Perdere i nervi a cinquantanove anni può essere molto facile, specialmente se la televisione e i giornali ti raccontano da sempre, con metafore nemmeno troppo velate, che la Storia è finita e che non c’è più nulla da vedere, salvo forse l’ultimo iPhone e la nuova capigliatura di Neymar.
Perdere i nervi perché non c’è nessuno con cui prendersela (a parte te stesso) è quanto di più comune e umano possa toccarti. Specie quando avevi fatto la scelta giusta, guidato da chissà quale flusso ermetico, magari soltanto dal gusto di sfidare chi ti dava del matto, per poi scoprire che matto non lo eri per nulla e pentirti amaramente di non aver trovato la forza e il coraggio di andare fino in fondo, e ritrovarti sudato, quando è tutto finito, davanti al televisore, fasciato in una maglietta sintetica troppo stretta coi colori della tua squadra, e solo allora essere accecato da una rivelazione: «Sono un idiota».
Quando suonò il telefono, John stava leggendo le pagine sportive, come tutte le mattine, i piedi allungati sul tavolino, il tè fumante nel bicchierone di cartone e una lieve (perché mitigata dall’abitudine) irritazione per il pannolino sporco della bambina abbandonato sul tavolo della cucina. Un titolone insolito e inatteso aveva attirato la sua attenzione. Col calcio, John ci era cresciuto. Grazie al calcio aveva imparato da suo padre cosa significasse passione, poi ne aveva raccolto il testimone e adesso era fiero di poter dire che, sì, un giorno, i suoi due figli maschi avrebbero tenuto viva l’eredità.