Ossessione, malattia, frustrazione. La normale routine di un artista

Philippe Daverio spiega il mito romantico dello stato alterato: così l’arte diventa una via per eccessi, fobie e isterismi

Michelangelo: depresso per i continui rinvii dei lavori della tomba di papa Giulio II. Francisco Goya: affetto da encefalopatia per intossicazione da piombo (elemento presente nei pigmenti di vari colori). Vincent Van Gogh: schizofrenico e alcolista al punto da confessare all’amico Paul Signac di volersi bere d’un colpo un litro di essenza di trementina.

E ancora, Jackson Pollock: tossicodipendente, per cadere in uno stato di trance e dare vita all’action painting. Volendo, la lista degli artisti che nella storia sono stati affetti da malattie ossessive potrebbe continuare all’infinito. Ma non c’è da stupirsi. Il canone di Policleto, ossia la regola di proporzioni geometriche nata nell’antica Grecia per realizzate statue perfette, la bellezza ideale di Joahnn Joachim Winckelmann, attribuita alle forme nitide e bianche, o l’apollineo di Nietzsche, che è lo stato razionale opposto al caos, sono solo un volto della produzione artistica.

L’arte, soprattutto quella occidentale dal XIX secolo in poi, è per la maggior parte un cocktail a base di malattia e assenzio, un’ossessione “naturalizzata” che è entrata a fare parte della normale vita quotidiana di pittori, scultori, architetti e musicisti. Ma come mai si è arrivati a tanto? E cosa ne è di chi l’arte non la fa, ma la acquista e la espone? A spiegarlo è Philippe Daverio, storico e critico d’arte.

Partiamo dal collezionismo: laddove non sia ludico, si tratta un’attività alla Don Giovanni, in cui l’ossessione è dovuta all’incapacità di godere di ciò che si ha. Più si colleziona e meno si prova piacere, quindi il collezionista si trasforma in una persona bulimica, mai appagata

Perché gli artisti sono così ossessionati?
L’arte è saturnina, ossia triste e instabile, perché è figlia dell’ossessione: basta guardare la “Melancolia” di Albrecht Dürer per capire come, già nel 1514, il mondo dell’alchimia attribuisse all’arte questo ruolo inquieto. Talvolta l’ossessione è gioiosa, come testimoniano i colori accesi e le linee marcate dei quadri di Henri Matisse, mentre altre volte l’ossessione è sublimata, come nell’apparente pacatezza delle nature morte di Giorgio Morandi. Ma in generale l’arte è ossessiva, da ospedale psichiatrico, proprio come è successo a Vincent Van Gogh, che al manicomio ci andò addirittura in autonomia. Insomma, è un vero chiodo fisso, che un artista segue come movimentazione psicologica alla sua produzione e che, con l’andare del tempo, entra a fare parte della sua vita quotidiana, esattamente come la ricerca scientifica. Ma, a differenza di quest’ultima, l’ossessione non va curata, altrimenti viene meno l’arte stessa.

Come si comporta, invece, chi l’arte la possiede o la espone?
Partiamo dal collezionismo: là dove non sia ludico, si tratta un’attività alla Don Giovanni, in cui l’ossessione è dovuta all’incapacità di godere di ciò che si ha. Più si colleziona e meno si prova piacere, quindi il collezionista si trasforma in una persona bulimica, mai appagata. Il museo, invece, è riconducibile al “tempio”, al luogo della celebrazione: se diventa ossessivo e monotematico si suicida perché non è più capace di avere un funzione trasversale, a 360 gradi. Il museo da collezione unica, per esempio, è una catastrofe, è senza senso, paragonabile solo a polverosi depositi pieni di vasi apuli. Ecco, questo tipo di museo non è ossessivo, è demente. La stessa cosa vale per le mostre: non prevedono e non devono prevedere ossessioni monotematiche o si rischia che nessuno le possa apprezzare. L’ossessività va dunque trovata nel percorso creativo, nella produzione, ma anche qui non bisogna farsi trarre in inganno: è positiva solo se è un demone, una sorta di coscienza morale che si rivela progressivamente come forma di delirio e di ispirazione. Se, invece, è solo un atteggiamento, una fregatura comportamentale allora non bisogna nemmeno prenderla in considerazione.

Non è un caso che il grande guru del surrealismo, Salvador Dalì, abbia fatto diversi studi sull’uso della mescalina, che Jackson Pollock mescolasse psicofarmaci

Non crede che tutta questa frenesia sia un “male” tipicamente occidentale?
No, non credo. L’occidente non è l’unico posto in cui l’arte è un’ossessione: la calligrafia giapponese, alcuni esempi della ceramica cinese, l’arte aborigena sono forme ossessive anche loro. Ognuno ha il suo modo di esserlo, ed è in qualche modo un male benefico necessario, è una declinazione dell’applicazione. Certo, l’avvento della contemporaneità occidentale ci ha messo del suo: se prima non c’era l’uso di documentare la malattia (il suicidio di Rosso Fiorentino è stato per anni taciuto), nell’Ottocento diventa quasi una necessità. Ma la motivazione è semplice: la follia si sdogana con l’arrivo dell’alcol, per la prima volta rappresentato ne “Il bevitore di assenzio” di Edouard Manet. Nel XX secolo, quindi, la pazzia diventa un dato della creatività, l’andar via di testa diventa una prassi necessaria dell’approfondimento. Non è un caso che il grande guru del surrealismo, Salvador Dalì, abbia fatto diversi studi sull’uso della mescalina, che Jackson Pollock mescolasse psicofarmaci, whiskey e danze indiane in una ricerca spasmodica del dionisiaco. Lo sballo diventa necessario, e per quanto artisti come Pablo Picasso e Giorgio de Chirico non ne avessero sentito il bisogno, è innegabile che l’ossessione sia a piena regola una delle aree della sperimentazione.

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