Fra Brexit e Lovexit, la fine di un amore non è mai democratica

Dal voto del 23 giugno in poi i social network si sono riempiti di post sul fallimento del voto democratico. Una confusione dettata dalla delusione sentimentale per un risultato inaspettato: lo stesso che si prova quando la morosa ci lascia

Questa Brexit non ci è piaciuta. Non ci è piaciuta per ragioni finanziarie ed economiche, certo (sebbene, forse, il 5% di quelli che si sono sperticati in sofisticate analisi finanziarie negli ultimi giorni avesse le competenze per farlo). Non ci è piaciuta per questioni politiche, anagrafiche, culturali. Non ci è piaciuta perché è una questione che mette distanze invece che tendere ponti. Non ci è piaciuta perché è espressione di un sentimento improntato alla divisione piuttosto che alla collaborazione, votato alla paura invece che alla fiducia, e perché ha ringalluzzito Matteo Salvini, cosa di cui non avevamo necessità. Ma c’è dell’altro.

C’è che siamo un casino indignati. Risentiti. Delusi, perché non ce lo aspettavamo, non dagli inglesi, non da quel popolo che ha generato i Beatles, i Pink Floyd, i Rolling Stones, gli Smiths. Non ce lo aspettavamo da chi nell’ultimo decennio ci ha accolti, in centinaia di migliaia, per lavare bicchieri nei pub, fare babysitteraggio, crescere, diventare manager di compagnie multinazionali, proprio lì, in quel paese che da qualche giorno ci sembra più lontano che mai. Non ce lo aspettavamo dall’Inghilterra, dall’apertura e dalla meritocrazia della cultura anglosassone, da quel paese dove andavamo a fare le vacanze studio estive, quando eravamo teen-ager figli della media borghesia italiana. Non ce lo aspettavamo, noi che la Union Jack ce l’avevamo appesa in cameretta. Non ce lo aspettavamo. Eppure è successo. E per giorni, tutti ci siamo leccati la ferita sui social network, nelle chiacchiere a cena, nei gruppi whatsapp, durante gli aperitivi al bar, tra il legittimo rodimento di culo degli amici expat e la preoccupazione di chi ha il weekend a Londra prenotato e non ha ancora capito se «mò je serve il passaporto oppure no».

Non ce lo aspettavamo dall’Inghilterra, dall’apertura e dalla meritocrazia della cultura anglosassone, da quel paese dove andavamo a fare le vacanze studio estive, quando eravamo teen-ager figli della media borghesia italiana. Non ce lo aspettavamo, noi che la Union Jack ce l’avevamo appesa in cameretta. Non ce lo aspettavamo. Eppure è successo

Insomma, ci siamo sentiti un po’ feriti, raggirati persino, in maniera quasi sentimentale, emotiva oltre che razionale. Come quando finisce un amore. Come quando invece della Brexit viviamo una Lovexit. Offesi, come quando ci molla il moroso o la morosa, qualcuno che abbiamo per qualche ragione amato o stimato, che decide di lasciarci, così, ingiustamente, tradendo la nostra fiducia, con un protocollo che non è mai indolore, mai. E noi subiamo questa sua scelta di andare, di non restare, di non risolvere insieme i problemi che naturalmente ci sono, perché i problemi ci sono sempre, in qualunque relazione. Subiamo una decisione che spesso non comprendiamo, che fatichiamo a spiegarci, iniziamo a insinuare che ci sia un’altra e ci troviamo a denunciare il sopruso che subiamo, perché in quel momento così ci appare: perché in quel momento per noi, la fine di un amore è anti-democratica, non veniamo interpellati (sappiamo tutti che il “ci siamo lasciati di comune accordo” è una bufala, oppure l’epilogo più deprimente delle storie più insulse). Chi ci lascia non ci chiede se siamo d’accordo, se staremo bene anche senza, se abbiamo bisogno di qualche cosa. Chi ci lascia se ne va e basta, e non è detto che stia facendo la scelta più intelligente e proficua, ma la sta facendo. E, nel mentre, ci appare improvvisamente irriconoscibile, disumano, odioso, un individuo altro, che non si cura del nostro volere. Chi ci lascia, esercitando la propria forza su di noi, svelandoci la disparità che c’era nel rapporto, l’iniquità dell’investimento emotivo, mostrandoci il volto più autoritario dell’amore che, spesso, non offre alternative, se non la necessità di prendere atto della nuova condizione (dopo eventuali manifestazioni, sit-in, scioperi della fame e del sonno, petizioni e rivendicazioni). L’esito, in genere, non cambia, e la protesta deve naturalmente evolvere nell’adattamento al nuovo status quo.

