A tu per tuMassimo Recalcati ci dà ottimi consigli su come non diventare degli stronzi ipermoderni

Oltre la popstar della psicologia c’è di più. Lo psicanalista milanese, oltre ad aver riportato Lacan in Italia, ha riflettuto sugli esiti della cultura e della società dopo la stagione del postmoderno

«Vorrebbe fare il fioraio?» è la domanda classica del test MMPI, detto anche Minnesota test. Chi ha fatto il militare se lo sarà visto somministrare alla visita, e avrà avuto un dubbio che l’istituzione, (sorvegliante? Punente?), avesse voluto arguire qualcosa delle sue preferenze sessuali. Massimo Recalcati a domanda risponde: «mio padre faceva il fioraio, ho fatto l’istituto agrario, ero destinato a diventare un fioraio». Poi si ferma un momento e aggiunge: «mio padre era un grande uomo di desiderio, ha vissuto il suo lavoro come una vocazione». E abbiamo toccato un paio di punti fondamentali della figura di Recalcati. Il primo: Recalcati è una sorta di working class hero della psicologia contemporanea. Per alcuni è troppo Pop essendo più o meno noto a tutti, apprezzato dal pubblico femminile (l’archetipo del professore, più che mai in funzione nell’era della liquidità culturale), ma è il lato essoterico-divulgativo di Recalcati. Mondanità per mondanità forse leggere l’Hypnerotomachia Poliphili direttamente in latino è più classificante -non sappiamo-. Né sappiamo più di tanto sulla versione di Crozza, che sembra parodia normale (altro mestiere) ma il lavoro di Recalcati sulla linea Freudiana-Lacaniana è ineccepibile.

Nel suo studio casalingo spiccano un computer da tavolo, due poltrone rosse, e una chaise longue di Le Corbusier. Vera o copia? «Copia» risponde Recalcati placido. Non si sottrae alle domande personali, del resto non potrebbe, è abituato anche lui ad essere dramatis persona del teatro dell’analisi. A proposito: quanto costa andare in analisi con Recalcati? «I prezzi variano: dipende dalle condizioni sociali dei pazienti. Il solo principio a cui mi attengo è non chiudere mai la porta per ragioni economiche». Una moglie, Valentina (che sposerà in chiesa, il 30 novembre prossimo, dopo il primo matrimonio civile contratto vent’anni fa); due figli, Tommaso e Camilla. Due cani (barboncini, il più piccolo, e il più bianco si chiama Alaska, e non sta fermo un momento), una casa, una vita di studio, scrittura («quando sto scrivendo un libro comincio alle cinque di mattina»), e molta meno mediaticità di quanto si pensi. Tra desiderio e vocazione. «La mia sensibilità è estetico-religiosa» spiega il non-credente Recalcati.

Quanto costa andare in analisi con Recalcati? «Il principio a cui mi attengo è non chiudere mai la porta per ragioni economiche»

E la nostra sensibilità? Ovvero quella di persone che arrivano dopo il Novecento delle Ideologie e delle Utopie, e dopo gli anni del Postmoderno e del “riflusso”, e adesso si trovano a navigare nel poco (e male) menzionato “Ipermoderno”? L’uomo ipermoderno, per Recalcati è l’uomo “senza inconscio”. Quello che ha soppresso la Legge (e il Padre), ma – è qui il paradosso – non ha saputo creare una alternativa credibile. È l’uomo in balìa di un ritorno della propria libido su se stessa. «Fare dell’io Dio, e questo è il cuore dell’Ipermoderno». Narcisismo. Sia dal punto di vista personale che politico. Recalcati se ne occupa nel suo ultimo: ”Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno” (appena uscito per Raffaello Cortina), che contiene, tra l’altro, una rilettura del Freud più cupo, quello di Lutto e Melanconia e di Al di là del principio di piacere, il Freud della pulsione di morte e non del sogno.

Niente rimozione. Niente lutto. L’uomo ipermoderno, l’uomo senza inconscio, è ingabbiato in una melanconia infinita che esige l’attaccamento continuo all’oggetto (tecnologico, immaginario o reale), come accade nella dipendenze dalla droghe o dal cibo. Un lutto che non si elabora e, dunque, non si conclude. È la definizione freudiana della melanconia: un fallimento del lavoro del lutto. Vale sia per la vita degli individui che per quella della città.

