Con la guerra all’Isis la Cina sogna di diventare potenza globale

Pechino sa che il suo peso politico è inferiore a quello economico, e cerca equilibrio. Il caos del medioriente potrebbe essere il salto di qualità necessario per giocare al livello delle grandi potenze

“Detenuto cinese in vendita”, così lo Stato Islamico pubblicizzava Fan Jinghui, un prigioniero catturato a settembre dal Califfato. All’epoca non si sapeva dove fosse stato rapito né se fosse stato trasferito. Quel che si sa, oggi, è che Fan è il primo ostaggio di Pechino ucciso dall’Isis, come ha solennemente annunciato la rivista del gruppo, Dabiq, accostando il suo destino a quello di un compagno di prigionia norvegese.

Non era un militare, Fan. Sembra che abbia lavorato come insegnante di liceo prima di intraprendere una carriera in ambito pubblicitario. Le notizie su di lui sono molto scarne, ma ora la sua morte porta la Cina ad interrogarsi su come contribuire ad arginare la minaccia del Califfo. Il presidente Xi Jinping, dopo la canonica “forte condanna dell’omicidio”, ha detto che punirà i responsabili. Sì, ma come?

La bussola dei cinesi nei rapporti internazionali è sempre stata quella della non-interferenza negli affari di altri Stati. L’espressione regime change non compare nei manuali di politica di Pechino. Quello che chiede la Cina è solo stabilità, per poter svolgere al meglio i propri affari. Ma che fare se questa stabilità viene meno? E se il caos coinvolge i propri connazionali?

Pechino non è immune dal terrore islamista. In particolare, i problemi vengono dalla riottosa provincia dello Xinjiang, abitata dagli uiguri, turcofoni e di religione musulmana

Di fronte alla primavera araba la reazione dei cinesi è stata prudente, come sempre. Pechino si è astenuta di fronte alla risoluzione Onu sulla no-fly zone in Libia, che ha aperto le porte all’intervento della Nato. Quanto alla Siria, si è sempre accostata al niet russo sulla condanna delle azioni di Assad. Quando è emerso con prepotenza il pericolo dello Stato Islamico, la Cina ha politicamente appoggiato la coalizione internazionale contro il Califfato, ma il suo impegno nella lotta al terrore è sempre stato vago. Ha sì promesso di “rafforzare la cooperazione in materia di anti-terrorismo”, ma non ha offerto il proprio sostegno militare ai raid in Iraq (e tantomeno in Siria).

Pechino non è immune dal terrore islamista. In particolare, i problemi vengono dalla riottosa provincia dello Xinjiang, abitata dagli uiguri, turcofoni e di religione musulmana. Ma lo ha sempre trattato come una questione regionale e, rifiutandosi di trasformare la propria forza economica in peso politico, non si è mai impegnata militarmente sul piano globale, malgrado le spese crescenti in ambito della difesa.

È vero che l’attivismo internazionale cinese è cresciuto negli ultimi anni, soprattutto in Africa, a protezione dei propri interessi energetici, come in Sud Sudan. Pechino si è spesa molto per risolvere il conflitto all’interno del Paese e poi ha mandato i propri soldati nell’ambito della missione di peacekeeeping delle Nazioni Unite (oggi la Cina ha più di tremila peacekeeper e contribuisce al 5 per cento del budget Onu, più o meno come Gran Bretagna e Francia). Ma la triade “rispetto reciproco, dignità e non-interferenza” ha quasi sempre prevalso sulle altre considerazioni.

È molto difficile che l’uccisione di Fan possa portare Pechino ad unirsi alla coalizione contro lo Stato Islamico, e non solo per la paura di eventuali ritorsioni in casa propria

Ci si chiede, però, se questa situazione sia sostenibile sul lungo periodo e se la Cina possa continuare a chiamarsi fuori dalle grande questioni internazionali, come la lotta allo Stato Islamico. Alcuni analisti cinesi esperti di Medio Oriente, parlando con il sito Al Monitor, hanno ammesso che non c’è corrispondenza tra la potenza economica del Paese e la sua influenza politica. Se l’attivismo in Africa è aumentato, in Medio Oriente il Dragone ha sempre ricoperto un ruolo defilato rispetto a Stati Uniti e Russia (ad esempio, nel caso del nucleare iraniano).

È molto difficile che l’uccisione di Fan possa portare Pechino ad unirsi alla coalizione contro lo Stato Islamico, e non solo per la paura di eventuali ritorsioni in casa propria. Se la Cina bombardasse il Califfato, costruirebbe un precedente che potrebbe essere invocato in futuro dalla comunità internazionale, perché significherebbe di fatto una sconfessione della politica di non-interferenza (seppure giustificata dall’uccisione di un proprio cittadino).

D’altra parte, è probabile che la prima vittima cinese spinga Xi Jinping – il quale, per la prima volta ha menzionato esplicitamente lo Stato Islamico la scorsa settimana – ad avere un ruolo diplomatico molto più attivo in Siria. Un mese fa il ministro degli Esteri, Wang Yi, aveva parlato vagamente di tre punti, in relazione al conflitto siriano: colloqui politici, aiuti umanitari, cooperazione anti-terrorismo.

Ora è arrivato il momento che Pechino aumenti gli sforzi, per tre ordini di motivi. Garantirsi la sicurezza energetica. Disinnescare la minaccia islamista (alcuni militanti dello Xinjiang si sono uniti all’Isis e potrebbero diventare un problema, se tornassero a casa, come gli altri foreign fighters).

Mentre si cerca di costruire una grande Yalta regionale tra Teheran e Riad, la possibilità di dialogo cinese, con due Paesi che assommano il 25 per cento del suo import di petrolio, non dovrebbe essere trascurata

Diventare finalmente una potenza globale a tutti gli effetti, anche sul piano politico. Il vantaggio per la Cina in Medio Oriente deriva dal fatto di avere rapporti piuttosto forti con le due potenze, Iran e Arabia Saudita, che guidano i grandi fronti della regione, sunniti e sciiti, contrapponendosi anche in Siria.

In un’epoca di reciproca sfiducia, persino tra alleati (i sauditi sono inquieti con gli Stati Uniti per l’apertura all’Iran, gli iraniani temono una divergenza tra i propri interessi e quelli russi), mentre si cerca di costruire una grande Yalta regionale tra Teheran e Riad, la possibilità di dialogo cinese, con due Paesi che assommano il 25 per cento del suo import di petrolio, non dovrebbe essere trascurata.