Gorky ParkIl Politburo 2.0 attorno allo scandalo russo del doping di Stato

Tra i tanti, e non certo tra i più potenti, c’è Vitaly Mutk, ministro dello Sport. Alla fine a pagare saranno i pesci più piccoli del cerchio magico di Putin

Vladimir Putin è stato incoronato anche quest’anno dalla rivista Forbes come l’uomo più potente del mondo: “Le sanzioni internazionali imposte dopo l’annessione della Crimea alla Russia e il conflitto con l’Ucraina hanno messo in ginocchio il rublo e trascinato il Paese verso la recessione. Ma non hanno per nulla scalfito Putin. A giugno il suo indice di gradimento ha raggiunto la percentuale più alta di sempre, ben l’89%. A ottobre ha bombardato l’Isis in Siria e poi ha avuto un incontro con il presidente Assad, indebolendo la posizione degli Usa e della Nato nella regione e riabilitando l’influenza russa all’estero. È uno dei pochi uomini al mondo tanto potente da poter fare quello che vuole”. Il riassunto delle rivista americana è breve quanto veritiero. Resta però da vedere se in effetti il presidente russo è davvero l’uomo solo al comando oppure è invece solo la figura più influente all’interno di una struttura di potere informale che i cremlinologi a partire da Evgeni Minchenko hanno definito come Politburo 2.0.

Secondo questa versione, Putin è l’arbitro che mette d’accordo i vari gruppi che nel corso della transizione postsovietica, iniziata con il crollo dell’Urss nel 1991, si sono cristallizzati ai vertici del sistema Russia. Essendo la Federazione un Paese in movimento, anche le élites non sono statiche e il potere viene diviso e conteso, cosicché la rete si modifica a seconda della situazione e chi sta al vertice ha comunque il vantaggio di tirare le fila e mettere l’ultima parola. Soprattutto in momenti di crisi, cioè l’ultimo paio d’anni in cui la Russia è entrata in un periodo di difficoltà economica e il duello geopolitico con gli Stati Uniti sul terreno dell’Ucraina e della Siria ha isolato Mosca sul versante occidentale, il primus inter pares ha accentrato maggior potere decisionale.

Putin è l’arbitro che mette d’accordo i vari gruppi che nel corso della transizione postsovietica, iniziata con il crollo dell’Urss nel 1991, si sono cristallizzati ai vertici del sistema Russia

È vero dunque che Putin in un certo senso fa alla fine dei conti quello che vuole, le sue decisioni arrivano però sempre e comunque dopo consultazioni con i rappresentanti del Politburo che di volta in volta rappresentano gli interessi urgenti. Se ai tempi di Boris Eltsin erano in sostanza solo gli oligarchi a dettare legge alle spalle del presidente (“i magnifici sette” Boris Beresovsky, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky, Vladimir Potanin, Mikhail Friedman, Pyotr Aven, Alexander Smolensky), con Putin il cerchio magico si è allargato e diversificato. Da quando è arrivato al Cremlino, Vladimir Vladimirovich ha cambiato le carte in tavola: oltre ai magnati sono entrati nelle stanze del potere gli uomini legati al blocco d’intelligence e militare (i siloviki) e trasversalmente sono arrivati a Mosca i vecchi amici del presidente provenienti da San Pietroburgo, dove Putin ha iniziato la carriera politica negli anni Novanta a fianco dell’allora sindaco Anatoli Sobchak.

Tra i tanti, e non certo tra i più potenti, Vitaly Mutko, allora vice-borgomastro sulla Neva e ora ministro dello Sport nell’occhio del ciclone per lo scandalo doping che ha già fatto rotolare qualche testa. Se la sua è per ora ancora sul suo collo, è perché tutto sommato da un paio di lustri serve la causa putiniana in maniera più che diligente: dalle Olimpiadi di Sochi ai prossimi Mondiali di calcio del 2018, Mutko, ex presidente dello Zenit e della Federazione calcio russa, si è dato un gran da fare per riportare il grande sport in Russia. Adesso però che appare quanto il troppo successo, organizzativo e in pista, sia stato un po’ troppo drogato, bisognerà attendere se il presidente deciderà di cambiare una ruota del carro, come in altre occasioni ha già fatto, e per placare la furia mediatica occidentale, oltre che quella della Wada (agenzia mondiale antidoping), offrirà al fedele servitore una via d’uscita dorata.