«È utile partire distinguendo due grandi paradigmi dell’ipermodernità – dice Recalcati a Linkiesta.it -. Il primo lo potremmo definire “neoliberale” o “libertino”, che ha avuto come simbolo farsesco Berlusconi; è il paradigma della versione entusiastica della globalizzazione. Enfatizzazione della libertà senza limiti, senza argini. Leggi ad personam. La libertà senza limite, la spinta al godimento senza il freno, di cui il “partito della libertà”, non a caso, si è fatto emblema politico». Un po’ come lo slogan satirico di Corrado Guzzanti: “La casa delle libertà, facciamo un po’ come cazzo ci pare”. «Ma è un paradigma antropologico più generale, non riducibile alle vicende piuttosto meschine di casa nostra -spiega Recalcati-. Pensi alle patologie ipermoderne, per esempio, alla tossicomania, all’idea che l’Io debba essere costantemente dopato. Oppure alla bulimia: divorare tutto senza che si raggiunga mai una sazietà. Siamo tutti bulimici: la bulimia collettiva traduce l’avidità acefala del paradigma neoliberale della pulsione. E questa versione del capitalismo che ha avuto fino alle torri gemelle la sua massima espansione e che ha ribaltato la versione ascetico-weberiana del capitalismo fondato sulla vocazione, sul risparmio, sulla parsimonia, sull’etica del lavoro». La versione, dunque, freak show excess del capitalismo, che del capitalismo non ha più nulla. Ma in mezzo, appunto, ci sono state le Torri Gemelle nel 2001, e poi la crisi finanziaria del 2008 dalla quale non siamo affatto usciti. Cosa è successo?

Niente rimozione. Niente lutto. L’uomo ipermoderno è ingabbiato in una melanconia infinita che esige l’attaccamento continuo all’oggetto (tecnologico, immaginario o reale)

«Il paradigma neo-liberale è entrato decisamente in crisi. O meglio: oscilla verso un nuovo paradigma “securitario”, dove non c’è più l’enfatizzazione della libertà, ma della sicurezza. Il limite, la spinta a chiudere, Il porto chiuso, Il bastione, l’arroccamento, Il confine identitario. Il simbolo del paradigma securitario – continua lo psicoanalista – è il muro. Quello che ha fatto vincere Trump, quello della Brexit, quello nostrano del porto chiuso. Passaggio importante: il muro è una patologia del confine; il confine è necessario, ma il confine (anche psicologico) deve mantenersi poroso, mentre la trasformazione del confine in bastione/fortezza, in gioco oggi, segnala la presenza di una patologia securitaria del confine».

La cosa particolare, che qualifica l’Ipermoderno rispetto al Postmoderno, è la ripresa di temi, simboli, modalità personali e politiche “tradizionali”, ma senza una vera tradizione. Quando Salvini si riferisce al “Cuore Immacolato di Maria” di vede molto bene che non appartiene davvero a quella tradizione. Sembra ci sia insomma l’idea non di “costruire con le macerie” come nel postmoderno, che usava l’inadeguatezza delle antiche forme come modo di recuperare un senso riflessivo, ironico, energetico, ma di ripristinare le macerie, in modo irrigidito, serioso più che serio, anche se provengono da una tradizione interrotta. «Di fronte alla dissoluzione dei confini -risponde Recalcati- la spinta pulsionale è quella a ripristinarne la solidità. Pensiamo all’oscillazione panico/anoressia. La seconda è il solido, il primo è il liquido. Zygmunt Baumann ha visto benissimo il fenomeno della liquefazione dei legami sociali, ma non ha visto la spinta a recuperare la tradizione, la tendenza al compattamento sicuritario, all’ipertrofia, persino razziale, dell’identità».

Anche certi radicalismi religiosi (vedi estremismo islamico, Isis, e nuovi terrorismi “fai da te” che sconfinano nella follia soggettiva, come il caso Christchurch) sembrano figli di una tradizione più vagheggiata con nostalgia che frequentata. Forse è per questo che sono più pericolosi. Recalcati insiste sul Freud più tenebroso, quello di Al di là del principio del piacere: «Noi pensiamo che la pulsione sia spinta verso la vita. Ma Freud riflette su un’altra faccia della pulsione, sulla pulsione come conservazione. Il primo impatto con il mondo, ci dice Freud, è l’impatto con un’estraneità ostile. Se il mondo è il luogo di una perturbazione ingovernabile, è chiaro che la spinta pulsionale è primariamente difensiva; è il barricamento, l’introversione regressiva. Con un inevitabile sviluppo nostalgico: tutto ciò che riguarda il passato è meglio di quello che accade oggi. Prima funzionava meglio. Per esempio la nostalgia che il mondo islamico radicalizzato esprime verso il Dio folle, padre e padrone. Ma, guardi che anche in Italia lo dicono molti tromboni: molti colleghi invocano “il ritorno del padre” come soluzione dello smarrimento contemporaneo. È una nostalgia impossibile. La via del ritorno alla versione padronale/patriarcale della Legge è tramontata irreversibilmente e non bisogna dispiacersene troppo». Il sovranismo è un narcisismo collettivo.

