Tutti pazzi per Putin, pure troppo

La ricostruzione sul petrolio dell’Isis venduto in Turchia fa acqua da tutte le parti, eppure in Italia tutti stravedono per il Presidente russo: ma non era un sanguinario dittatore amico di Berlusconi?

La vicenda delle accuse della Russia alla Turchia di acquistare e rivendere il petrolio dell´Isis hanno scoperchiato un vaso di Pandora e hanno suscitato una serie di reazioni nei media e nella politica che è interessante analizzare.

Cominciamo con ordine: cosa si sa esattamente dei rapporti fra governo turco e Stato Islamico? Per fare chiarezza bisogna tornare al 2011, quando la Primavera araba si estende alla Siria ed Erdogan decide che non può farsi sfuggire l’occasione di coronare la nuova posizione di leader regionale; scarica quindi l’alleato e amico personale Assad e si allinea con i ribelli. Da allora le zone di confine turche diventano un vero e proprio asset strategico per l’opposizione siriana. Da lì passano i profughi in fuga dal conflitto ma ben presto entrano anche armi e uomini. Il coinvolgimento diretto della Turchia va soprattutto a favore dei gruppi legati alla Fratellanza Musulmana siriana come Jaish al-Tawhid, ma è chiara la vicinanza al potente gruppo salafita Ahrar al-Sham che da tempo controlla lo strategico valico di confine di Bab al-Hawa ed è molto vicino al gruppo qaedista Jabhat al-Nusra.

Il territorio turco diventa anche un vero retroterra strategico per l’opposizione armata. I combattenti trovano in Turchia un rifugio sicuro e cliniche per curarsi. La situazione non cambia man mano che i gruppi più estremisti crescono all’interno delle fila dell’opposizione. Dalla Turchia a questo punto cominciano a passare anche i jihadisti internazionali che vanno a riempire le fila di gruppi come Ahrar al-Sham, Nusra e più tardi, naturalmente, l’Isis. Dei rapporti diretti con quest’ultimo si è cominciato a parlare insistentemente più di un anno fa, subito dopo la liberazione dei dipendenti del consolato turco di Mosul da parte del Califfato. Mentre infatti i primi ostaggi stranieri iniziavano a essere decapitati, a settembre 2014 la Turchia riesce a ottenere la restituzione senza colpo ferire di ben 46 diplomatici. I termini dell´accordo fra i servizi turchi e il gruppo di Al-Baghdadi cominciano a delinearsi nei mesi successivi. La Turchia non entra nella coalizione anti-Isis e rifiuta di chiudere le proprie frontiere nonostante le pressioni americane. I guerriglieri dell´Isis usano la frontiera turca a piacimento e man mano che scacciano i ribelli siriani dai territori da loro precedentemente sottratti al regime diventano i principali fruitori dei servizi offerti dal poroso confine turco. L´Isis nei mesi successivi concentra inoltre le proprie offensive in Siria contro i territori controllati dal PYD curdo, braccio siriano del PKK inviso a Erdogan, fino al noto assedio di Kobane.

È ragionevole pensare che la maggior parte del petrolio prodotto dai pozzi siriani sotto il controllo dell’Isis sia oggi rivenduto internamente e in territori controllati da regime e opposizione, soprattutto in vista del picco dei consumi dell´inverno

Ok, ma il petrolio? La faccenda del petrolio è un po´ più complessa e anch´essa ha bisogno di un breve excursus storico. Come spiega un interessante articolo di Mustafa Akyol, il contrabbando di petrolio tra Turchia e Siria è una attività diffusa da decenni nei villaggi turchi di confine. Soprattutto durante la lunga guerra tra Ankara e il PKK, che aveva parzialmente distrutto le attività agricole di questi territori, il contrabbando ha lentamente sostituito l´agricoltura come principale fonte di ricchezza per le aree di confine. In Siria il carburante è tradizionalmente sovvenzionato e venduto dallo stato sottocosto, mentre in Turchia non esistono sussidi e la benzina alla pompa costa addirittura più che in Italia. Questo ha reso conveniente per gli addetti ai pozzi siriani vendere ai contrabbandieri turchi che a loro volta lo rivendono sottocosto in patria. Le autorità turche hanno sempre chiuso un occhio su tale attività, fondamentale per il sostentamento di alcune regioni, e che non si è mai fermata nemmeno dopo lo scoppio della guerra in Siria. Semplicemente i contrabbandieri hanno continuato i loro traffici con le fazioni che di volta in volta prendevano controllo dei pozzi, fino ad arrivare all´Isis.

Il volume delle quantità prodotte è però fortemente diminuito durante il conflitto. La Siria, già un modesto produttore in tempo di pace (circa 400 mila barili al giorno contro i 10 milioni dell´Arabia Saudita, i 3,5 degli Emirati e l´1,5 della Libia) ha visto scendere la propria capacità produttiva di circa la metà. Si stima che negli ultimi 2-3 anni i pozzi siriani non producano più di 200-250 mila barili al giorno. Con il brent a oltre 100 dollari al barile, l´Isis e prima ancora le altre fazioni ribelli avevano convenienza a vendere i loro barili ai contrabbandieri a metà prezzo, circa 50 dollari. L´esportazione si è però molto ridotta con il crollo del prezzo ufficiale, arrivato appunto intorno ai 50 dollari, che ha fatto diventare il contrabbando poco profittevole. È ragionevole pensare che la maggior parte del petrolio prodotto dai pozzi siriani sotto il controllo dell’Isis sia oggi rivenduto internamente e in territori controllati da regime e opposizione, soprattutto in vista del picco dei consumi dell´inverno. Il “mazot”, una forma poco raffinata di gasolio, è infatti il combustibile più diffuso in Siria per il riscaldamento delle abitazioni. Una realtà che dovrebbe anche far riflettere sulla reale opportunità di distruggere ora i pozzi in mano all´Isis, come vorrebbero alcuni, prima che un sistema alternativo per rifornire l´intera popolazione, a prescindere dalla fazione, in vista dell´inverno venga istituito a livello internazionale.

