcune parti dell’America Latina, e soprattutto in Africa subsahariana, ci sono Paesi (ad esempio la Cina, ma non è l’unico Paese) che acquisiscono il diritto di sfruttamento delle terre per ragioni che è facile immaginare; l’esito di tutto ciò è che coloro che hanno vissuto per decenni su quelle terre sono costretti a emigrare. Queste persone sono da associare ai migranti ecologici perché si tratta di una migrazione forzata dovuta alle condizioni ambientali. I migranti economici in senso proprio invece sono quelli che poiché portatori di un capitale umano superiore alla media del Paese da cui provengono ritengono di migliorare le proprie opportunità andando all’estero. Il migrante economico rispetto alla popolazione d’origine ha delle qualità superiori alla media e questo pone un problema: il brain drain, la cosiddetta fuga di cervelli. In sede internazionale ho tentato più volte alla fine degli anni Duemila di promuovere delle campagne per scoraggiare questi fenomeni, che impattano molto anche in Italia: pensi a quello che avviene tra Mezzogiorno e Settentrione, se la gente sapesse quanti nostri concittadini emigrando venendo al Nord o andando all’Estero si metterebbe le mani tra i capelli. In più va segnalato che oggi tendenzialmente emigrano coloro che hanno la formazione migliore (per l’appunto chi ha un capitale umano superiore alla media del luogo di partenza).

Tali fenomeni migratori sono innescati da molto tempo, quali sono i principali tratti distintivi rispetto al passato?
I migranti di natura economica sono sempre esistiti, con però una differenza sostanziale: fino agli anni Sessanta coloro che emigravano per ragioni economiche non erano in media i più colti; pensi alle immagini dove li vedevamo con quelle enorme valigie accartocciate con la corda, oggi chi emigra è portatore di un titolo di studio. In più i territori di provenienza non subivano un pericoloso depauperamento del proprio capitale umano, aspetto che oggi invece è centrale. Per rispondere a tutto ciò occorre una strategia di risposta: dobbiamo andare in Africa e insediare in quelle terre i centri di ricerca avanzati, le industrie di qualità. Se andiamo là a fargli fare solo artigianato i migliori del posto prendono la strada dell’estero e in questo modo alimentiamo il meccanismo sopra descritto. Altro discorso vale per i migranti ecologici legati al Land grabbing, in proposito bisogna avere il coraggio di dire che tale pratica è un’offesa alla dignità umana: insieme ad altri abbiamo inserito nella Carta di Milano abbiamo fatto un addendum per denunciare tutto ciò e per invitare le autorità ad applicare provvedimenti validi e condivisi.

In merito ai rifugiati quali distinzioni è opportuno fare?
Il rifugiato è vittima di due tendenze diverse: il riacutizzarsi di tensioni ideologiche e le ragioni politiche o socio-politiche. Nel primo caso l’esempio più attuale è ISIS, ma anche quanto succede in India dove ci sono gli Indù che esercitano nei confronti della minoranza cristiana forme di violenza tali da indurre le persone a prendere la via dell’esilio. Nel secondo caso, invece, abbiamo i rifugiati per ragioni politiche o socio-politiche. Qui dovremmo interrogarci in merito alla causa. La colpa è certamente dell’Occidente ed è inutile stracciarsi le vesti ipocriticamente; il fanatismo religioso e le guerre civili sono il risultato di come l’Occidente ha intessuto relazioni con i Paesi ex-coloniali. Teniamo conto che fino al 1960 c’erano ancora le colonie, la decolonizzazione è affare degli ultimi 50 anni. La Madre Patria garantiva l’ordine sociale e l’Occidente non è stato in grado di educare i locali a valori quali democrazia e rispetto per gli altri. A esser sinceri dobbiamo segnalare anche che l’Italia ha probabilmente le colpe minori: viceversa gli Stati Uniti ne hanno molte, pensiamo alla guerra in Iraq e a quel che ha creato, al termine della caduta del dittatore abbiamo scoperto che le armi chimiche e nucleari (il casus belli) non c’erano; ma pensiamo anche al ruolo della Francia sull’intervento in Libia. Sono tutte menzogne che destabilizzano.

Spostiamoci ora dal punto di vista dei migranti e dei rifugiati e passiamo al nostro, quello di chi accoglie, quello di chi deve gestire questo grande esodo.
Finora abbiamo parlato di offerta, l’altra considerazione a riguardo è la domanda.I fattori della migrazione sono caratterizzati da fattori di push and pull (“spingi e tira”), l’Europa attuale è un’area geografica dove la popolazione è calante (invecchia e non fa figli), da un lato le cure medico-assistenziali allungano la vita, dall’altro il tasso di natalità permane al di sotto dei livelli di ricambio generazionale. Pertanto c’è da parte di alcuni Paesi occidentali l’esigenza di avere gli immigrati, tale interesse passa dalla cosiddetta migrant shopping. In altre parole, siccome sussiste la necessità ad acquisire forza-lavoro che localmente non c’è, perché fra cinque anni ad esempio la Germania avrà bisogno di circa 6 milioni di persone da inserire nel settore manifatturiero, ecco che la Germania tende a favorire l’ingresso di quei soggetti che per ragioni di storia o di altro tipo sono più adeguati all’attività lavorativa, non per nulla la Germania ha fatto “carte false” per aprire le porte ai Siriani, perché sono i più avanzati tra i migranti. Questa dinamica pone un problema di natura etica. È lecito che i Paesi occidentali che hanno bisogno di forza-lavoro operino una selezione tra le persone che chiedono di venire? Ciascun membro dell’EU non può pensare di agire in modo autonomo, altrimenti il rischio è determinare una situazione insostenibile: i meno dotati approdano tra i Paesi meno sviluppati in Europa (e sicuramente l’Italia è tra questi) e ciò comporta immensi problemi dal punto di vista dell’integrazione, con successive ostilità da parte dei cittadini locali.

