Larisa Latynina, la donna delle medaglie

È la campionessa che detiene il più alto numero di medaglie vinte ai Giochi. Solo nel 2012 il nuotatore Michael Phelps riesce a superare il suo record. Ma tra le donne rimane invincibile

Il primo arrivò a Melbourne, nella competizione combinata. Poi un altro nell’individuale, contro la rivale ungherese Agnes Keleti, poi ancora un altro al corpo libero e infine un quarto al volteggio. Solo in quell’edizione Larisa Latynina, insieme alla squadra sovietica, portò a casa quattro ori, un argento e un oro. Un trionfo, ed era solo l’inizio.

Larisa, nata a Cherson, nell’odierna Ucraina meridionale, è la sportiva che ha vinto più medaglie alle Olimpiadi. La prima ginnasta a vincere nove ori (quattro a Melbourne 1956, tre a Roma 1960 e due a Tokyo 1964), con i suoi 18 risultati è stata a lungo la più premiata della storia (poi, nel 2012, è arrivato un certo Michael Phelps, e i record sono cambiati), e ora è la senza dubbio la donna più premiata della storia dei Giochi (dietro di lei la tedesca Birgit Fischer, con sei medaglie in meno). All’epoca, fu anche l’orgoglio di una nazione, l’Unione Sovietica, che nelle Olimpiadi vedeva l’affermarsi della propria forza. Quando tornava in patria, era una festa.

«Ricordo con gioia il capodanno del 1957», racconta in un’intervista in occasione dei suoi 80 anni. «Tornai a Vladivostock da Melbourne la sera prima del capodanno [le Olimpiadi del 1956 si tennero tra novembre e dicembre] e da lì presi il treno per Mosca», la lunga marcia della Transiberiana, attraversando la Grande Patria. «Ovunque andassimo, le persone erano felici e si congratulavano con noi».


Il suo dominio, per quei dodici anni, fu pressoché incontrastato. I risultati di Melbourne vennero confermati sia ai Mondiali di Mosca del 1958, dove ottenne cinque vittorie su sei competizioni – e gareggiava incinta. «Prima della partenza scoprii di essere incinta di cinque mesi. Ero in lacrime. Ma il dottore mi rassicurò e mi diede il permesso di gareggiare. Soltanto, mi disse, “non dirlo a nessuno”. Non fu facile, ma seppi trattenere il segreto». Dopo due anni, la si ritrova a Roma, dove sotto la sua guida i sovietici vinsero le prime quattro posizioni. Nella gara a squadre, trionfarono con un margine di nove punti. Lei vinse l’oro al corpo libero, l’argento nelle parallele asimmetriche e alla trave, e il bronzo nel volteggio. Era ormai nella storia. L’ultima Olimpiade fu nel 1964, a Tokyo: vinse l’oro nel corpo libero, l’ultimo della sua carriera, e nelle competizioni a squadre. Incassò anche due argenti e due bronzi. Poi, smise di partecipare.

«Ero sempre stata una perfezionista. Nello sport e nello studio. Quando vidi che non riuscivo a dare il meglio insieme, dovetti scegliere, e scelsi lo sport», racconta. Voleva sempre vincere, spiega. Anche quando giocava a calcio con i maschi, «mi arrabbiavo molto se non segnavo», doveva essere sempre la migliore. «Penso che sia per questa mia combattività che sono riuscita a conquistare così tante medaglie d’oro».

Latynina non conobbe mai il padre, rimasto ucciso durante l’assedio di Stalingrado. Ma, in un certo senso, ne raccolse l’animo eroico e lo spirito di sacrificio per la nazione. La madre, che pure non aveva un lavoro molto remunerativo, la incoraggiò molto fin dagli inizi, pagandole una scuola di danza molto prestigiosa («costava metà del suo stipendio»). Quando la scuola chiuse, sembrava che le fosse crollato il cielo addosso. Invece era solo cominciata la sua grande carriera. Pochi giorni dopo la chiusura, vagando per la città, «vidi l’annuncio dell’apertura di una nuova scuola di ginnastica». Larisa Latynina decise di iscriversi.

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