Gorky ParkE la Germania guida il tentativo di ricucire lo strappo da Russia ed Europa

La crisi in Ucraina ha allontanato Putin dalla Ue. La Merkel vuole far riavvicinare le parti: in ballo ci sono gli interessi delle aziende tedesche che operano a Mosca e dintorni, oltre alle sanzioni imposte al Cremlino

La crisi in Ucraina ha allontanato Russia ed Europa. E non poteva essere altrimenti. Quasi due anni fa, alla fine di novembre 2013, cominciarono le proteste di piazza dopo a Kiev che il presidente Victor Yanukovich decise di non firmare l’Accordo di associazione con Bruxelles e sterzò a est verso Mosca. Il Cremlino era dalla parte del capo di stato democraticamente eletto, l’Unione Europea e gli Stati Uniti si schierarono subito con l’opposizione, supportando la rivolta e il cambio di regime avvenuto nel febbraio 2014 dopo il bagno di sangue di Maidan. La Russia si prese poi la Crimea e foraggiò i separatisti nel Donbass.

Oggi l’Ucraina è un paese sull’orlo del collasso, come prima e più di prima in mano agli oligarchi, teatro di una guerra per procura in cui in prima fila ci sono Mosca e Washington. Fra Russia e Occidente sono tornati i venti di Guerra Fredda e adesso, dopo il disastro annunciato a Kiev, l’Europa si è divisa sostanzialmente in due blocchi, tra chi vede comunque necessario ricucire lo strappo con la Russia e chi vorrebbe invece alzare nuovi muri, lacerando ancora una volta il continente e seppellendo in maniera definitiva il sogno della “casa comune europea” formulato per la prima volta da Mikhail Gorbaciov a Praga nel 1987.

La “nuova Europa”, quella dei paesi dell’ex blocco sovietico entrati da una decina d’anni nell’Ue e soprattutto nella Nato, vuole mantenere o meglio aumentare le distanze con Mosca, Polonia e paesi baltici guidano la crociata. La “vecchia Europa”, quella che comprende Germania, Francia e Italia (lasciando stare la Gran Bretagna, geopoliticamente un satellite americano) ha una visione più pragmatica: sebbene le posizioni interne siano comunque differenziate, il ripristino delle relazioni con la Russia è in agenda ovunque. A partire da quella che è la locomotiva, non solo economica, ma politica e strategica, cioè la Germania. Berlino, che negli ultimi 25 anni ha costruito con Mosca un asse unico in Europa, trasformando il gelo della Guerra fredda in una partnership senza pari a livello continentale, è stata la prima ad appiattirsi sulle posizioni di Washington nella battaglia di Euromaidan e ha dato il via libera europeo alla sanzioni contro Mosca, ma alla luce di quello che è successo in Ucraina nell’ultimo anno e mezzo e guardando quelli che sono i propri interessi nazionali, non può fare a meno di rivedere la propria posizione, smarcandosi dalla pressione e stelle e strisce e guidando l’Europa alla ripartenza con la Russia.

Angela Merkel non ha un buon feeling con Vladimir Putin, pochi ce l’hanno a dire il vero, la cancelliera cristianodemocratica, anche in questi mesi di tensione, ha continuato però a ripetere che la sicurezza europea non può essere costruita senza o contro, ma solo con Mosca. Messaggio trasversale sia a Washington che interno, ben sapendo che nel governo di coalizione che guida sino al 2017, e che sarà con grande probabilità il modello per altri quattro anni (volendo escludere un’improbabile svolta tutta a sinistra con ex comunisti e verdi), i socialdemocratici di oggi sono buoni eredi della Ostpolitik di Willy che avvicinò Bundesrepublik e Unione Sovietica già negli anni Settanta. Se il ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier si è dimostrato instancabile mediatore tra Kiev e Mosca, quello dell’Economia nonché vicecancelliere Sigmar Gabriel è reduce da un visita a Mosca in cui ha incontrato direttamente Putin.

Sul tavolo da una parte gli interessi delle quasi 6000 aziende tedesche che operano in Russia, dai colossi dell’auto alle piccole e medie imprese, e dall’altra la questione delle sanzioni che pungono la già malandata economia russa e hanno pericolosi effetti collaterali anche in Germania. Alla fine dell’anno Bruxelles dovrà decidere se prolungarle o meno e lo stesso Gabriel si è dichiarato a favore di cancellare provvedimenti controproducenti. In pratica lo stesso discorso che Angela Merkel, dietro le quinte. I rapporti tra Berlino e Mosca si sono infatti sviluppati nell’ultimo quarto di secolo indipendentemente dal colore dei governi: se all’inizio è stato il cristianodemocratico Helmut Kohl a mettere solide basi con Gorbaciov e Boris Eltsin, poi è stata la volta del socialdemocratico Gerhard Schroeder a rafforzare il legame con Vladimir Putin, prima che Angela Merkel, pur senza il contorno mediatico che ha accompagnato il suo predecessore, seguisse la stessa strada.

Così come con Schroeder nel 2005 venne avviato in pompa magna il gasdotto Nord Stream, definito dalla Polonia una riedizione moderna del patto Molov-Ribbentrop, così con Merkel nel settembre 2015 si sono gettati i pilastri per Nord Stream2 nel silenzio quasi assoluto, tranne le vivaci proteste arrivate da Kiev e Varsavia. Non è un caso che l’energia non sia mai entrata nel pacchetto delle sanzioni europee. In definitiva: da un lato la rivoluzione del 2014 a Kiev ha segnato la cesura per Mosca, che ha considerato l’appoggio alla rivoluzione una sorta di tradimento, dall’altro l’annessione della Crimea ha rappresentato per Berlino un passo difficile da digerire.

Con il conflitto del Donbass congelato e l’Ucraina imprigionata negli stessi meccanismi oligarchici di sempre l’ora della riconciliazione appare vicina. Merkel e Putin non si amano di certo, ma sanno entrambi cosa è la Realpolitik. Considerando anche il fatto che nel quadro geopolitico globale che passa dalla Siria alla lotta allo Stato Islamico la Russia è un partner imprescindibile, non solo per l’Europa, Berlino sta già cercando insomma le vie per il reset.

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