A tal proposito, al di sopra dello scacchiere europeo qual è il Paese membro che sta muovendo le migliori scelte in materia di politiche di immigrazione?
In Europa nessun Paese sta facendo bene. Perché il tema in questione va governato a livello europeo, ma dato che non c’è l’interesse a una scelta condivisa, tutti i Paesi membri giocano al “dilemma del prigioniero” (un gioco a “n” giocatori, dove ogni Paese cerca di fare le scarpe agli altri). Tutti giocano in maniera opportunistica, ripetono che “deve pensarci l’Europa” ma quando i capi di Stato si riuniscono a Bruxelles non si firma nessun protocollo e tutto rimane immobile.

Chi sta vincendo al gioco del “dilemma del prigioniero”?
In questo momento sta vincendo la Germania. Ovviamente. Ha dimostrato un’abilità che non le riconoscevo, la mossa di aprire è stata vincente: da una parte sì è fatta perdonare lo scandalo della Grecia, dall’altra parte ha dimostrato di avere un approccio umanitario.

Dato che in Italia il tasso di fecondità è sotto la soglia del ricambio generazionale i flussi migratori possono ridisegnare l’identità della Nazione?
Gli Italiani si sono bevuti il cervello. Tutti. Politici, ma anche la gente normale. A causa di una pseudo-cultura che ha fatto credere che fare figli sarebbe stato un costo incredibile soprattutto per le donne e che la generatività avrebbe tarpato le ali alla liberazione della donna ha prodotto il risultato di cui si diceva 1,3% il tasso di fecondità. Si tratta di una degenerazione pseudo-culturale e anche del fatto che il nostro modello di welfare-state opera contro la famiglia e si rivolge alla singola persona, non alla famiglia. Sei handicappato? Ti offro questo. Sei un bambino malato? Ti offro questo. Mai che si rivolgono alla famiglia dentro la quale c’è il bambino, l’anziano non autosufficiente e così via. Unendo i due fenomeni (culturale, avversione alla generatività; politiche di welfare) si ottiene il tasso di fecondità che abbiamo oggi. In altre epoche storiche gli Italiani erano famosi nel mondo per fare tanti figli e questo era così sino a 40 anni fa.

Da Presidente dell’Osservatorio Nazionale della Famiglia come lavora al tema?
Le basti un dato: una legge nazionale di diversi anni fa stabiliva che ogni 3 anni il Governo dovesse organizzare la Conferenza sulle politiche famigliari, la prima Conferenza venne organizzata a Firenze nel 2007, la seconda a Milano nel 2010, la terza doveva essere a Roma nel 2013, ora siamo nel 2015 e non c’è ancora stato nulla…

Mi sta dicendo che il livello governativo non è interessato all’argomento?
Le dico che il livello governativo è preoccupato dal fatto che si possa chiamare in causa la questione dei gender, ma ovviamente non è così. Qui non parliamo di definire chi è famiglia e chi no, questo è un altro ambito. Qui diciamo: Rebus sic stantibus, per le famiglie provvediamo con pacchetti che noi abbiamo elaborato e che sono stati consegnati al Governo: politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro, politiche in merito alla tassazione, in merito alla scuola, all’organizzazione della città.

Torniamo agli immigrati e ai rifugiati, che tipo di impieghi lavorativi possono essere indicati per loro?
Abbiamo degli ambiti in cui gli immigrati potrebbero trovare impiego. Primo: l’agricoltura e settore agro-alimentare; assistiamo ultimamente alle porcherie del “caporalato” e ciò esprime la domanda di impieghi, oggi la forza-lavoro italiana si rifiuta di andare in agricoltura. Secondo: i servizi alla persona, oggi abbiamo una carenza di infermieri, oppure pensiamo alle persone che con un nome antipatico vengono chiamate badanti. C’è carenza di queste posizioni, perché invecchiando la popolazione aumenta la domanda. Terzo: il settore dell’assistenza e dei servizi, pensiamo al servizio d’ordine ai musei, alle opere d’arte, alla conservazione del territorio (crolla tutto in Italia, è ovvio che se uno è ingegnere non va a “sbadilare”). Gli ambiti di impiego ci sono, tuttavia occorre fissare i limiti, se il settore produttivo in senso stretto non é in grado di assorbire tante posizioni ma solo una marginalità, ci sono i settori che ho menzionato che potrebbero compensare l’offerta.

*DIRETTORE RESPONSABILE DEL CENTRO STUDI “EXTRA MOENIA”

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