Il sovranismo è un narcisismo collettivo

Finta tradizione e barricamento, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello personale. Commenta Recalcati: «In anni passati andava l’attacco di panico, che è l’esperienza della dissoluzione del confine. Oggi ci sono invece le patologie che declinano il paradigma securitario. Il ritiro sociale, l’abbandono scolastico, la chiusura autistica, gli hikikomori». E quindi il fatto che siamo tutti iperconnessi non giova? «Si tratta di una connessione claustrale -commenta Recalcati-. Finge di connetterci ma, in realtà, la connessione permanente è una forma subdola di sconnessione”. Un altro esempio clinico è quello dell’anoressia restrittiva: il corpo diventa una corazza; il soggetto è dominato da una pulsione di controllo che annulla la sua libertà; è attento a tutto quello che entra, a tutto quello che esce. L’anoressia in fondo è una delle massime espressioni cliniche della pulsione securitaria. Il corpo diventa un muro». Ci sono anche fenomeni di neo-ascetismo. Una sorta di parodia dell’ascetismo classico, che però ora è rivolta tutta non a una trascendenza, ma a coltivare il proprio orto egoico. Una sorta di “contro-iniziazione” in omaggio all’unico dio vigente: l’Io.” La nostra addiction ai social è affidata a un tempo maniacale. «La maniacalizzazione non è un fenomeno individuale, ma è una alterazione della struttura del tempo imposta dal discorso del capitalismo. Questo comporta un’accelerazione continua dei processi pulsionali di auto-gratificazione. Pensi al fenomeno della morte del libro. La lettura implica la fatica la pausa, il silenzio. il vuoto. L’assenza. Si fa invece sempre più fatica a stare nell’assenza. Per questo chiamo questo tempo neomelanconico. Perché il melanconico è legato pervasivamente all’oggetto perduto. L’oggetto non c’è più ma il soggetto è legato alla perdita dell’oggetto. Non riesce, come accade nella melanconia classica, a stare nell’assenza. E noi abbiamo bisogno costantemente della presenza dell’oggetto. L’iperconnessione è il fenomeno più plateale».

E va bene. Ma di fronte a questo Recalcati parla dell’analisi come modo di ripristinare un’alleanza tra desiderio e legge. Non sembra un po’ Novecentesco parlare di desiderio? Il desiderio (de-sideribus, dalla stelle) è un qualcosa di irraggiungibile? «Ma il desiderio non è solo la manifestazione dell’inquietudine nichilistica del soggetto. Non è solo desiderare ciò che non si ha; non è una libido frustrata, maledetta, destinata all’insoddisfazione perpetua. Questo sarebbe il desiderio come coscienza infelice, come vita imprigionata dalla mancanza. La mia versione del desiderio è diversa. E’ quella che trovo nel Vangelo, in Freud, in Lacan. Desiderio qui non è la spinta a inseguire oggetto impossibile, ma l’assunzione soggettiva della propria vocazione, un gesto di responsabilità, una forza in atto. Questo “conatus” (come dice Spinoza) è miracoloso: rende possibile la vita, la moltiplicazione dei pani e dei pesci. E’ vita realizzata. Vita beata». Ma questo meccanismo non passa attraverso dei sacrifici? «Al contrario: il desiderio è l’antagonista del sacrificio. Tutta la predicazione di Gesù è volta a liberare il desiderio dal sacrificio. Matteo: “se non smettete di sacrificare la mia ira contro di voi non cesserà”. Sacrificare il desiderio è ammalarsi. A questo serve la psicanalisi, a decifrare il proprio talento, decifrare la chiamata dell’inconscio. L’inconscio ha sempre la forma della chiamata, della chiamata del desiderio. La psicanalisi è quella tecnica che favorisce il fatto che il soggetto entri in un rapporto di amicizia col proprio desiderio. Non si tratta affatto di sponsorizzare un ordinamento sacrificale del desiderio. Si tratta invece di dire sì all’ingovernabilità del desiderio, di avere fede nella dimensione misteriosa e indecifrabile della chiamata del desiderio».

