Manovra verdeFinora il green new deal del governo è un pasticcio (e rischia di fare il gioco di Salvini)

Tassare i voli aerei, le bibite, le merendine, il gasolio. Le misure green di cui si è finora parlato sembrano disordinate, occasionali. E rischiano di fare il gioco dell’opposizione

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Il governo giallorosso rischia in partenza il replay di quello giallo-verde che l’ha preceduto. Il continuo braccio di ferro tra pezzi di esecutivo su singoli provvedimenti, che è stato il leitmotiv dell’intesa fallita Salvini-Di Maio, potrebbe rivelarsi lo spartito anche di questo esecutivo.

Il green new deal doveva essere un’occasione rivoluzionaria per gli investimenti sull’innovazione e l’energia rinnovabile, per un grande piano di rilancio economico in grado di capitalizzare incentivi e mettere a sistema tecnologia e ambiente. Stando alle prime, disordinate, dichiarazioni, si sta rivelando una leva per inasprire la pressione fiscale e tassare bibite, merendine, voli aerei e diesel auto. Così regalando al sovranismo, intanto scivolato all’opposizione, una ghiotta occasione di polemica e di rimonta: «Non è che state mangiando una terribile e tassabile Girella vero?», ironizzava ieri Matteo Salvini.

Facili battute socialpopuliste, ma il modo in cui il Conte-bis si sta incartando e dividendo sul verde è paradigmatico. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa sembra intenzionato, malgrado gli inviti alla ponderatezza di tecnici e Tesoro, a portare avanti le misure che ha in mente: tra tutte incentivi alla rottamazione delle auto inquinanti e sgravi per prodotti senza imballaggio.

Sembrano iniziative episodiche (se non isteriche, più una parodia di un “deal”), vòlte a fare un po’ di cassa, niente che somigli al piano green per la protezione del clima – un’operazione da 54 miliardi di euro – varato in Germania

“Si deve procedere” dice il ministro, anche se esiste un problema di coperture. Cosìcche gli ecoincentivi potrebbero tradursi in un aumento del costo del gasolio – e in Italia sono quasi venti milioni i guidatori di auto diesel – così come il taglio delle Sad (sussidi ambientalmente dannosi) potrebbe comportare un aumento immediato del prezzo del gasolio per i trattori. E per un governo che doveva essere no-tax non sarebbe il massimo, colpire i consumi vitali di categorie esposte, con l’esempio francese dietro l’angolo: è cronaca di questi giorni il ritorno dei gilet gialli.

Fa appello alla svolta green, del resto, anche il ministro dell’istruzione Fioramonti che chiede di tassare appunto le merendine e le bibite gassate per aumentare di cento euro mensili lo stipendio dei docenti. E il premier Conte, sempre in nome del new deal verde, non vede nulla di strano per reperire risorse in vista della manovra nell’aumentare di un euro il costo dei voli nazionali e di 1,5 quello dei voli internazionali.

Sembrano iniziative episodiche (se non isteriche, più una parodia di un “deal”), vòlte a fare un po’ di cassa, niente che somigli al piano green per la protezione del clima – un’operazione da 54 miliardi di euro – varato in Germania senza aumentare di un euro il debito pubblico e soprattutto immaginato armonizzando aumento dei prezzi, agevolazioni e deduzioni fiscali, nuovi investimenti e sussidi per auto e veicoli elettrici.

Stando alle prime, disordinate, dichiarazioni, si sta rivelando una leva per inasprire la pressione fiscale

Ora appare ancora più chiaro perché, tra gli altri motivi, Matteo Renzi ha scelto un’altra posizione per continuare a sostenere il governo Conte. E così nel merito di questa vicenda che rischia di diventare il vaso di pandora delle contraddizioni giallorosse, il leader di Italia Viva dice: “Noi siamo per un grande piano di investimenti verdi sul modello di quello lanciato dalla Merkel e se possibile più ambizioso ma puntare sull’ambiente ‘non significa alzare le tasse agli agricoltori o ad altri. Per il nostro Piano Verde servono i contatori digitali e le nuove tecnologie, non la politica dei no alle metropolitane e alle tramvie”.

Non c’è solo il pasticcio sul green però. L’enfasi posta alla vigilia del nuovo insediamento di Conte a Palazzo Chigi sul taglio del cuneo fiscale come alternativa alla flat tax leghista è già molto scemata. Si parla di spalmare il taglio del cuneo fiscale sui prossimi anni di legislatura, una misura graduale, lenta. Il risultato è che nella percezione comune invece dell’aspettativa per un taglio al costo del lavoro è risalito l’allarme per una nuova stagione di stangate. E in un paese dove la pressione fiscale è oltre il 42% non è una di quelle cose che contribuisce alla buona letteratura di un governo.