Occident Ex-PressSanità, Pmi e carceri: quando l’Italia non è la Cenerentola d’Europa

Nessun revanscismo, ma i dati raccontano una storia diversa: la sanità italiana è la terza al mondo. Nelle Pmi lavorano 12 milioni di persone e sanno competere. E su “torture” e condizione dei carcerati nessuno può dare lezioni in Europa

Finanza pubblica, competitività delle imprese, burocrazia, smaltimento dei rifiuti tossici, stato delle carceri. Sono a decine le voci e gli indicatori che contribuiscono a formare il sistema-Paese Italia, che sono state messe in discussione, almeno negli ultimi cinque anni, dalle varie istituzioni dell’Unione europea: moratorie, bocciature della Commissione di Bruxelles, procedure d’infrazione contro la Penisola per violazione dei trattati e ricorsi alla Corte di Giustizia del Lussemburgo.

Dietro al mantra “Ce lo chiede l’Europa”, la classe dirigente e politica italiana si è spesso deresponsabilizzata per prendere decisioni indigeste all’elettorato. È l’Europa matrigna che redarguisce e punisce il Paese “Cenerentola” del continente, obbligandola a “fare i compiti a casa”.

La retorica che vede nell’Italia una studentessa poco incline a fare il suo dovere, è di frequente fatta propria sia dalla stampa nazionale che da quella estera: i tratti positivi del Bel Paese vengono riassunti nelle sole caratteristiche folkloristiche – in questo articolo della Cnn, per esempio, si citano come fattori positivi e ineguagliabili la sempreverde pizza o le auto sportive.

Argomentazioni e dileggi che non sempre risultano veritieri se si vanno a guardare i dati.

Sono a decine le critiche che quotidianamente vengono mosse all’Italia dalle istituzioni europee – non sempre a ragione o dal pulpito adatto. E la stampa spesso racconta una realtà travisata, che ha poco a che vedere con i dati

Imprese

La capacità di competere delle aziende italiane è stata spesso messa in discussione: troppo piccole e poco innovative, non in grado di navigare nelle tormentose acque della globalizzazione.

I numeri raccontano un’altra storia: secondo un report del 2013 di R.E.T.E. Imprese Italia – pubblicato durante una delle fasi più aspre della crisi – le sole Pmi italiane danno lavoro al 10,2 per cento di tutta l’occupazione europea, con i loro 12,3 milioni di addetti. Tre milioni in più della grande industria tedesca e quattro milioni in più di quella britannica. E ancora: le piccole imprese tra i 10 e i 19 addetti fatturano ogni anno il 19 per cento in più rispetto alla media europea, e addirittura il 47 per cento in più rispetto alla aziende tedesche di analoghe dimensioni.

Per non parlare di innovazione: l’Italia è in vetta alla classifica continentale per numero di imprese manifatturiere specializzate nei comparti hi-tech e medium hi-tech, oltre che per le aziende che offrono servizi KIS – knowledge intense services – un indicatore usato per la prima volta dalla Commissione europea nel 1995, che rileva la presenza di servizi – scientifico-tecnologici o giuridico-contabili – di supporto per le imprese e i loro clienti.

Numeri che non santificano il sistema produttivo italiano – le criticità restano – ma fanno comunque riflettere su alcune narrazioni tossiche molto diffuse.

Le Pmi italiane danno lavoro al 10,2 per cento dell’occupazione europea – secondo un report di R.E.T.E. Imprese Italia. Fatturano il 19 per cento in più della media continentale e il 47 per cento in più di quelle tedesche. La manifattura è in vetta alla classifica nei comparti hi-tech. Numeri che fanno riflettere

Sanità

Il Servizio sanitario nazionale italiano è spesso oggetto di critiche per le inefficienze legate ai tempi di attesa e l’accesso ai farmaci, e martoriato dalle inchieste della magistratura – l’ultima è quella sulle presunte tangenti nella sanità lombarda che ha coinvolto anche i vertici della Regione. Nonostante ciò risulta ancora oggi uno dei più funzionali e universalistici del mondo. Almeno secondo un indicatore sviluppato dalla prestigiosa testata Bloomberg su dati del Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale della Sanità: Bloomberg colloca il Ssn italiano in terza posizione dietro a Singapore e Hong Kong – paesi a reddito pro capite superiore del 50 per cento rispetto a quello italiano. L’Italia si piazza al primo posto fra gli Stati membri dell’Unione, davanti al sistema francese in ottava posizione e al National Health Services del Regno Unito, in decima posizione. Un piazzamento migliore rispetto al dato 2013, che ci vedeva in sesta posizione, sebbene la spesa sanitaria per ogni cittadino sia calata in un anno del 9 per cento, circa 300 euro in meno pro capite.

