Uno, ics, due

La storia del Totocalcio, il gioco più amato dagli italiani dopo il calcio, raccontata bene da Valderrama.it

In Italia il 13 è convenzionalmente considerato un numero fortunato, una credenza controversa e non universalmente accettata in tutti i paesi del mondo. Nel mondo anglosassone, per esempio, il 13 è per antonomasia il numero più sfortunato, e basta entrare in un qualsiasi albergo degli Stati Uniti per accorgersi che il tredicesimo piano, semplicemente, non esiste. Tuttavia, se si approfondiscono i testi sui Tarocchi, la cabala e la numerologia, si può facilmente dedurre come il 13 sia sostanzialmente un numero positivo. La tredicesima carta dei tarocchi è la Morte, che come tutte le carte può avere un significato contemporaneamente positivo e negativo: significa cambiamento e rinascita, si deve morire per rinascere. Nella numerologia il 13 è il numero associato all’alchimista e prende il significato di trasformazione dalle forme logore in qualcosa di nuovo e diverso.

Inoltre il numero 13, che nella sua riduzione teosofica diventa un quattro (1+3=4) ma in una “ottava” superiore, è l’antico numero della completezza, associato alla fine di un ciclo: ci sono tredici mesi lunari in un anno, tredici sono i segni nell’astrologia celtica e di quella dei nativi americani, mentre la nostra astrologia vede nello zodiaco tredici costellazioni. Le associazioni negative, invece, arrivano dalla tradizione cristiana: tredici erano i partecipanti dell’ultima cena del Cristo, l’inizio della Passione avvenne un 13 e il 13 ottobre 1307 è ricordato per la caduta dell’ordine dei Templari. Al di là di tutti queste valutazioni esoterico-religiose, nella cultura popolare italiana c’è un motivo ben più importante per associare il tredici a un evento positivo e portatore di buone nuove: il Totocalcio.

Nel 1946 Massimo Della Pergola era un trentenne giornalista triestino, espulso dall’ordine durante il fascismo perché ebreo e da poco uscito da un campo di internamento in Svizzera. Non voleva più fare il giornalista e soprattutto non riusciva a sopportare lo stato disastroso che attraversava lo sport italiano nel primissimo dopoguerra. In un’Italia allo sbando dove mancavano i soldi per i bisogni di prima necessità, lo Stato non poteva certo permettersi di finanziare lo sport. Campi, piste di atletica e palazzetti erano in macerie e la ricostruzione procedeva a rilento.

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