PsicologiaMadri e padri, per la psicologia sono solo funzioni sostituibili

Un’intera psicologia fondata sulle figure del padre e della madre è andata in soffitta. E abbattere il padre, il primo totem a cadere, vuol dire sostanzialmente abbattere la regola

L’eccezione è la regola e la regola è l’eccezione, in psicologia. O almeno nella psicologia moderna. Difficile stabilire un canone, difficile tracciare una linea che dica cosa sia normale e cosa meno. Anzi, tracciare questa linea è ormai sospetto, e soprattutto insostenibile, mai retto da prove conclusive. Ad esempio, un’intera psicologia fondata sulle figure del padre e della madre è andata in soffitta. Figure un tempo ritenute metafisiche, obbedienti a ruoli che si riteneva affondati nella profondità della psiche, della biologia e della preistoria si sono rivelate mere funzioni facilmente sostituibili. Per la vecchia psicologia tradizionale la madre e il padre svolgevano ruoli ben definiti ed entrambi indispensabili nel canovaccio della tragicommedia familiare. Il canovaccio era flessibile e l’esito non necessariamente positivo, ma le parti non prevedevano variazioni. Vi erano tre attori: padre, madre e bimbo. O bimba; le bambine meritano la gentilezza del politicamente corretto, sia detto senza ironia.

E naturalmente la prima figura che è stata abbattuta è stata quella del padre, il cappellaio matto che già da tempo era stato additato come il vilain del racconto, il cattivo della storia. Nel 1999 Silverstein e Auerbach pubblicarono un articolo diventato famoso sulla prestigiosa American Psychologist, articolo intitolato “Deconstructing the Essential Father”. Decostruire il padre indispensabile.

In questo quadro popolato di archetipi che somigliano pericolosamente a stereotipi, abbattere il padre vuol dire sostanzialmente abbattere la regola. L’articolo fu uno dei primi a sostenere, con dati probanti, che per essere buoni genitori la configurazione tradizionale padre/madre non fosse l’unica possibile e necessaria. Sono possibili altre combinazioni: solo la madre, solo il padre, due madri, due padri, o altro. Questo l’esito dell’articolo, ma l’apertura era tutta concentrata sui padri.

Un’intera psicologia fondata sulle figure del padre e della madre è andata in soffitta

Il processo di svalutazione del ruolo del padre nel processo di crescita dei bambini era già iniziato dagli anni ’60, il decennio decisivo della secolarizzazione di massa in Occidente. Da quel decennio in poi già molti teorici della psicoanalisi e della psicologia scientifica avevano messo da parte la centralità del confronto padre-figlio e la terribilità del conflitto edipico. Lo avevano sostituito con uno scenario più morbido e adrammatico, più sentimentale e senza scosse: la cosiddetta relazione di attaccamento tra genitori e figli, in cui l’amore e l’accudimento (soprattutto materno; il padre inizia a svanire, inutile e goffo fuco) prendevano il posto del parricidio di Edipo.

Il processo di svalutazione del ruolo del padre nel processo di crescita dei bambini era già iniziato dagli anni ’60, il decennio decisivo della secolarizzazione di massa in Occidente

Vero è che altri studi hanno cercato di recuperare la figura del padre, tirandolo fuori dallo sgabuzzino in cui era stato confinato, vecchio babbeo sopravvissuto del buon tempo andato, zio matto da non prendere troppo sul serio. Pare che i bambini siano più sensibili all’esperienza di rifiuto del padre rispetto a quella della madre. I bambini e i giovani adulti tenderebbero a fare maggiore attenzione al genitore percepito più “forte”, dotato di maggiore potenza interpersonale o di prestigio e, solitamente, questo ruolo è relegato alla figura paterna, che da sempre svolge un ruolo fondamentale all’interno della famiglia. Una bella consolazione per il padre traballante e mendico dell’età contemporanea.

Però rimane in forze, e con molti buoni dati empirici a suo favore, il movimento contrario che ridimensiona il ruolo del padre. Non si pensa più che lo sviluppo di una psiche matura e stabile dipenda da uno scontro di personalità tra i figli che devono conquistare l’autonomia e un padre che deve imporre e trasmettere la Regola, la Legge morale prima di aprire i cancelli della libertà. E se non c’è regola, non c’è nemmeno eccezione. O meglio, l’eccezione è la regola, e la regola è l’eccezione.

Non si pensa più che lo sviluppo di una psiche matura e stabile dipenda da uno scontro di personalità tra i figli che devono conquistare l’autonomia e un padre che deve imporre e trasmettere la Regola

Vediamo perché. La nuova visione della famiglia parte con una serie di ricerche sul campo (Silvestein e Auerbach, 1999) in cui sono stati intervistati e valutati padri di vario tipo: padri divorziati, padri risposati, padri mai sposati, e padri appartenenti ad almeno 10 sottogruppi culturali e/o etnici degli Usa, tra i quali: haitiani cristiani, cosiddetti “promise keeper” (membri un’organizzazione conservatrice cristiana statunitense), gay, latinos, bianchi divorziati, ebrei ortodossi, e greci (nonni e non padri in quest’ultimo caso).

Il risultato è prevedibile: tutte queste combinazioni sarebbero irrilevanti. In fondo ciò che conta è che ci sia almeno una figura genitoriale, non importa di quale sesso o in quale configurazione affettiva. Non c’è un valore aggiunto legato ai ruoli distinti e combinati del padre e della madre. Di essenziale non c’è nulla: né il padre, né la madre. C’è solo l’individuo astratto che svolge la funzione asessuata del care-giver. Le ricerche su padri divorziati o mai sposati o risposati tutti altrettanti capaci di essere buoni genitori corroborano questa conclusione.

Sono stati intervistati e valutati padri di vario tipo: padri divorziati, padri risposati, padri mai sposati, gay e appartenenti a diverse religioni: tutte queste combinazioni sarebbero irrilevanti. In fondo ciò che conta è che ci sia almeno una figura genitoriale

Certo, Silverstein e Auerbach condividono anche la preoccupazione che sarebbe preferibile che i padri moderni assumessero un atteggiamento più coinvolto e responsabile verso la loro prole. Come si sa, questo è un problema particolarmente sentito negli Stati Uniti, dove frequentemente i padri abbandonano emotivamente e materialmente la famiglia e la prole. Sulla base di questi dati il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dichiarò nel 2008, in un discorso pronunciato durante la giornata del papà (Father’s Day) alla Apostolic Church of God di Chicago, che dalle statistiche appare che i bambini senza padre hanno una probabilità cinque volte maggiore di vivere in povertà e di commettere crimini, nove volte maggiore di non frequentare la scuola, venti volte maggiore di finire in prigione e in generale di avere problemi comportamentali, fuggire da casa e diventare genitori in età adolescente. Discorso che colpisce particolarmente conoscendo la storia personale del presidente Obama, cresciuto senza padre. Forse c’è ancora bisogno di una regola che renda possibile l’eccezione?

Silverstein, B., Auerbach, C.F. Deconstructing the essential father. In «American Psychologist», 54, 1999, pp. 397-407.

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