Desiderio qui non è la spinta a inseguire oggetto impossibile, ma l’assunzione soggettiva della propria vocazione

Bene, e allora diamo una franca sbirciata ai desideri di Recalcati (sempre in quanto dramatis persona di questa sorta di seduta psicoanalitica intervistato/intervistatore/lettore) «Ho due matrici linguistiche: il dialetto milanese, mio padre, e quello friuliano, mia madre. Il friuliano è una lingua molto complessa, difficile. Il mistero di una lingua sconosciuta, straniera, assomigliava al mistero del corpo femminile. Il friulano per me aveva le sembianze di un corpo, di un corpo desiderato, di un corpo amato, però inaccessibile, dunque di un corpo straniero. La mia tesi di maturità fu sulle poesie friulane di Pasolini, che io avevo modo di leggere direttamente. C’erano i commissari che mi guardavano con occhi sbarrati. Ma in casa non si parlava friulano. Questo rafforzava l’intimità “incestuosa” con mia madre. Solo io potevo conoscere il segreto della lingua materna. In famiglia parlavamo italiano, sul quale però si scheggiava il dialetto Milanese. La presenza di queste lingue antiche mi ha portato verso i libri. Io sono vissuto tra i libri”. Qual è il rapporto di Recalcati con Milano? «Ho imparato ad amare Milano piano piano. Sono cresciuto a Cernusco. A 20 anni molti amici erano antusiasti di Milano, le occasioni, i teatri. Io ci ho messo 40 anni. Uno dei premi di cui sono più orgoglioso è l’Ambrogino d’oro. Mio padre mi diceva guardando i servizi del telegiornale regionale su quella manifestazione: “guarda Massimo, quelli lì sono i veri eroi”. Per tornare al friulano, alla madre e alle donne: «Ho un sentimento estetico religioso verso la vita, lo dicevo. La bellezza femminile è ossigeno. E’ il dono della grazia. Per questo amo così profondamente mia moglie. Qualunque cosa faccia è una incarnazione della grazia…Così cerco la bellezza anche nell’arte. Mia madre è una donna bellissima; io sono nato tra i fiori. Ma anche le lingue dei dialetti sono stati per me una prima forma sensibile della bellezza». Recalcati suscita desiderio, dicevamo. «In passato sono stato un dongiovanni di provincia. Ho un matrimonio alle spalle fallito…Poi è arrivata Valentina. E sono stato assolto… Sono monogamo, resto sempre, ormai da 20 anni, fedele a mia moglie. Adesso la risposo. Davanti a Dio questa volta».

Coi figli tutti noi ci barcameniamo. Freud diceva che è un mestiere impossibile. Bisogna diffidare degli esperti. Con ogni figlio è un’avventura

E c’è il rapporto coi figli. «Coi figli tutti noi ci barcameniamo. Freud diceva che è un mestiere impossibile. Bisogna diffidare degli esperti. Con ogni figlio è un’avventura. L’ingrediente più importante è che bisogna avere fede nei figli». E chiudiamo con la politica, dato che Matteo Renzi, tempo fa, ha citato il suo Telemaco. E che insieme a Renzi Recalcati aveva fondato una scuola di politica: «Tengo a precisare che fu un’idea mia. La sottoposi a Matteo Renzi in quanto allora segretario del Pd. Dopo la sconfitta del referendum doveva essere un momento di pausa e riflessione politica. Faceva specie andare in una sezione del Pd e non vedere giovani. Posi a Renzi questo problema. Al momento dell’ascesa di Renzi c’era un vento vitale. Ma ora ho fatto un passo fuori rispetto sia a Italia Viva, sia rispetto al Pd». Perché ha fatto un passo fuori? «Non mi faccia questa domanda». Gliela facciamo ugualmente. «Penso che il Pd sia un po’ in un vicolo cieco. Per di più ha perso l’alibi di Renzi, perché tutto quello che non andava era attribuito a lui. Il Pd senza l’alibi di scaricare ogni responsabilità di Matteo Renzi mostra secondo me un progetto politico molto limitato». Non sarà -paradossi ipermoderni- che se il Pd va a prendersi le periferie si perde i centri, che al momento sono il suo serbatoio di voti, e se va a prendersi i centri le periferie votano Lega? «Sì, un po’ è così. Ma vedo che manca un respiro, una visone, ci vorrebbe un poeta e un rivoluzionario alla testa del Pd. C’è stato un momento in cui Renzi è stato un poeta e un rivoluzionario. Poi ha fatto una serie di errori. Non tanto il referendum, quanto la scuola. La riforma è stata a mio giudizio gestita male, e questo gli ha messo contro quello che storicamente è il mondo della sinistra. Lì ha perso. E avrebbe dovuto, glie l’ho detto in tutti i modi, ripartire dalla scuola. Bisogna mettere il mondo della scuola al centro dell’azione».

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