Come sfuggire alla domanda fatale: “Cosa fai a Ferragosto?”

Ogni anno la stessa cosa: non sono ammesse risposte interlocutorie. Ci vogliono programmi, idee, iniziative. Guai a chi si lascia guidare dall’anarchia

Ci sono una serie di domande che, nella vita, è quasi impossibile affrontare. Ad esempio: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? E una volta arrivati, troveremo aperto?”

Ce ne sono altre che è durissimo dribblare, superati i 22 anni (per certe donne i 18): “Quando ti sposi?” è un evergreen. Però le peggiori sono quelle che non hanno scadenza, che vengono reiterate inesorabili come il versamento dell’acconto IVA.
“Cosa fai a Ferragosto?”

Se siete rimasti in città ve la potete cavare con il capo chino e un sofferto “Una gitarella, da qualche parte” esalato con l’espressione di chi “E comunque preferisco non parlarne perché mi sento violato”. Nessuno obietterà. Se siete in vacanza, Ferragosto sarà incluso nel pacchetto, preparato da voi o da altri, e in albergo vi daranno pure la lasagna e il cocomero, e poi vai di zumba come fosse l’ultimo giorno su questa terra.

Ma ci sono altre opzioni: ad esempio, le città di mare popolate da individui che ci vivono e non ci svacanzano. Qui tutto è mescolato, sfumato, il lavoro e il divertimento, le ore impegnate e quelle libere: la linea editoriale resta l’impegnarsi strenuamente a riempire il tempo libero stipandolo come un’oca all’ingrasso. E la cosa non cambia nemmeno se sei insediato, sacrificalmente, alla scrivania. Verso fine luglio, quando ti chiedono con l’occhio volpino cosa farai a Ferragosto, tu puoi fingere indifferenza, depistare al bancone del bar con “Un altro giro! Pago io! Auguri!” come hai visto nei telefilm americani, sorridere vacuo fingendo di non capire la lingua, ma non verrai lasciato in pace.

Se siete rimasti in città ve la potete cavare con il capo chino e un sofferto “Una gitarella, da qualche parte” esalato con l’espressione di chi “E comunque preferisco non parlarne perché mi sento violato”. Nessuno obietterà

“Quindi come ti sei organizzato?” Generalmente non sono tollerate formule interlocutorie quali: “Pensavamo di vedere al momento”. Il momento non esiste. Esistono persone in questo pazzo, pazzo mondo che per quanto sfoglino compulsivamente settimanali femminili e inserti di qualunque cosa alla voce “10 idee imperdibili e spassose per il Ferragosto”, e clicchino a casaccio su link improbabili che finiscono per consigliarti l’acquisto di un plaid con i buchi per le braccia 12 mesi l’anno, non hanno idea di cosa faranno a Ferragosto. E nemmeno vogliono saperlo.

Voi con le vostre grigliate di mezza estate, con le colonne di fumo visibili da Saturno, voi con le vostre canottiere e le membra sudate dalle 10.40 di mattina perché “faccio il fuochista” (e giù le matte risate), voi che mulinate costine di maiale come foste delle majorettes che non toccano cibo da un lustro, voi che ammassate sul barbecue tonnellate di proteine animali e non c’è mai un nazivegano quando serve, voi fate. Grigliate. Preparate i Tupperware per i picnic. Armate i tovaglioli. Lustrate i thermos.

Io non so cosa farò a Ferragosto, non voglio sentire la domanda, e nemmeno i vostri suggerimenti tipo “Mal che vada si va al mare” con il tono di quando parli di una ragazza bruttissima e dici “Però ha dei begli occhi”.

Io ho la gomitofobia (una patologia rara che si intreccia con l’agorafobia e la claustrofobia, non ancora riconosciuta dalla psichiatria ufficiale, ma è questione di attimi) e se quando sto stesa sul lettino ho il gomito di qualcuno a meno di una spanna, ho degli attacchi di panico. Se i gomiti sono due, crisi di pianto alternate a risate folli che al confronto la mamma di Norman Bates era una vecchietta adorabile. Multipli di due gomiti, lascio alla vostra ruvida immaginazione.

Quindi: io non so cosa farò a Ferragosto. Non voglio certo avere episodi di gomitofobia, ché poi il Pronto Soccorso è pieno e tocca fare 8 ore di fila, e non riesco a pensare con voluttà alla salsiccia arrostita nel dì di Festa. Già ho delle difficoltà serie quando si tocca l’argomento “tormentone dell’estate”, una sorta di iperventilazione aggressiva.

Io voglio che la vita mi sorprenda. Voglio non dovermi organizzare per Ferragosto. Magari vado a guardare i cantieri fermi e senza trivellatori lamentandomi che in questo paese non funziona niente. Oppure vado in piazza al concerto di musica balcanica a sentire quaranta canzoni simil-Bregovic portandomi appresso la seggiola come un anziano qualunque. Ma in totale anarchia. E voglio pure trovare qualcosa da dire che sia adatto per tutti i Ferragosti della mia vita, una supercazzola brematurata con scappellamento a destra in versione 2.0, oppure chiudere la questione con derive fataliste e “Ferragosto è dopodomani, chi può dire dove saremo? Magari saremo polvere, io, tu, voi, siamo nelle mani del Signore” chiedendo poi al barista di scrivere “Ricordati che devi morire” (o, in caso di sua scarsa manualità, RCDM) su tutti i cappuccini con la schiuma d’artista.

“Quindi come ti sei organizzato?”

Inutile. Sarà comunque vano. Perché se anche a Ferragosto saremo riusciti a non rendere conto a nessuno di quello che abbiamo fatto (o non fatto), l’insidia è dietro l’angolo.

Quando l’estate sta finendo (e un anno se ne va), in quel lembo di indecisione tra l’abbandono delle infradito ormai saldate ai piedi col Vinavil e l’abbraccio mortale dello stivaletto stringato, quando nessuno più ci dice “Come sei abbronzato” ma al massimo “Sei ancora un po’ colorato, eh?”, quando non vogliamo arrenderci alla felpina autunnale e la bronchite cavernosa ci fa bannare da ogni posto pubblico: quando nei nostri pensieri da mesi il calzettone sarà relegato in fondo a ogni cassetto e a ogni preoccupazione, ecco, quello sarà il momento in cui abbasseremo le difese. Ci accorgeremo, con i nostri bermuda addosso e Alvaro Soler nelle orecchie, che le vetrine rigurgitano lana, lambswool, angora, alpaca morta in forma di cappotto e alpaca viva che ci guata da dietro un manichino, berretti con Armaduk incorporato. Penseremo ma dov’ero, mi sono distratto, ma perché, fa ancora caldo, io il cardigan coi rombi non lo voglio, per ricoprirmi di tweed mi dovete legare…e non potremo più tornare indietro, l’ombrellone del cuore si chiuderà mestamente per i prossimi mesi. Da quell’istante fatto di consapevolezza e straniamento, noi con i sandali e la tshirt che sentiamo l’estate dentro e scrutiamo l’abisso, e l’abisso ci scruta in forma di poncho di lana di capra che ci fa sudare solo a intravederlo, LA domanda può arrivare, è autorizzata. Nessuno si stupirà.

“Cosa fai a Capodanno?”.

Ci sembrerà ieri che non sapevamo cosa avremmo fatto a Ferragosto (e in effetti era passatoieri), ma l’esperienza non aiuterà.
Io risponderò educata: “Non lo so, mancano 3 mesi, siamo tutti burattini nelle mani di un fato capriccioso, non voglio pensarci adesso, non voglio organizzarmi. E comunque, tarapia tapioco, come fusse antani”.