«Piccole imprese, la priorità è rafforzare il capitale»

Parla Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere: «L’obiettivo delle imprese che nascono è di crescere, non di rimanere piccole, soprattutto ora che il mercato di riferimento è quello globale. Tutte le misure che tendono a rafforzare il capitale d’impresa sono la priorità»

Sulle Pmi palazzo Chigi sembra voler cambiare passo. È, infatti, atteso un nuovo decreto sulla competitività con misure ad hoc per il finanziamento delle piccole e medie imprese. Un segnale che dovrebbe cogliere i recenti malumori del mondo aziendale verso una crisi del credito aggravata dalle recenti crisi bancarie. Ma per capire in che direzione occorra dirigere questi sforzi Linkiesta ha interpellato il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli.

Il governo sembra intenzionato a lanciare un’offensiva sul versante delle Pmi. Il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, ha annunciato l’introduzione di sgravi fiscali per le famiglie che vogliono investire nel capitale di rischio delle imprese. Il cda di Cassa Depositi e Prestiti ha stanziato 1 miliardo di euro per un programma di acquisti per accrescere il volume di crediti alle Pmi. Sono misure sufficienti a risalire la china di una crisi che fa dell’Italia uno dei principali Paesi per tassi di mortalità delle imprese, soprattutto nei primi anni di vita, oppure c’è bisogno d’altro?

Queste misure colgono un problema importante per le nostre Pmi: quello della crescita. In quest’ottica, il tema delle risorse finanziarie è centrale. Le nostre imprese, praticamente in quasi tutti i settori, sono meno patrimonializzate di quelle dei Paesi più industrializzati con cui si confrontano sui mercati. Tutte le misure che tendono a rafforzare il capitale d’impresa sono, quindi, la priorità. Aggiungo un altro elemento.

Prego.

Caratteristica dell’Italia è l’elevata natalità imprenditoriale. Una impresa su due, però, chiude entro quattro anni dall’avvio. Arginare, almeno in parte, questo problema significa evitare che vadano perse tante energie, sia in termini di risorse umane e capitale sociale, sia in termini economici. È importante perciò rafforzare i fondamentali d’impresa. E in questa fase vorrei sottolineare soprattutto la formazione, in particolare al digitale, la conoscenza del mercato, il know how specifico sugli strumenti finanziari.

«Una impresa su due chiude entro quattro anni dall’avvio. Arginare, almeno in parte, questo problema significa evitare che vadano perse tante energie, sia in termini di risorse umane e capitale sociale, sia in termini economici»

Come emerge anche dalla recente indagine di Unioncamere sulle aspettative delle imprese italiane di accesso al credito, quest’anno solo un’azienda su quattro prevede di ricorrere al credito bancario per finanziare le proprie attività a causa dell’insoddisfazione rispetto al mondo delle banche. Cosa si deve fare per migliorare questo clima di fiducia? Quali sono gli strumenti per ripristinare il circuito virtuoso tra capitale e impresa sul territorio? C’è bisogno di puntare su forme alternative di raccolte del capitale come quelle relative alla quotazione in borsa?

In questi anni sono stati introdotti nuovi strumenti che consentono alle imprese di finanziarsi. Penso in particolare alle misure che hanno agevolato il reinvestimento di capitale dell’imprenditore nella propria azienda (come l’Ace, acronimo di Aiuto alla crescita economica), l’ampliamento della raccolta obbligazionaria (i cosiddetti minibond), le cambiali finanziarie, il crowdfunding e gli altri strumenti dedicati alle startup, l’allargamento degli strumenti di venture capital. Il Fondo centrale di garanzia, poi, ha svolto una funzione fondamentale per consentire a molte Pmi di accedere al credito bancario in una situazione di mercato difficilissima, complicata anche dai requisiti – e dai vincoli – di Basilea. Inoltre, i Confidi in questi anni hanno permesso a molte piccole imprese di restare sul mercato. Proprio a questo riguardo, tra il 2009 e il 2015, la media della contribuzione ai Consorzi di garanzia da parte del sistema camerale è stata di circa 80 milioni di euro all’anno, diretti ad irrobustire la capacità di copertura del credito erogato dal sistema bancario alle imprese. Ora poi è in discussione in Parlamento un disegno di legge sui Confidi, finalizzato a far crescere la loro patrimonializzazione, l’efficienza e la loro “potenza di fuoco”.

«L’obiettivo delle imprese che nascono è di crescere, non di rimanere piccole, soprattutto ora che il mercato di riferimento non è solo quello domestico ma quello globale»

In occasione dell’assemblea di Confindustria, il neo presidente Vincenzo Boccia ha detto che ci vogliono imprese più grandi, più aperte e meno bancocentriche. Da qualche tempo Unioncamere, insieme all’Ufficio Studi di Mediobanca, porta avanti un rapporto annuale sull’universo delle medie imprese industriali, un’analisi che ha spinto molti studiosi a parlare di “quarto capitalismo” e a coniare il termine di “multinazionali tascabili” in riferimento a quelle medie imprese italiane con forte vocazione all’export che sono un po’ la linfa vitale del sistema produttivo anche ai tempi della crisi. Sono due visioni contrapposte? Bisogna puntare su operazioni di aggregazione industriale oppure è ancora valido il meccanismo per cui – in un contesto come quello italiano – più si è piccoli e più si può crescere?

Non sono visioni contrapposte, tutt’altro. L’obiettivo delle imprese che nascono è di crescere, non di rimanere piccole, soprattutto ora che il mercato di riferimento non è solo quello domestico ma quello globale. Anche le produzioni di nicchia hanno come riferimento mercati più ampi che in passato. Quello che molti commentatori hanno chiamato Quarto Capitalismo individua nelle medie imprese la struttura portante di larga parte del sistema produttivo italiano. Ed è vero. Sono imprese che hanno performance eccezionali in termini di valore aggiunto, di innovazione, di export. Esse fanno spesso da traino a molte piccole aziende anche sui mercati internazionali, aiutandole ad aggregarsi e ad essere più competitive. Questo potranno farlo sempre di più, perché si sta invertendo un precedente ciclo e si sta rivalutando l’importanza della produzione fatta in Italia dalle piccole aziende nelle catene del valore e nella capacità di creare prodotti top performer a livello internazionale.

Torniamo alle Camere di commercio, punto di osservazione privilegiato sullo stato di salute delle Pmi. Il sistema camerale sta vivendo un momento di forte cambiamento, a che punto siamo con il processo di autoriforma? Quali gli impegni sul versante delle Pmi?

Il processo di accorpamento è iniziato. Le Camere di commercio non sono già più 105 ma 100. Lo scorso anno, è stata approvata una legge delega la cui attuazione è demandata a un decreto legislativo di riforma. Sarà questo decreto a definire in concreto gli ambiti di competenza, le funzioni e i servizi delle Camere di commercio nei riguardi delle Pmi.

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