Anche sul fronte dei tagli alla spesa sanitaria, l’Italia non naviga certo in acque peggiori rispetto ai propri vicini di casa: a Roma, Renzi, Padoan e il ministro Lorenzin hanno gettato benzina sul fuoco col provvedimento che prevede sanzioni per i medici che “abusano” di alcuni esami molto costosi (come sapere se una tac o una risonanza sono utili o inutili prima di averle fatte, rimane tuttavia un mistero), e con la stesura di una lista di 205 prestazioni sanitarie che possono essere tagliate per ridurre la spesa. Non si può certo dire che se la passino meglio i cugini francesi d’Oltralpe: il Ministero della Salute parigino parla non di tagli ma di risparmi e blocchi degli aumenti di spesa: tuttavia, in una nazione dove la popolazione invecchia rapidamente e quindi aumentano le malattie legate alla vecchiaia, questo si traduce in un drastico calo delle prestazioni e dei servizi offerti ai cittadini.

Il Servizio sanitario nazionale è il terzo al mondo secondo una ricerca di Bloomberg del 2014, nonostante la spesa sanitaria sia calata fra 2013 e 2014 del 9 per cento pro capite: circa trecento euro in meno a cittadino. Dietro l’Italia i sistemi francesi e britannici. Le prime due posizioni per Singapore e Hong Kong, Paesi a reddito pro capite superiore del 50 per cento a quello italiano

Carceri e “torture”

Ad aprile di quest’anno ha fatto giustamente molto scalpore la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo, che condannava l’Italia per i fatti avvenuti alla scuola Diaz di Genova, durante il G8, la notte del 21 luglio 2001. La Corte con sede a Strasburgo condannava l’operato delle forze dell’ordine parlando di “tortura” – in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, meglio conosciuta con l’acronimo di Cedu. Articolo 3 che proibisce i “trattamenti inumani e degradanti”.

Sono numerosi anche i richiami e le multe europee per la condizione delle carceri italiane: il più noto e principale problema rimane quello del sovraffollamento, legato alla carenza di strutture e a un codice penale da rivedere.

Tuttavia, per quanto riguarda le “torture” e “i trattamenti inumani e degradanti” dentro le carceri, c’è da constatare che nel Vecchio Continente quasi nessuno può impartire lezioni: a leggere la “black list” della Corte europea per i diritti dell’uomo e i procedimenti contro gli stati membri del Consiglio d’Europa (che non combacia con la UE-28, al suo interno sono ospitati 47 Stati ndr), per violazione dell’articolo 3 e dell’articolo 2 – “diritto alla vita” – della Cedu, c’è da impallidire. Molte condanne vanno a punire Paesi dalla democrazia recente – come nei casi di Grecia o Polonia – nazioni che non hanno mai del tutto ripulito le proprie forze dell’ordine da un passato autoritario. Ma altrettante sono le condanne nei confronti di Paesi che del loro ordinamento giuridico e di una tradizione liberale e garantista hanno fatto una bandiera: nel 2004 a Birmingham, Regno Unito, veniva arrestato un 34ennne, le cui iniziali sono M.S., in stato d’agitazione mentre suonava all’impazzata il clacson della propria macchina. La polizia inglese lo tiene rinchiuso in una cella per tre giorni, senza mai accompagnarlo in ospedale, mentre l’uomo si denuda, sbatte la testa contro i muri e mangia le proprie feci, in preda a un raptus di follia. Erano autorizzati a farlo dal Mental Health Act approvato più di vent’anni prima.

Non solo scuola Diaz: la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato decine di volte gli Stati membri del Consiglio d’Europa per “torture e trattamenti inumani e degradanti”, non solo in Grecia, Polonia, Turchia o Russia, ma anche Regno Unito, Francia e Spagna. Nel trattamento che riserviamo ai detenuti, in Europa, nessuno può dare lezioni

Oppure in Francia, dove una donna di nome Virginie Raffray Taddei, con alle spalle più di venti reati fra furti e rapine dopo il 1994, viene spostata fra le diverse strutture carcerarie della nazione in attesa che giudici e magistrati diano un parere definitivo sulle sue condizioni fisiche e mentali. Nel frattempo alla donna vengono diagnosticate asma, insufficienza respiratoria cronica, anoressia – arrivando a pesare solo 35 kg – e sindrome di Munchausen.

In entrambi i casi raccontati, Francia e Regno Unito sono stati condannati da Strasburgo, ma di esempi simili se ne trovano a dozzine.

Queste vicende non riabilitano le manchevolezze italiane – che sono molte e per lo più note sia all’opinione pubblica che alla classe dirigente – ma aiutano a mettere in prospettiva alcune critiche che vengono mosse quotidianamente. Senza lasciarsi andare a slogan nazionalisti o a un ritrovato spirito iper-patriottico e revanscista, la realtà di un Paese è come al solito più sfaccettata di un titolo da giornale.

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