PARIGIBataclan: tutta la strage minuto per minuto

Rivelazioni dalle indagini sugli attentati del 13 novembre: dal coordinamento telefonico degli attacchi dal Belgio, agli ostaggi usati come scudi umani contro i cecchini

(Parigi). Un mese e mezzo dopo gli attentati di Parigi che hanno fatto 130 morti e decine di feriti, il faldone dell’inchiesta, sulla quale hanno lavorato alacremente 850 poliziotti e lungo circa 6.000 pagine, rivela nuovi particolari. Il primo: le azioni dei tre commando che hanno agito contemporaneamente nel X e nell’XI arrondissement, al Bataclan e allo Stade de France erano coordinati in diretta telefono dal Belgio. I commando erano in contatto costante con due numeri belgi, attivi in un medesimo perimetro circoscritto, che fanno pensare ad una regia unica da parte di almeno un uomo, non ancora identificato.

Il cellulare Samsung, elemento chiave dell’inchiesta

Alle 21h42 del 13 Novembre un cellulare Samsung, ritrovato più tardi in un cassonetto a Parigi, invia al capo delle operazioni in Belgio un sms: “Ci siamo mossi, si comincia”. Un minuto dopo, il numero belga aperto a nome di Salah Abdeslam giusto un giorno prima, il 12 Novembre alle 22h24, viene disattivato. L’elemento chiave dell’inchiesta è dunque il cellulare Samsung. La perizia sul telefono permette poi di scoprire che il proprietario aveva scaricato l’applicazione Telegram giusto qualche ora prima dell’attentato, alle 14h, e da questo stesso telefono aveva cercato foto e mappe della sala di concerti Bataclan nonché la programmazione dei concerti della sala tra cui quello degli Eagles of Death Metal. Sulla scocca del telefono vengono ritrovate tracce di DNA d’Ismaël Mostefaï e Foued Mohamed-Aggad, due dei kamikaze che si faranno poi esplodere nella sala del Bataclan.

Ostaggi come scudi umani, comunicazioni in arabo e francese

Altri particolari emergono dall’inchiesta, da diverse testimonianze di decine di sopravvissuti al massacro. Durante le operazioni Samy Amimour, Foued Mohamed-Aggad e Ismaël Omar Mostefaï comunicano tra loro in arabo e si rivolgono invece alle vittime in un francese perfetto, senza accento. I terroristi sparano all’impazzata sulla gente, poi piazzano alcuni ostaggi in luoghi precisi, utilizzandoli a mo’ di scudi umani. Davanti alle finestre, davanti alle porte, in modo che i cecchini della polizia appostati già sui tetti dei palazzi circostanti non possano colpire i terroristi dall’esterno. Piazzare ostaggi davanti alle porte serve anche a ritardare anche il blitz delle teste di cuoio che avverrà infatti molto tempo dopo. I cellulari delle vittime già al suolo vengono recuperati dai terroristi che tentano, invano, di negoziare con la polizia. “Se in cinque minuti non ottengo nulla uccido un ostaggio e lo getto dalla finestra. Me ne fotto io, non abbiamo paura di morire”, dice uno dei terroristi ad un negoziatore. Un ostaggio, bloccato per quasi due ore in un corridoio del Bataclan, racconterà che i terroristi in questo frangente cercano anche di contattare diverse redazioni di giornali e televisioni, tra cui I-télé, ma senza successo. La sala è schermata, non c’è campo.

Note lugubri di xylofono poi le urla: “Dove sono andati gli yankee”?

Alcune note di xylofono risuonano lugubramente nell’aria, in mezzo al sangue, ai cadaveri ed ai feriti. E’ uno dei terroristi che sale sulla scena dove poco prima suonavano gli Eagles of Death Metal e che si cimenta in qualche incerta nota. Poi improvvisamente urla: «Dov’è il cantante? Dove sono gli yankee? E’ un gruppo americano e con gli americani voi bombardate dunque ce la prendiamo con voi e con gli americani». Parte la predica. Si parla di vendetta per la Siria e per l’Iraq, di «fratelli siriani bombardati», di «ascoltare il grido delle genti in Siria». Ma in realtà nessuno li ascolta. Chi può cerca di mettersi in salvo e al riparo, anche tra i cadaveri.

L’attentato mancato allo Stade de France

Tra le tre azioni compiute in contemporanea avrebbe dovuto essere la più eclatante e provocare il maggior numero di morti. Ben quattro volte gli uomini del commando tentano di entrare ma vengono respinti dalla sicurezza. Cosi’, decidono di farsi esplodere all’esterno.

Charaffe el-Mouadan, alias “Aba Soulaymane”, ucciso in Siria

Il suo nome è rimbalzato sui media il giorno di Natale, giorno della sua uccisione in Siria. Amico d’infanzia di Samy Amimour, uno dei kamikaze del Bataclan, passa la sua giovinezza nei quartieri dormitorio di Drancy, nella banlieue di Parigi. Fa lezioni di tiro con la pistola in un centro convenzionato della Polizia Nazionale (ANTP), compra su internet materiale paramilitare per prepararsi alla jihad ma viene arrestato il 16 Ottobre del 2012 a Drancy poco prima di partire per lo Yemen. Dopodiché si fa silenzioso, e s’avvale della libertà vigilata per dileguarsi discretamente.

Un anno dopo i servizi segreti turchi attestano la sua presenza in Siria in compagnia di Omar Ismaïl Mostefai, altro kamikaze del Bataclan, dove diventa una vera e propria star della “jihadosfera” con il nome di battaglia di Aba Soulaymane. Qual è il suo ruolo reale negli attentati di Parigi? Non è ancora chiaro. Un ostaggio del Bataclan racconta di aver sentito uno dei terroristi parlare di chiamare un certo “Soulaymane”. Per i servizi segreti americani è uno dei quadri di Daesh ed è legato direttamente ad Abdelhamid Abaaoud ma per i servizi segreti francesi non è inizialmente cosi’ importante visto che viene lasciato filare via discretamente verso la Siria, dove approda nell’Agosto del 2013. La casa dei suoi genitori a Drancy viene nondimeno perquisita quattro giorni dopo gli attentati. Ma quando la polizia francese si ricorda di lui, come del resto degli altri attentatori già conosciuti dai servizi segreti, è troppo tardi. Ed il peggio è già avvenuto.

@marco_cesario

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