La peggior condanna per uno scrittore? Essere canonizzato (e per questo leggere solo classici è stupido)

Una nuova moda americana impone di leggere solo i classici. Un'idea che può gratificare, ma i classici cambiano col tempo ed esistono pure quelli contemporanei. Il vero problema è bandire i libri brutti, non i contemporanei: se guardiamo solo al passato, scordiamoci il futuro.

Poiché devono arginare lo schifo, gli americani hanno il tic delle classifiche e dei ‘canoni’. Il canonico dei canoni è Harold Bloom, il quale, come si sa, ha pensato di stilare, addirittura, Il canone occidentale. Era il 1994 e il libro omonimo va letto, perché esprime una dilagante e disperata intelligenza.

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Il merito di un ‘canone’, piuttosto – per questo va fatto –, è che fa venire voglia di costruire un anti-canone. Per uno scrittore o un poeta essere ‘canonizzato’ è una condanna: la letteratura, per sua natura, è inafferrabile, fuori norma, fuori legge, antitutto. D’altronde, la coperta canonica è sempre troppo corta: Bloom canonizza Carducci e Belli ma si dimentica Carlo Dossi e Federico De Roberto, canonizza Quasimodo e Pavese scordandosi di Mario Luzi e di Giorgio Caproni, canonizza Vittorini squalificando scrittori ben più qualificati come Buzzati, Piovene, Berto, Pomilio.

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Un articolo pubblicato su The American Conservative narra la nuova moda americana: leggere solo i ‘classici’.L’articolo, dal titolo intrigante (The Hedonism of Reading Good Books), scritto da E. J. Hutchinson, accademico rampante, parte da un saggio di William Hazlitt, pioniere della critica letteraria, On Reading Old Books, secondo cui “è importante leggere gli scrittori più vecchi perché 1) c’è maggiore probabilità che valga la pena leggerli; 2) sono essenziali per lo sviluppo personale dell’individuo; 3) sono esempi di alto virtuosismo formale, perciò c’è sempre da imparare anche se siamo filosoficamente in disaccordo con loro”. Un classico, insomma, è per sempre, è un usato sicuro.

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Il pensiero, di per sé, non ha sbaffi. Gli Stati Uniti sono la terra della novità permanente e Hutchinson ci ricorda che forse vecchio è meglio. D’altronde, se siamo ancora qui a parlare dei Fratelli Karamazov significa che il vecchio Dostoevskij qualcosa da dire ce l’ha ancora, caro anacoreta del romanzo occidentale. Eppure, per dire, Hazlitt è morto che Dostoevskij era un poppante, non l’ha letto, come la mettiamo? Diciamo che il concetto di ‘classico’ è cangiante.

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Hutchinson, allora, rettifica: “Quello che Hazlitt intende dirci è che è d’obbligo, per un individuo pensante, costruirsi un canone personale di libri e di autori. Poiché siamo individui differenti, avremo canoni differenti. Ma dobbiamo costruire un nostro proprio canone. Le ragioni sono ragionevolmente epicuree: il piacere di spendere bene il proprio tempo; il piacere della memoria; il piacere di ammirare l’opera di un maestro… Questa specie di edonismo marca il significato di una vita, assegnandole una ricchezza che ha un prezzo non superiore alla tessera di una biblioteca”. Che bello. Basta una tessera della biblioteca per vivere felici.

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