Istanbul, un tranquillo gay pride di paura nella Turchia di Erdoğan

La manifestazione a favore della comunità LGBT era attesa per domenica 23 ma è saltata per "motivi di ordine pubblico". In piazza Taksim solo poliziotti, lacrimogeni e arresti: così la Turchia si allontana dall'Europa

La Basilica di Santa Sofia nasce come cattedrale cristiana per poi diventare luogo di culto per i greci-ortodossi, poi cattedrale cattolica, poi moschea di rito musulmano per venire, infine, sconsacrati e trasformata in un museo da Atatürk nel 1935. Negli ultimi anni, però, è stata fatta pressione sul governo per farla tornare un luogo di culto. Non è ancora possibile nonostante sia presente una sala preghiera. Dal 2013, poi, i muezzin sono stati autorizzati a invitare alla preghiera due volte al giorno dai suoi imponenti minareti. La Basilica di Santa Sofia è una metafora perfetta di quello che sta succedendo in Turchia nel 2016. Un processo di contro-secolarizzazione per mano del leader Recep Tayyip Erdoğan, primo ministro dal 2003 e primo presidente direttamente eletto nel 2014.

La controversa gestione del potere da parte di Erdoğan è da sempre sotto i riflettori. La Turchia sta affrontando un lungo percorso di avvicinamento all’Unione Europea ma le posizioni sui diritti civili e le libertà fondamentali sono una spada di damocle inesorabile. Da anni le associazioni che difendono queste libertà vivono un clima di pressione perenne e ho potuto vederlo personalmente nella giornata di domenica 26 giugno, quando mi sono recato a Istanbul per la celebrazione di un Pride che non si è tenuto. Il governo, infatti, ha vietato la manifestazione per non meglio precisate “ragioni di ordine pubblico”. Come co-presidente dell’Intergruppo LGBTI al Parlamento Europeo ho ritenuto necessario andare a vedere.

Quando siamo arrivati alla zona della manifestazione, vicino alla famosa piazza Taksim, ad attenderci non c’erano contestatori (questo sarebbe stato il quattordicesimo Pride di Istanbul, evento a cui partecipano sempre circa 100 mila persone e ha sempre attirato contestatori esterni) ma tantissima polizia. Il segnale era chiaro, e forse chi di solito contesta si è sentito abbastanza tutelato

Ho passato la giornata di domenica con militanti dei diritti civili e associazioni. Alle 10 del mattino un grande hotel del centro ha concesso gratuitamente una sala riunioni per decidere come muoversi e cosa fare. L’ambasciata norvegese ha scortato tutti noi – organizzatori del Pride compresi – in giro per la città. Infine siamo arrivati alla zona della manifestazione, vicino alla famosa piazza Taksim, dove ad attenderci non c’erano contestatori (questo sarebbe stato il quattordicesimo Pride di Istanbul, evento a cui partecipano sempre circa 100 mila persone e ha sempre attirato contestatori esterni) ma tantissima polizia. Il segnale era chiaro, e forse chi di solito contesta si è sentito abbastanza tutelato.

Il resto è cronaca. Proviamo a marciare, a rivendicare, a farci sentire. La polizia non permette riprese e fotografie. Vengo fermato più volte mentre cerco di testimoniare in diretta sulla mia pagina Facebook. Le forze dell’ordine ci accerchiano. C’è un clima di forte tensione che diventa improvvisamente un clima di paura. Spingono, provocano, creano le situazioni per la reazione. Fanno cariche. Spingono i manifestanti nelle vie secondarie e li bloccano, li picchiano (senza lasciare lividi, sono bravi in questo). Sparano gas lacrimogeni e li sparano ad altezza uomo (tre ragazzi verranno colpiti agli occhi dai gusci dei proiettili). Vengono fermati e arrestati diversi militanti tra cui il capo del comitato organizzatore. Viene arresta anche la mia collega parlamentare europea Terry Reintke. I fermati saranno circa venti, arrestati in varie occasioni. Fortunatamente verranno tutti rilasciati in serata.

Erdoğan sta usando la strategia della goccia cinese. In Turchia la polizia è violenta e il governo intrusivo ma non agiscono in modo aperto. Non chiudono le associazioni per i diritti LGBT, non vietano i Pride per motivi ideologici ma attaccano ai fianchi cercando pretesti. Le manifestazioni per i diritti civili, le espressioni di pensiero laico hanno sempre dei problemi, piccoli o grandi e il loro svolgimento è sempre difficoltoso

Alle 23 circa, con tutti i fermati rilasciati, e con la situazione ormai tranquillizzata, siamo andati nei luoghi in cui avevano organizzato la festa finale del Pride. Migliaia di ragazzi. Nessun poliziotto. Il problema non era il Pride in sé: era la manifestazione, la visibilità. Erdoğan sta usando la strategia della goccia cinese. In Turchia la polizia è violenta e il governo intrusivo ma non agiscono in modo aperto. Non chiudono le associazioni per i diritti LGBT, non vietano i Pride per motivi ideologici ma attaccano ai fianchi cercando pretesti. Le manifestazioni per i diritti civili, le espressioni di pensiero laico hanno sempre dei problemi, piccoli o grandi e il loro svolgimento è sempre difficoltoso. C’è sempre qualcosa che non va. Si punta al logoramento. Lento, inesorabile. Parlando con tantissime ragazze e tantissimi ragazzi lì a Istanbul mi viene raccontato di questo continuo attacco mirato alle libertà personali. Un comportamento che rende semplicemente incompatibile la Turchia con il progetto europeo.

Scrivo queste righe mentre torno a Bruxelles. Mi attiverò immediatamente per informare della situazione il mio gruppo parlamentare (S&D), il presidente del parlamento Martin Schulz e la Commissione Europea (con il nostro commissario agli affari esteri Federica Mogherini). È una situazione da denunciare assolutamente ed è inammissibile che l’Europa stringa accordi con la Turchia per affrontare la crisi dei profughi siriani. In un periodo storico come questo, anche dopo il voto al referendum inglese, l’Unione Europea deve essere in grado di dare risposte chiare sulla sua identità e sulla sua progettualità. Quello che ho visto a Istanbul ieri, semplicemente, con l’Europa, non è compatibile.

*Parlamentare europeo S&D – Partito Democratico

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