Sarà un revival anni Ottanta che ci seppellirà

Remake, reboot, citazioni, reinvenzioni: la cifra stilistica dei nostri tempi è la cosiddetta retromania, una nostalgia irresistibile per tutto ciò che è targato anni Ottanta che però alla lunga rischia di soffocare il nostro immaginario

Dal reboot dei Ghostbuster al riuso dell’immaginario anni Ottanta di Stranger Things, dalla nostalgia di merendine e videogiochi pre internet di parte della produzione di Zerocalcare fino al ritorno di Mila e Shiro, un ritorno, quest’ultimo, che ha fatto reagire i fan della prima ora come avrebbe reagito un vescovo nel sentire una bestemmia al conclave.

Certo, il fenomeno del revival non è affatto nuovo e il rifacimento è da sempre una delle armi in dotazione dell’arte, fin dai tempi del principio di imitazione. Ogni epoca, con più o meno foga, ha cercato e trovato nelle epoche precedenti l’age d’or e, traendo da quegli immaginari del passato nuova linfa per creare l’immaginario del proprio presente. Il problema è che, ora come ora, la dinamica in cui ci siamo immersi — Simon Reynolds l’ha battezzata, con uno dei più importanti saggi del decennio, Retromania — sta assumendo le caratteristiche, più che di una mania, di una “retroalgia”, una vera e propria malattia.

«La musica pop creata tra la fine degli anni novanta e la fine degli anni Zero non è caratterizzata da alcun stile – non possiede cioè uno stile particolare per la generazione che è cresciuta ascoltandola. Si potrebbe affermare che il processo di reinvenzione della cultura attraverso la musica sia giunto al termine». Lo scrisse Jaron Lanier, in un libro intitolato Tu non sei un gadget pubblicato nel 2010 da Mondadori, pochi mesi prima della pubblicazione di Retromania.

La dinamica che Lanier definiva partendo dalla musica e che in fin dei conti era una dinamica di esaurimento della propulsione creativa e di ripiegamento dell’arte a mera replica e riproposizione del proprio passato, ormai sembra riguardare tutta la nostra vita culturale: dal cinema alla serialità, dalla letteratura, ai fumetti, ai cartoni animati, ma non solo. Anche la gran parte del tempo che passiamo sui social è imbibito di passato prossimo. E se all’inizio era piacevole, ora sta iniziando a fare un po’ ansia. Si inizia a soffocare con tutto questo passato attorno, un passato le cui macerie ci stanno letteralmente travolgendo.

A proposito di macerie, di passato e di nostalgia: nel 1940, poco prima di suicidarsi a Port Bou, il filosofo tedesco Walter Benjamin pubblicò un libretto intitolato Tesi di filosofia della storia. Tra quelle tesi c’era un breve testo dedicato a un quadro che gli era stato regalato dall’amico Paul Klee. Fa così:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ecco, noi ora siamo un po’ come quell’angelo. Abbiamo gli occhi spalancati, la bocca aperta, il viso rivolto al passato. Anche noi vogliamo trattenerci e, a differenza dell’Angelus Novus dei tempi di Benjamin, purtroppo o per fortuna noi oggi lo possiamo fare grazie alla tecnologia. Noi ci indugiamo in quel passato, ci torniamo continuamente su quelle macerie, quasi non facciamo altro, in una sorta di autismo dell’immaginario che, alla lunga, assume i connotati dell’asfissia. Forse quella tempesta, il progresso, si è sopita; forse c’è ancora ma non è più capace di far presa sulle nostre ali; o forse è solo che non ce le abbiamo più, quelle ali, dimenticate chissà dove in quei cazzo di anni Ottanta.