Ecco: quando quel partner ci molla e ci svela le sue anime peggiori, noi iniziamo a detestarle, a parlarne male con gli amici in comune, a sbrodolare risentimento sui social, che è un po’ quello che abbiamo fatto con la Brexit, dicendo che la democrazia è un fallimento, che è stata abusata, che dobbiamo smetterla di studiare l’inglese come prima lingua straniera, che dobbiamo togliere gli zerbini con scritto “Welcome” e rimettere quelli con su scritto “Benvenuto”, che non devono nemmeno più giocare nel campionato europeo, che gli inglesi devono crepare, con il loro tè, e il loro porridge, e il loro fish&chips, e le loro colonie, e i loro scarsissimi standard igienici, e la loro moquette lercia, e la loro “s” per la terza persona singolare e pure la pronuncia di quel cazzo di “th” che è stata l’incubo di tutte le nostre adolescenze. Che questa cosa qua, della democrazia, va normata. Che non si sarebbe mai dovuto fare un referendum su un tema del genere ma, visto che è successo, allora VIA IL VOTO ai campagnoli, ai vecchi, agli ignoranti, a quelli che non capiscono un cazzo, abbasso il suffragio universale, sì all’illuminata oligarchia-smart che veste bene e ha sense of humour.

Ora, tra serio e faceto, considerato l’impeto del momento (appunto, emotivo, assimilabile a quello della Lovexit) siamo anche d’accordo. Tuttavia, ad ascoltare e leggere queste esternazioni (tante, davvero), mi sono chiesta se sia in ultima analisi giusto dirle e scriverle. Perché mi viene la sensazione che il passo tra il sentimento democratico di cui siamo figli e queste affermazioni profondamente anti-democratiche (che finiscono per essere più reazionarie dei movimenti reazionari che aborriamo) sia troppo breve. Un po’ come il passo che c’è tra l’amore e l’odio alla fine di una relazione. Il mondo è pieno di emarginati, di vecchi, di ignoranti, di disagiati, di imbecilli integrali? Ma certamente. Queste persone hanno diritto di voto? Ebbene sì. Ce l’hanno anche i minus habens, i disonesti e i protagonisti dei pre-diciottesimi. Facciamocene una ragione, che questa Brexit non ne è certo la prima dimostrazione (abbiamo avuto un ventennio berlusconiano, ve lo rimembro). Va bene? È bello? No, non lo è. La democrazia è perfetta? Offre sempre esiti ottimali? Certo che no. Ma è l’unica opzione possibile.

Chi ci lascia non ci chiede se siamo d’accordo, se staremo bene anche senza, se abbiamo bisogno di qualche cosa. Chi ci lascia se ne va e basta, e non è detto che stia facendo la scelta più intelligente e proficua, ma la sta facendo. E, nel mentre, ci appare improvvisamente irriconoscibile, disumano, odioso, un individuo altro, che non si cura del nostro volere. Chi ci lascia spesso, non offre alternative, se non la necessità di prendere atto della nuova condizione

Quindi teniamoci salda la nostra identità culturale democratica e contiamo fino a dieci (come mi suggeriva mia madre, da piccola, nel tentativo di insegnarmi a non rispondere demmerda a chiunque) prima di scrivere o di mettere like a qualunque concetto che la metta in discussione, la nostra identità democratica.

Ricordiamoci, anche se sembra la solita retorica e forse lo è, ma a volte è bene fare un ripasso, che la risposta non è mai la negazione di un diritto. La risposta non è mai la costrizione. La risposta generalmente è il dialogo, il confronto, l’ascolto, la cultura e sì, certo, naturalmente, il mondo è pieno di casi umani e di cause perse, e di sicuro la discussione è talvolta sterile, ma il punto è proprio questo: la democrazia è onerosa, difficile, lenta, ci impegna – in via teorica – a tener conto di tutte le istanze sociali e di tutte le minoranze, di tutti gli individui, inclusi i diversi, inclusi gli ignoranti, inclusi gli esclusi, inclusi i vecchi, inclusi i malati, i campagnoli e gli yuppies, i poveri e i ricchi. E se c’è un problema sociale – sempre in via teorica – la soluzione dovrebbe essere accettare le diversità, istruire l’ignoranza, includere l’esclusione. Non dire (nero su bianco) che dovremmo privarli del diritto di voto (e magari deportarli, ai lavori forzati). Tanto meno se siamo occidentali, well educated, europeisti. Non dovremmo, forse nemmeno per scherzo.

La democrazia è ciò che abbiamo culturalmente e storicamente scelto ed è ciò che dobbiamo augurarci di continuare a scegliere. Sempre. Anche quando la fiducia in essa vacilla. Anche quando i suoi esiti ci sembrano ingiusti e incondivisibili. Anche quando ci troviamo di fronte al suo più grande limite strutturale: l’umanità. Varia e avariata, com’essa è.

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