Tra i tanti, e non certo tra i più potenti, Vitaly Mutko, allora vice-borgomastro sulla Neva e ora ministro dello Sport nell’occhio del ciclone per lo scandalo doping che ha già fatto rotolare qualche testa. Se la sua è per ora ancora sul suo collo, è perché tutto sommato da un paio di lustri serve la causa putiniana in maniera più che diligente

Il ministro dello Sport intanto ha accettato le dimissioni di Grigory Rodchenkov, direttore del laboratorio antidoping di Mosca il cui accredito è stato revocato per sei mesi, e il presidente del Comitato olimpico russo, Aleksandr Zhukov, ha promesso pene esemplari se le accuse saranno provate. Insomma, alla fine di un baccano che ha portato una ventata di Guerra fredda anche nello sport, a pagare davvero saranno i pesci piccoli. Chi in realtà conta nel complesso network cremliniano di cui lo sport è solo una propaggine marginale non è certo Mutko, ma ben altri.

Secondo Minchenko i dieci membri del Politburo 2.0 sono oggi il ministro della Difesa Sergei Shoigu, l’amministratore delegato di Rostec Sergey Chemezov, quello di Rosneft Igor Sechin, il capo e il vice dell’amministrazione presidenziale, Sergei Ivanov e Viacheslav Volodin, gli oligarchi Arkady Rotenberg e Yuri Kovalchuk, il primo ministro Dmitri Medvedev e il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin.

Nell’ultimo periodo Putin, con il tavolo ucraino e siriano ancora aperti, ha concesso più spazio e ascolto alla vecchia volpe Ivanov, ex Kgb ed esponente illustre della lunga lista dei pietroburghesi alla corte moscovita del presidente, e anche a Medvedev, che dopo aver scaldato per quattro anni la poltrona del Cremlino è stato sistemato a capo del governo e al vertice di Russia Unita, il partito filopresidenziale che alle elezioni parlamentari del prossimo anno vuole rafforzare ancor di più la propria presenza alla Duma.

I dieci membri del Politburo 2.0 sono oggi il ministro della Difesa Sergei Shoigu, l’amministratore delegato di Rostec Sergey Chemezov, quello di Rosneft Igor Sechin, il capo e il vice dell’amministrazione presidenziale, Sergei Ivanov e Viacheslav Volodin, gli oligarchi Arkady Rotenberg e Yuri Kovalchuk, il primo ministro Dmitri Medvedev e il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin.

A un secondo livello, fuori dal Politburo vero e proprio, ma pronti ad entrarci al momento opportuno, si trovano tutti gli altri pezzi grossi, divisi per settore, da quello prettamente politico a quello del business, da quello dell’apparato amministrativo militare e d’intelligence a quello del blocco tecnocratico. Facce vecchie nuove come quelle del ministro degli Esteri Sergei Lavrov e del vice premier Igor Shuvalov (tecnocrati), del presidente di Sberbank German Gref e degli oligarchi Roman Abramovic, Oleg Deripaska o Viktor Vekselberg (business), del portavoce di Putin Dimitri Peskov o dell’eminenza grigia Vladislav Surkov (blocco politico), del capo dell’Fsb Alexander Bortnikov e quello del servizio investigativo Alexander Bastrykin (siloviki).

I compartimenti non sono stagni, ogni tanto ci sono entrate e uscite, qualcuno espulso dalla cerchia dei prediletti, altri cooptati in vista di strategie future. L’appuntamento fondamentale, dopo la tornata elettorale per la Duma nel dicembre del prossimo anno, sarà quello delle presidenziali del 2018. Putin, esattamente come le volte passate, non ha ancora svelato se si presenterà per l’ennesima volta o no. È certo però che il suo successore, fra tre anni, a metà strada del prossimo mandato, oppure nel 2024 , verrà scelto nel Politburo e nei dintorni. Come è sempre stato nella tradizione prima dell’Urss e ora della nuova Russia, ancora a metà strada tra democrazia e dittatura.