Sanità pubblica, secondo un italiano su due è sempre peggio

Costi bassi, ma tempi d’attesa troppo lunghi, tagli ai piccoli ospedali: così sempre più italiani si rivolgono alla sanità privata, dice un’indagine del Censis

La sanità pubblica soffre sempre più i tagli alla spesa, e i cittadini ne sono decisamente consapevoli. Secondo l’Osservatorio Sanità di Uni Salute, la qualità del servizio offerto dalle strutture pubbliche negli ultimi due anni è peggiorata (il 47% degli intervistati) mentre solo il 10% crede sia migliorata.

In merito alle strutture private, il giudizio è meno severo: solo il 13% crede che il servizio di queste strutture sia peggiorato ed è più diffusa (71%) la percezione secondo cui poco è cambiato. Gli italiani basano il proprio giudizio in particolare sulla competenza delle figure che vi lavorano (44%), percentuale che sale al 52% per gli over 55; un italiano su cinque considera innanzitutto il rapporto tra prestazioni e costi; il 18% guarda ai tempi di attesa (soprattutto le donne, 22%); mentre il 12% alla modernità delle strutture (in particolare gli uomini, 17%).

Nonostante una flessione nella percezione della qualità del servizio offerto, la sanità pubblica mantiene alcune importanti caratteristiche: gli italiani infatti ricorrono alle prestazioni dell’offerta pubblica sia perché i costi sono minori (62%) sia perché ritengono che il personale che vi lavora (medici e infermieri) sia più preparato (30%). La sanità privata, di contro, conferma nella tempistica il proprio punto di forza. La stragrande maggioranza degli intervistati (82%) crede, infatti, che l’offerta privata sia preferibile proprio perché in grado di garantire tempi più rapidi per ottenere una prestazione. Bassa, invece, risulta la percezione circa una superiorità nella competenza del personale privato rispetto a quello pubblico (11%).

Ma è soprattutto nelle indagini condotte negli ultimi anni dal Censis rispetto al punto di vista dei cittadini e degli utenti della sanità che i temi della percezione della qualità e della soddisfazione per i servizi ricevuti trovano ampi riscontri quantitativi e qualitativi. Particolarmente negativo risulta il giudizio degli italiani rispetto alle manovre di finanza pubblica, che avrebbero accentuato le iniquità e ridotto la qualità dei servizi. Meno della metà degli italiani ritiene che il Servizio sanitario copra le prestazioni “di cui di fatto si ha bisogno”, quota che scende al 34,5% nel Sud e nelle Isole.

L’aspetto che pesa più negativamente nel rapporto con le strutture sanitarie pubbliche è la lunghezza delle liste d’attesa

Molto numerosi sono coloro che ritengono di ricevere solo le prestazioni essenziali (41,2% nella media), cui vanno sommati i giudizi decisamente negativi di chi ritiene di ricevere un’offerta insufficiente (14%). È molto diffusa la percezione che la qualità dell’assistenza sanitaria pubblica si vada riducendo, con punte di grave malcontento nelle regioni meridionali. Il 49% degli italiani giudica inadeguati i servizi sanitari offerti dalla propria regione, ma la percentuale si riduce significativamente al Nord-Est (27,5%) e aumenta nettamente al Sud (72%).

È quanto emerge ad esempio dal Monitor Biomedico 2014, l’indagine condotta periodicamente dal Censis nell’ambito del Forum per la Ricerca Biomedica che fa il punto sulle questioni chiave della sanità italiana. L’aspetto che pesa più negativamente nel rapporto con le strutture sanitarie pubbliche è la lunghezza delle liste d’attesa: è l’opinione del 64% degli italiani. Negativo è anche il giudizio sulla chiusura dei piccoli ospedali: il 67% si dichiara contrario, perché costituiscono un presidio importante. Cresce la quota di coloro che reputano negativa l’attribuzione di maggiori responsabilità alle regioni (il 36% di oggi contro il 30,5% del 2012).

Secondo altre analisi del Censis, poi, sono oltre 12,2 milioni gli italiani negli ultimi anni hanno fatto ricorso, più frequentemente che nel periodo precedente, alla sanità a pagamento, sia privata che in intramoenia: il 25% ha intensificato il proprio ricorso alla sanità privata, mentre il 12% si è rivolto all’intramoenia. Inoltre si rivolgono di più alla sanità privata gli abitanti del Sud e delle isole (quasi il 35% vi ha aumentato il ricorso), ed all’intramoenia gli italiani tra i 30 e i 45 anni (oltre 14%) e gli abitanti del Sud e delle isole (17%).

Per molte attività diagnostiche ed accertamenti il livello di compartecipazione alla spesa raggiunto dai ticket rende spesso più conveniente il ricorso alla sanità a pagamento nei laboratori e ambulatori privati o in intramoenia, e la spinta al privato è ulteriormente rafforzata dai problemi posti dalla lunghezza delle liste di attesa per l’accesso alle prestazioni in ambito pubblico.

il 44,6% degli italiani dichiara di essere convinto di dover integrare i servizi pubblici con quelli privati

Non va inoltre dimenticato che, anche a proposito dell’impatto della crisi economica, si è intensificato il fenomeno della rinuncia alle cure, ed aumentano coloro che dichiarano di avere ridotto il proprio ricorso alla sanità a pagamento in questi ultimi anni; si tratta di oltre 5 milioni di italiani, poco più dell’11% per la sanità privata, e poco meno del 10% per l’intramoenia, valori che rimangono simili lungo tutto l’arco della penisola. Un’entità questa che si colloca nell’ambito dell’insieme degli italiani (oltre 9 milioni stimati dal Censis) che dichiarano di aver rinunciato tout court ad una prestazione sanitaria per motivi legati alla erogazione (costo, ticket, lista di attesa). Chi ha diminuito il ricorso alla sanità privata e/o intramoenia lo ha fatto principalmente perché ha minori disponibilità economiche (87%), motivazione che tra coloro che hanno più di 64 anni è indicata dal 95,2% degli intervistati.

Interrogati sul futuro, il 44,6% degli italiani dichiara di essere convinto di dover integrare i servizi pubblici con quelli privati per affrontare i rischi e le future necessità assistenziali. Particolarmente grave è la situazione dei non autosufficienti e cronici. Secondo i dati della Indagine Istat su salute e sanità del 2013, la spesa sanitaria delle famiglie con un membro con limitazioni funzionali in un anno è superiore ai 4 miliardi di euro, e quella delle famiglie con un membro in condizioni di confinamento si avvicina ai 3 miliardi di euro all’anno. Recenti indagini hanno stimato una spesa di 9 miliardi di euro per la retribuzione delle circa 700 mila badanti presenti nelle famiglie italiane.

Studi condotti dalla Fondazione Censis per Favo (la Federazione delle organizzazioni di volontariato per l’oncologia) sui costi sociali della malattia oncologica hanno stimato i costi medi a carico delle famiglie nel caso di sopravvivenza del proprio congiunto a seguito dell’insorgenza della patologie e degli interventi clinici ad essa collegati. Per quanto riguarda il tumore alla mammella, i risultati parlano di un costo annuo medio pro-capite di circa 28mila euro, e di un costo complessivo per l’Italia, sempre annuo, di 7,3 miliardi di euro. Per il tumore al colon-retto lo studio ha prodotto una stima di 41,6mila euro pro-capite per anno, e di 5,7 miliardi di euro a livello nazionale.

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