ImpeachmentTrionfa la democrazia, l’America è pronta a processare Trump

La decisione dei democratici di avviare la procedura di impeachment nei confronti del presidente non è la prova di un complotto liberal per rimuovere i leader di destra, ma l’ultima grande speranza in un mondo impazzito

Nicholas Kamm / AFP

L’America ha tanti difetti, anche nel suo sistema penale, ma non può essere accusata di essere uno di quei paesi da operetta che consentono ai giudici di cambiare le maggioranze politiche con inchieste imposte dall’alto, come nei regimi autoritari, o lasciate proliferare contro questo o quel leader grazie all’autonomia assoluta e all’eccessiva irresponsabilità dei magistrati, come succede da noi.

La decisione della Speaker della Camera di Washington Nancy Pelosi di avviare, dopo mesi di estrema cautela, l’inchiesta formale per mettere in stato d’accusa, con il famigerato impeachment, il presidente americano Donald Trump non è affatto l’ennesima prova che i liberali e i moderati di tutto il mondo, anche in America, siano impegnati in una gigantesca caccia alle streghe globale per colpire i politici della destra nazionalista che hanno dominato la scena pubblica degli ultimi anni. La procedura di impeachment del Congresso per Trump e il gavettone parlamentare per Salvini non sono atti diversi di un medesimo disegno criminoso ordito da George Soros. La scelta di avviare l’inchiesta contro Trump non è nemmeno una scorciatoia giudiziaria per abbattere un presidente eletto e pronto alla rielezione, al contrario è la rappresentazione esatta di una democrazia che funziona, grazie a una Costituzione scritta oltre duecento anni fa e, ancora oggi, fresca come una rosa sulle procedure democratiche.

La notizia dell’inchiesta su Trump non è una macchinazione socialista, semmai è l’ultima grande speranza in un mondo impazzito

La magistratura non c’entra nulla, l’inchiesta su Trump sarà condotta dai deputati sulla base delle regole e dai precedenti storici. Se la Camera, come è possibile, dovesse votare a favore dell’impeachment, cioè della messa in stato d’accusa del presidente, sarà il Senato, un consesso politico guidato dalle regole e dalla coscienza di ciascuno dei suoi membri, a giudicare Trump e quindi a decidere se rimuoverlo o meno dalla Casa Bianca. A garanzia della procedura, la Costituzione americana richiede una maggioranza qualificata dei due terzi dei 100 senatori, ovvero di 67 voti. Oggi i repubblicani ne hanno 53, i democratici 47 e quindi per rimuovere Trump serviranno tutti i voti dei democratici e almeno venti dei repubblicani: se il presidente sarà messo in stato d’accusa e poi ritenuto colpevole di tradimento, di ostruzione alla giustizia e di altri crimini presidenziali, non sarà dunque una decisione di parte, ma l’applicazione del principio dei pesi e dei contrappesi alla democrazia.

Le irregolarità compiute negli anni da Donald Trump, compresa la richiesta al presidente ucraino di indagare sul figlio di Joe Biden, ex consigliere di una società energetica ucraina, in cambio di aiuti finanziari a Kiev, sono talmente esorbitanti, palesi e rivendicate dallo stesso Trump, oltre che illegali, da non essere necessaria alcuna audizione per confermarle ulteriormente. Soltanto con l’aiuto elettorale ricevuto dal Cremlino per battere Hillary Clinton, coordinato o no, e con le manovre per ostacolare il lavoro del procuratore speciale Robert Mueller, in altri tempi nessun uomo politico sarebbe rimasto più di qualche settimana alla Casa Bianca. Mentre ovunque si licenzia per un tweet o si espongono i reietti del momento al pubblico ludibrio dei social, a Washington si procede al Congresso con tutte le tutele e tutte le garanzie. La notizia dell’inchiesta su Trump non è una macchinazione socialista, semmai è l’ultima grande speranza in un mondo impazzito.

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