Un quadro, questo, assai diverso da quello delineato dai militari russi durante la conferenza stampa del 3 dicembre. Secondo Mosca grosse quantità di petrolio siriano verrebbero trasportate quotidianamente dalla Siria alla Turchia, sotto la supervisione diretta della famiglia Erdogan la quale si occuperebbe anche della loro esportazione dai porti turchi. Gli ufficiali russi hanno perfino lasciato intendere che i destinatari di tali esportazioni potrebbero essere i paesi occidentali, silenti complici dell´operazione. Calcolando che solo il fabbisogno petrolifero turco è di oltre settecentomila barili al giorno, quello di un paese europeo come l´Italia di circa 1,5 milioni e quello degli Usa di 19 milioni, perché un commercio del genere diventi profittevole – inclusi i costi di stoccaggio e trasporto – la produzione siriana dopo cinque anni di conflitto dovrebbe essere esponenzialmente aumentata, questo nonostante da tempo i pozzi principali siano in “maturazione” (ovvero in esaurimento). Le prove a sostegno di tutto questo intricato disegno? Foto aree di camion. Un assortimento che fa rimpiangere i tempi di Colin Powel alle Nazioni Unite e le slide sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Le autorità russe hanno promesso nuove scottanti rivelazioni per i prossimi giorni, ma i motivi per restare scettici abbondano.

È lecito domandarsi a che punto sia avvenuta la metamorfosi dal Putin oppressore al Putin solida fonte di verità. Siccome, per quel che si sa, Putin non ha mai smesso di opprimere la stampa libera,minacciare gli oppositori e, in generale, essere un autocrate

La cosa più interessante di tutta la vicenda resta la reazione di gran parte della stampa italiana. Sia perché´ improvvisamente molti commentatori sembrano scoprire la questione Turchia-Isis solo grazie a Putin, nonostante se ne parli da più di un anno (qui troviamo il sunto dell´Hunfington Post inglese delle decine di testimonianze dei contatti della Turchia con Isis raccolte già a settembre 2014), sia per la trattazione che ne è stata fatta alla luce delle dubbie rivelazioni di Mosca. Che testate di destra come Libero e Giornale abbiano una tradizionale passione per il leader russo è cosa nota da tempo, così come l´amicizia tra Berlusconi e Putin; che diano ampio spazio acritico alle sue accuse è quindi abbastanza prevedibile. Più curioso è l´elegante volteggio di alcuni giornali di sinistra a cominciare dal Manifesto. La figura di Putin ha infatti subito su queste testate una repentina mutazione in pochissimi anni. Da perfido dittatore, assassino di giornalisti e oppositori politici – e ovviamente amico di Berlusconi – leggendo certi articoli oggi Putin sembra essere diventato il principale faro dell´antimperialismo.

Le sue uscite su Turchia e petrolio dell´Isis sono state riprese senza filtri come l´ennesima prova delle cospirazioni dell´occidente e dei “servi” turchi, così come era avvenuto poche settimane fa in seguito alle accuse rivolte da Putin alle monarchie del Golfo, colpevoli secondo Mosca di essere le vere finanziatrici dell´Isis. Anche in quel caso, a un fondo di verità il leader russo aveva saputo sapientemente aggiungere una serie informazioni di dubbia fondatezza (come spiega questo bell´articolo di Cinzia Bianco per Limes) ma ottime per la sua public diplomacy. È ovviamente lecito domandarsi a che punto sia avvenuta la metamorfosi dal Putin oppressore al Putin solida fonte di verità. Siccome, per quel che si sa, Putin non ha mai smesso di opprimere la stampa libera,minacciare gli oppositori e, in generale, essere un autocrate (nell´Economist Democracy Index la Russia è passata dal 102esimo posto del 2007 al 132esimo del 2014), sorge il dubbio che anche in questo caso l´unico metro di giudizio sia lo stesso utilizzato da gran parte della sinistra negli ultimi 20 anni: Berlusconi. Passato Berlusconi, passata la paura, anche dei dittatori. Purchè ovviamente dicano “cose male” dell´odiato Occidente, unico metro di giudizio rimasto per una sinistra refrattaria ad accettare la fine della Guerra Fredda.

Ma stampa di sinistra a parte, la stessa Famiglia Cristiana venerdì ha pubblicato un forte editoriale in cui il vicedirettore Fulvio Scaglione sembra scagliarsi contro un mainstream che ci costringerebbe a non prendere in cosiderazione le accuse di Putin alla Turchia nonostante la loro presunta fondatezza. Un mainstream che ci costringerebbe a considerare la Russia sempre e solo come “l´impero del male” qualunque cosa faccia. A leggere le posizioni della politica, da Salvini ai 5 Stelle passando per il governo (lodato venerdì da Lavrov per l´impegno dell´Italia per portare l´UE a negoziare con Mosca), così come quelle dei giornali, che in una rara congiunzione astrale vedono un perfetto allineamento dal Manifesto al Giornale passando per Stampa e Famiglia Cristiana, viene però da chiedersi dove sia questo mainstream. Le discutibili accuse russe sono circolate in modo quasi totalmente acritico da destra a sinistra fino all´antipolitica. A Scaglione e agli altri, comunque liberi di prendere per buoni tutti gli intrighi del mondo, bisognerebbe almeno suggerire che non è necessario che si arrabbino contro alcun mainstream. Rilssatevi, il mainstream siete voi.

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